Voto all’estero. Rien ne va plus!

“Rien ne va plus!”. Le operazioni di voto per gli italiani all’estero sono terminate. E cominciano i dubbi, le polemiche su un voto che potrebbe essere più sicuro e sicuro non lo è mai stato. Da più parti, nel corso di questi anni, si è invocato un meccanismo più garantista, ma in verità non abbiamo mai visto la volontà di arrivarci, neppure quella di tentare di organizzare il voto elettronico, che probabilmente sarebbe più semplice del macchinoso e costoso sistema della consegna delle schede.
Però, al di là di tutto questo, una considerazione mi sembra necessaria. Gli italiani che vivono all’estero si dimostrano sempre più interessati a votare, a eleggere i loro rappresentanti, il fatto di fare quella croce sulle schede li fa sentire cittadini di serie A, o quasi.
Perché quasi? Perché i deputati e i senatori che eleggiamo noi che viviamo fuori dal Bel Paese sono pochi, troppo pochi per avere veramente una voce in capitolo.
Se gli italiani che vivono in Italia, per numero, sono praticamente gli stessi di quelli che vivono all’estero, perché i primi eleggono la stragrande maggioranza del Parlamento e noi si lasciano solamente le briciole? A pari numero di votanti dovrebbe corrispondere lo stesso numero di rappresentanti. Perché siamo tutti italiani!
Perché, si obietta, gli italiani all’estero, non pagano le tasse. Ma, rispondiamo noi, le tasse che pagano gli italiani in patria servono per assicurare loro i servizi, quelli che noi non abbiamo, non certo per avere priorità in Parlamento, perché siamo tutti italiani, quelli di serie A e quelli ancora elettoralmente di serie B.