Così le nuove regole Ue cambiano i social e le piattaforme di ecommerce

082851909 b82dcf90 afa9 4a73 9bb6 34562d0b7c30

082851909 b82dcf90 afa9 4a73 9bb6 34562d0b7c30Saranno vietati gli annunci mirati ai minori, così come quelli indirizzati agli utenti in base al loro sesso, all’etnia di appartenenza o all’orientamento sessuale. Saranno messe al bando le tecniche ingannevoli che le aziende usano per spingere le persone a fare cose che non avevano intenzione di fare, come la sottoscrizione facilitata di servizi difficili da rifiutare. Non solo. Per dimostrare che stanno facendo progressi nel limitare queste pratiche, le aziende tecnologiche dovranno effettuare valutazioni annuali del rischio delle loro piattaforme.

Le Big Tech dovranno anche disporre di personale adeguato per gestire la moderazione dei contenuti perché gli utenti avranno il diritto di presentare reclami nella propria lingua. Per contenuti si intende inserzioni commerciali ma anche post dei singoli utenti. E chi non rispetta le regole rischia sanzioni fino al 6% del fatturato globale o addirittura il divieto di operare nel mercato unico dell’UE in caso di ripetute gravi violazioni.

Sono solo alcune delle conseguenze del Digital Services Act (o DSA), il disegno di legge dell’UE che impone alle Big Tech (molte delle sue disposizioni si applicano alle piattaforme che hanno più di 45 milioni di utenti nell’Unione Europea, piattaforme come Facebook, la controllata di Google YouTube, Twitter e TikTok raggiungerebbero tale soglia e sarebbero soggette ai nuovi obblighi) una maggiore responsabilità sui contenuti illegali o nocivi che circolano sulle loro piattaforme e include misure contro la disinformazione online: questo regolamento è stato pensato per combattere le fake news.

Prima mondiale in termini di regolamentazione digitale

“Questo regolamento – fa sapere la Commissione UE – unico nel suo genere, costringerà piattaforme come Facebook, YouTube o Twitter a moderare i contenuti che ospitano. La DSA è una prima mondiale in termini di regolamentazione digitale. Il testo consacra il principio che ciò che è illegale offline deve essere illegale anche online. Mira a proteggere lo spazio digitale dalla diffusione di contenuti illegali e a garantire la tutela dei diritti fondamentali degli utenti”.

In sintesi il testo vuole consacrare il principio che ciò che è illegale offline deve essere illegale anche online e mira a proteggere lo spazio digitale dalla diffusione di contenuti illegali e a garantire la tutela dei diritti fondamentali degli utenti.

Che cosa succederà sui social

Stop ai dark patterns. In particolare, la proposta di legge sancisce che la pubblicità mirata basata sulla religione, l’orientamento sessuale o l’etnia di un individuo è vietata.

Anche i minori non possono essere oggetto di pubblicità mirata. Le interfacce utente confuse o ingannevoli (i cosiddetti dark patterns) progettate per guidare gli utenti a fare determinate scelte saranno vietate. L’Ue ha stabilito che annullare gli abbonamenti deve essere facile come registrarli.

Le grandi piattaforme online come Facebook dovranno poi rendere trasparente agli utenti il funzionamento dei loro algoritmi di raccomandazione (ad esempio utilizzati per ordinare i contenuti nel feed di notizie o suggerire programmi su Netflix).

Cambia la profilazione e il feed. Agli utenti deve anche essere offerto un sistema di raccomandazione “non basato sulla profilazione”. Nel caso di Instagram, ad esempio, ciò significherebbe un feed cronologico (come introdotto di recente). I servizi di hosting e le piattaforme online dovranno spiegare chiaramente perché hanno rimosso i contenuti illegali, oltre a dare agli utenti la possibilità di presentare ricorso contro tali rimozioni.

Contenuti illegali. Il nuovo regolamento prevede l’obbligo di rimuovere “prontamente” eventuali contenuti illegali o nocivi o che circolano sulle loro piattaforme (secondo le leggi nazionali ed europee) non appena una piattaforma ne viene a conoscenza. Costringe poi i social network a sospendere gli utenti che “spesso” violano la legge.

Fornire i dati. Le grandi piattaforme online dovranno fornire dati chiave ai ricercatori per “fornire maggiori informazioni su come si evolvono i rischi online”. I mercati online devono conservare le informazioni di base sui commercianti sulla loro piattaforma per rintracciare le persone che vendono beni o servizi illegali. Le grandi piattaforme dovranno anche introdurre nuove strategie per affrontare la disinformazione durante le crisi.

Cosa cambia per l’ecommerce

Nel DSA è contenuto anche un importante aggiornamento sulla direttiva delle piattaforme di ecommerce, nata 20 anni fa quando le piattaforme giganti erano ancora allo stato embrionale. I siti di vendita online saranno obbligati a verificare l’identità dei loro fornitori prima di offrire i loro prodotti. I prodotti saranno verificati una volta all’anno da organismi indipendenti e posti sotto la supervisione della Commissione Europea.

L’iter legislativo del Dsa

L’accordo politico sul Digital Services Act apre la strada alla sua adozione formale nelle prossime settimane e alla legge vera e propria che entrerà in vigore probabilmente entro la fine dell’anno. Anche se le regole non inizieranno ad applicarsi fino a 15 mesi dopo, quindi c’è un periodo di tempo abbastanza lungo per consentire alle aziende di adattarsi.

Perché il DSA cambia tutto

Finora i regolatori non avevano accesso ai meccanismi interni di Google, Facebook e di altre piattaforme, ma con la nuova legge le aziende dovranno essere trasparenti e fornire informazioni ai regolatori e ai ricercatori indipendenti sugli sforzi di moderazione dei contenuti.

Un esempio? Conoscere i dati di YouTube per sapere se il suo algoritmo ha indirizzato gli utenti verso la propaganda russa più del normale. Per far rispettare le nuove regole, la Commissione europea dovrebbe assumere circa 200 nuovi dipendenti, che saranno pagati dalle aziende tecnologiche attraverso una “tassa di vigilanza’’, che potrebbe arrivare fino allo 0,1% del loro reddito netto globale annuale.

Le reazioni delle Big Tech

I giganti tech hanno fatto pressioni a Bruxelles per rendere innocue le nuove regole della Ue. Al momento Facebook e Twitter non hanno commentato. Google, invece, venerdì scorso ha dichiarato di non vedere l’ora di “lavorare con i politici per ottenere i dettagli tecnici rimanenti per garantire che la legge funzioni per tutti”.

Va detto che, sempre venerdì, Twitter ha dichiarato che vieterà dal suo sito gli inserzionisti che negano il consenso scientifico sul cambiamento climatico. A novembre scorso Frances Haugen, la whistleblower di Facebook, sempre a proposito del DSA aveva detto che si trattava “di un’occasione storica che non poteva essere mancata”.

Il Digital Services Act (DSA) ha il potenziale per essere uno ‘standard globale’ e ispirare altri paesi a “perseguire nuove regole che salvaguardino le nostre democrazie” aveva sottolineato Haugen. Di “un grande momento per la politica tecnologica in tutto il mondo” ha parlato Jim Steyer, CEO di Common Sense Media con sede a San Francisco, un gruppo di difesa senza scopo di lucro per bambini e famiglie.

Steyer ha detto che il DSA è “una pietra miliare nella lotta globale per proteggere i bambini e le famiglie dai danni di Internet da parte di queste piattaforme non regolamentate. I legislatori europei hanno fatto un grande passo avanti per rendere Internet più sicuro per bambini e adolescenti. I legislatori qui devono guardarsi allo specchio e agire rapidamente per proteggere i nostri figli e il nostro futuro democratico. Ora è il momento del Congresso e dell’amministrazione Biden”.

L’ex presidente Barack Obama ha invitato le piattaforme tecnologiche a intensificare il freno alla disinformazione sulle loro piattaforme, criticando gli algoritmi opachi delle società e quelli che ha descritto come incentivi finanziari che incoraggiano la raccomandazione di contenuti estremi o provocatori sulle piattaforme.

agi.it




Che cosa è lo splinternet e come la guerra in Ucraina sta dividendo anche la Rete

133720982 bed294c5 6dc5 4a26 8968 658f218e2c0d

133720982 bed294c5 6dc5 4a26 8968 658f218e2c0dIl web ha sempre vissuto dopo quella che Francis Fukuyama ha definito “La fine della storia”: un periodo in cui, dai primi anni ’90 in poi, le democrazie liberali sarebbero diventate lo stadio ultimo dell’evoluzione sociale. Con la guerra in Ucraina, la storia (ammesso che sia mai finita) è tornata in un mondo digitale: i carri armati che avanzano verso Occidente hanno fatto emergere le crepe che dividono non solo il pianeta ma anche Internet.

Tra blocchi incrociati e piattaforme di area, il world wide web non è mai stato così poco world wide. Quello che sta succedendo in Russia (e non solo) potrebbe accelerare e rendere più profonda la cosiddetta “splinternet”, cioè la frammentazione della Rete.

Così TikTok ha favorito la propaganda russa

La Russia ha definito Facebook e Instagram “organizzazioni terroristiche”. Anche Twitter è bloccato. L’unico, tra i grandi social, a essere raggiungibile è TikTok. Per limitare la proliferazione di propaganda e bufale, il 6 marzo l’app ha annunciato una stretta: divieto di pubblicazione per gli account russi e oscuramento dei post internazionali. Silenzio assoluto pur di continuare a operare in Russia senza incappare nelle maglie del Cremlino.

Secondo i ricercatori di Tracking Exposed, però, il bando è stato “opaco e inconsistente”. Fino al 26 marzo è stato possibile aggirarlo, ad esempio con l’utilizzo di Vpn. Tra il 23 e 25 marzo i vincoli sono stati addirittura rimossi, senza alcuna comunicazione: per circa 48 ore, la pubblicazione da desktop è stata libera. In sostanza: il muro di TikTok ha avuto per circa venti giorni enormi falle. Risultato: prima del bando c’era equilibrio tra i contenuti pro e quelli contro la guerra. Dopo il bando, il 93,5% dei contenuti era favorevole e solo il 6,5% contrario.

A cosa è dovuto questo squilibrio? Secondo Tracking Exposed, la legge introdotta il 4 marzo per ammutolire il dissenso potrebbe aver spinto i critici ad auto-censurarsi. Ma, soprattutto, la propaganda di Mosca, più organizzata e meno granulare, sarebbe stata capace di individuare, diffondere e sfruttare le falle di TikTok. I ricercatori ipotizzano che si sia trattato di un problema tecnico e non di una breccia voluta per favorire Mosca. Ma tant’è.

Dal 26 marzo, il bando sembra funzionare in modo efficace. Non ci sono nuovi contenuti, ma i problemi restano: i video caricati sfruttando le crepe continuano a circolare. TikTok in Russia è quindi diventata una sorta di bolla isolata dal mondo, con una larga prevalenza di post favorevoli all’invasione dell’Ucraina. “Poiché i contenuti recenti messi a disposizione sono pochi e quelli internazionali assenti – afferma Tracking Exposed – possiamo dedurre che questi post hanno un ruolo particolarmente importante nel plasmare la percezione della guerra tra gli utenti russi”. E così, aggiunge la ricercatrice Giulia Giorgi, “in un solo mese, TikTok è passato dall’essere considerato una seria minaccia per il sostegno interno a diventare un altro possibile canale di propaganda di Stato”.

Dalla balcanizzazione alla fine della Rete

Quello che sta succedendo a TikTok in Russia apre a una discussione più ampia. Insieme al ritorno della storia, sta arrivando la frammentazione di Internet? Come dimostra il Great Firewall cinese, non è una questione nuova. Solo per fare alcuni esempi: Google è stato bloccato in Cina nel 2010.

La società, qualche anno dopo, ha esplorato – senza successo – la possibilità di tornarci con Dragonfly, un motore di ricerca che assecondasse la censura. Sempre in Cina, non sono ufficialmente accessibili Facebook, Instagram e Whatsapp, mentre esiste una costellazione di piattaforme (da WeChat a Baidu) con una penetrazione ridotta oltre i propri confini. Se in tutto l’occidente Facebook è il social più diffuso, nei Paesi che facevano parte dell’Unione Sovietica prevale VK.

Per evitare chiusure (come quella minacciata dall’allora presidente Usa Trump), la capogruppo ByteDance ha distinto in modo sempre più netto l’app occidentale (TikTok) da quella cinese (Douyin). Stesso social, regole e restrizioni diverse a seconda del territorio in cui opera. La questione russa, però, secondo Tracking Exposed rappresenta un salto di qualità: “La polarizzazione geopolitica legata alla guerra provoca una maggiore balcanizzazione dei social media”, con sempre più frequenti versioni di app e prodotti pensati per aree specifiche.

Secondo Salvatore Romano, capo della ricerca per Tracking Exposed, “le azioni di TikTok in Russia ci portano in un territorio inesplorato per Internet, dove la tua nazionalità ti impedisce di vedere contenuti a cui il resto del mondo può accedere liberamente”. Ecco perché servono un dibattito e leggi internazionali che impediscano “restrizioni sui contenuti basate sulla nazionalità”.

Il Mit Technology Review si è spinto a disegnare uno scenario ancora più estremo, nel quale a frammentarsi non sono le piattaforma ma Internet. Fino a ora, infatti, ci sono state diverse versioni di app e regole differenti sulla gestione dei dati (come nel caso del Gdpr). Tutti però, dalla Russia agli Stati Uniti, hanno utilizzato la stessa tecnologia. Cosa succederebbe, si chiede il giornalista James Ball, se invece di un’unica Internet globale ci fosse un certo numero di reti nazionali o regionali, che non si parlano tra loro, operano utilizzando tecnologie incompatibili e sono governate da organi differenti? “L’era di un mondo connesso sarebbe finita”.

AGI.IT




Netflix, svolta clamorosa: arriva la pubblicità negli abbonamenti

netflix legalizza labbonamento condiviso copertina

netflix legalizza labbonamento condiviso copertinaNonostante la cifra record di 221 milioni di abbonati in tutto il mondo, gli azionisti di Netflix non hanno mai nascosto una certa preoccupazione per il futuro dell’azienda.

Questo perché al di là delle apparenze, le stime per i nuovi clienti erano parecchio in calo rispetto a quelle che erano le previsioni di crescita del gruppo, ovverosia almeno 4 milioni di nuovi abbonati nel primo trimestre di quest’anno.

Oggi sono arrivate le conferme con i risultati finanziari del primo trimestre 2022 che presentano dati  tutt’altro che incoraggianti.

Netflix, ci vogliono nuove fonti di business

Secondo i documenti ufficiali dell’azienda, il colosso dello streaming ha registrato per la prima volta negli ultimi dieci anni un calo netto degli abbonati a livello mondiale di circa 200.000 unità, rispetto al quarto trimestre 2021. E secondo le previsioni ufficiali, le cose potrebbero peggiorare nel secondo trimestre dell’anno, quando il numero di abbonati potrebbe ridursi di altri due milioni.

Le cause di queste difficoltà da parte di Netflix sono molteplici, e tra esse ci sono indubbiamente fattori come l’aumento del prezzo dell’abbonamento negli Stati Uniti, l’assurda uscita dal mercato russo a seguito della guerra russo-ucraina, la forte concorrenza nel settore delle piattaforme di streaming, l’aumento dell’inflazione e la condivisione delle password degli account.

Da questo punto di vista l’azienda segnala che almeno 100 milioni di famiglie accedono ai suoi contenuti  tramite password condivise. Una situazione dunque complicata per l’azienda, che a questo punto sta pensando all’introduzione di un nuovo piano di abbonamento con annunci pubblicitari. Uno o più pacchetti che le consentirebbero di offrire servizi più economici in grado di attirare più pubblico.

 

Spiega Reed Hastings, amministratore delegato, co-fondatore e presidente di Netflix: “chi mi conosce sa che  sono contrario alla pubblicità e che sono un grande sostenitore della semplicità degli abbonamenti. Ma per quanto lo sia, sostengo ancora di più la scelta dei consumatori,  che desiderano avere un prezzo più basso per Netflix e che tollerano la pubblicità. Per ora, comunque, non ci sono progetti concreti, ma è innegabile che questa apertura porterà certamente a degli sviluppi importanti nei prossimi mesi.

da webnews.it




WhatsApp, come censurare le immagini prima di inviarle

sending high quality images in whatsapp

sending high quality images in whatsappCon questo piccolo trucco di WhatsApp potete inviare le vostre foto o copie di documenti mascherando quelle parti che non volete mostrare a nessuno.

WhatsApp sta vivendo un periodo di particolare fermento. Dopo aver introdotto novità come le Community, ovverosia una funzione che consentirà alle persone di aggregare gruppi separati in un gruppo più grande, secondo la struttura a loro più congeniale, il servizio di proprietà di Facebook sta testando nuove possibilità per migliorare l’esperienza dei suoi utenti. Ma nel frattempo ci sono tantissime opzioni già implementate nell’app di cui spesso gli utenti non conoscono l’esistenza o si dimenticano di utilizzare, e che invece può risultare utile conoscere. Un esempio? Lo sapevate che potete inviare delle immagini censurate per tutelare così la vostra privacy?

WhatsApp e la censura delle foto

Proprio così. Spesso capita di voler scambiare con degli amici alcune foto, oppure si presenta la necessità di dover inviare copia di un documento personale o un’immagine di cui però sarebbe preferibile non mostrare troppi dettagli o i volti di altri presenti per ragioni legati alla privacy. Ebbene, l’applicazione consente ai suoi  utenti di operare una sorta di vera e propria “censura” di porzioni di foto e immagini poco prima di spedirle. In questo modo chi le riceve potrà solo vedere quanto chi invia vuole mostrargli.

Grazie a un semplice trucco, attuabile sia su iPhone che su alcuni smartphone con sistema operativo Android, è possibile editare l’immagine prima dell’invio.

Basta aprire una qualsiasi  chat e cliccare sull’icona utile che serve ad aprire l’archivio fotografico sullo smartphone.  A quel punto bisogna quindi selezionare la foto che si vuole allegare al messaggio. Prima di spedirla, però, tra le varie opzioni di editing che appaiono di solito, si deve selezionare l’icona a forma di matita in alto a destra. A quel punto apparirà  una barra verticale con un gamma di colori disponibili modificabile scorrendovi sopra un dito.

Ebbene, all’interno del gradiente di colori, tra le varie sfumature selezionabili tramite un pallino, c’è una piccola porzione che rappresenta dei pixel. Basta selezionarla e, dopo conferma, utilizzare il polpastrello del dito come penna per “disegnare” sopra la foto nei punti desiderati, ad esempio un volto, in maniera tale da pixellarlo e dunque farlo diventare “oscurato” e non riconoscibile. E il gioco è fatto.

da webnews.it




Stop al Canone RAI 2023: ecco come fare per non pagarlo

canone rai 2

canone rai 2Il Canone RAI verrà scorporato dalla bolletta della luce dal 2023, ma rimarrà come tassa. Eppure esiste un modo per non pagarlo.

La nuova gestione del Canone della RAI con gli addebiti in bolletta verrà archiviata dal prossimo anno con non poche polemiche, ma la decisione è ormai stata presa: si tornerà probabilmente ai vecchi bollettini postali. Ma il suo pagamento resta comunque obbligatorio. Sono infatti esonerati dal pagamento del canone gli ultrasettantacinquenni con reddito non superiore a determinate soglie, i diplomatici e militari stranieri e coloro che non detengono un apparecchio televisivo.

Canone RAI 2023, come ottenere l’esenzione?

Chi avesse la necessità di certificare l’esenzione che va richiesta ogni anno, può farlo attraverso una semplice raccomandata. La necessità d’inviare ogni anno il modulo di esenzione serve per stanare gli eventuali furbetti e per combattere l’evasione. Inviare una falsa autocertificazione, infatti, comporta rischi penali. Chi, dunque, preferisse inviare l’autocertificazione via raccomandata dovrà farlo allegando copia del documento di identità all’indirizzo Sat – c.p.22 Torino.

L’invio può essere fatto anche telematicamente dal sito dell’Agenzia delle entrate o attraverso un CAF. Il modulo può essere inviato anche via PEC all’indirizzo cp22.sat@postacertificata.rai.it. I documenti, in questo caso, andranno anche essere firmati digitalmente.

Se la domanda non viene presentata in tempo, ai contribuenti viene concessa un’esenzione parziale. La dichiarazione, infatti, può anche essere presentata tra il 1° febbraio e il 30 giugno, ma in questo caso verrà evitato l’obbligo di pagamento per il secondo semestre dello stesso anno. In altre parole, l’interessato dovrà pagare soltanto metà dell’importo, cioè 45 euro anziché 90 euro. La dichiarazione deve essere presentata:

  • dal 1° luglio al 31 gennaio dell’anno successivo per l’esonero del pagamento per l’intero anno successivo (per esempio, una dichiarazione presentata nel novembre del 2022 avrà effetto per tutto il 2023)
  • dal 1° febbraio al 30 giugno per l’ esonero dall’obbligo di pagamento per il secondo semestre dello stesso anno (per esempio, una dichiarazione presentata a maggio 2022 avrà effetto per il secondo semestre del 2023).

 

Esiste un modo per non pagarlo?

In sostanza, il pagamento del Canone è obbligatorio, a meno che, come visto, una persona non dimostri di non avere in casa nessun televisore in grado di ricevere il digitale terrestre tramite sintonizzatore TV. E qui si apre uno scenario particolare: in questo caso, infatti, è possibile guardare ugualmente i canali RAI, ma in streaming.

Esistono infatti delle app che permettono di vedere in diretta, tramite una buona connessione internet, diversi tra i più importanti canali del digitale terrestre.

E tutto legale: basta avere un monitor senza sintonizzatore TV e fruire della programmazione del digitale terrestre tramite internet. Così non si viola la legge, come spiegato indirettamente proprio sul sito della RAI dedicato: “solo apparecchi atti o adattabili a ricevere il segnale audio/video attraverso la piattaforma terrestre e/o satellitare sono assoggettabili a canone TV”, si può leggere in una nota esplicativa sull’argomento.

 

Ne consegue che di per sé i computer, se consentono la visione dei programmi televisivi via Internet e non attraverso la ricezione del segnale digitale terrestre o satellitare, e i vecchi televisori analogici, non sono assoggettabili a canone (note Min. Sviluppo Economico del 22 febbraio 2012 e del 20 aprile 2016).

da webnews.it




Italia nel mirino degli hacker: è tra i Paesi più colpiti al mondo

security hacker 1280 e1648029771247

security hacker 1280 e1648029771247Nei mesi di gennaio e febbraio 2022 l’Italia continua a rimanere tra i Paesi più colpiti dai cybercriminali. Per quanto riguarda i ransomware a gennaio è stata la terza nazione più colpita a pari merito con l’India, la settima a febbraio. Per quanto riguarda i malware invece, l’Italia è stato il nono Paese più colpito a gennaio e il settimo a febbraio. Il dato emerge dall’ultimo report di Trend Micro Research, la divisione di Trend Micro, leader globale di cybersecurity, specializzata in ricerca&sviluppo e lotta al cybercrime.

Nel dettaglio, a gennaio il numero totale di ransomware intercettati in tutto il mondo è stato di 785.000, a febbraio di 1.184.000. L’Italia a gennaio ha ricevuto il 4,83% di attacchi ed è preceduta solo da Stati Uniti (31,60%), Francia (5,94%) ed è a pari merito con l’India (4,83%), mentre a febbraio l’Italia è stata colpita dal 3,55% dei ransomware che si sono abbattuti in tutto il mondo ed è preceduta da Stati Uniti (24,81%), Turchia (9,76%), Giappone (8,96%), Russia (5,98%), India (4,63%) e Olanda (3,82%). I settori più colpiti dai ransomware sono il manufacturing, la Pa e i servizi finanziari.

Per quanto riguarda i malware, nei mesi di gennaio e febbraio l’Italia è stata colpita da oltre 17 miliardi di attacchi totali (17.707.911). I dati sono frutto delle analisi della Smart Protection Network, la rete di intelligence globale di Trend Micro che individua e analizza le minacce e aggiorna costantemente il database online relativo agli incidenti cyber, per bloccare gli attacchi in tempo reale grazie alla migliore tecnologia disponibile sul mercato. La Smart Protection Network è costituita da oltre 250 milioni di sensori e blocca una media di 65 miliardi di minacce all’anno, con il record di 94 miliardi di minacce bloccate nel 2021.

Tra gennaio e febbraio 2022 la Smart Protection Network di Trend Micro ha gestito 927 miliardi di query e fermato 18,4 milioni di minacce (18.451.000), di cui circa il 65% arrivava via e-mail.

agenzia Dire – www.dire.it




E’ arrivato Google Chrome 100: ecco cosa cambia

google chrome 100

google chrome 100Google rilascia Chrome 100 per Android: sarà disponibile su Google Play nei prossimi giorni. Tanti miglioramenti della stabilità e delle prestazioni.

“Salve a tutti! Abbiamo appena rilasciato Chrome 100 (100.0.4896.58) per Android: sarà  disponibile su Google Play nei prossimi giorni. Questa versione include miglioramenti della stabilità e delle prestazioni. Puoi vedere un elenco completo delle modifiche nel  registro Git“. Con questo messaggio Google ha annunciato sul suo blog ufficiale il rilascio della nuova versione del suo browser su tutte le piattaforme compatibiliIl browser, a seconda della versione, può essere scaricato via App Store o Google Play Store, oppure dal sito web ufficiale di Chrome: l’aggiornamento in questo caso avviene automaticamente, e viene applicato al riavvio successivo al download.

Google cambia lo stile del logo

Oltre a un design del logo più stilizzato e colorato, ma soprattutto con un design specifico per ogni sistema operativo per adattarsi meglio all’interfaccia della piattaforma che la ospita, il browser si presenta su Android con un’interfaccia Material You che si espande in più aree per una gestione più smart delle notifiche, la possibilità di cambiare lingua per ciascuna delle applicazioni presenti sul dispositivo, nuove opzioni per le fasi di lockscreen e una migliore gestione energetica del device su ci si trova installato.

Anche su Desktop Chrome 100 introduce numerose novità, come per esempio il modo in cui le stringhe dei cookie vengono analizzate, la gestione delle Web App su più schermi grazie all’implementazione della Multi-Screen Window Placement API e le Digital Goods API, che consentono alle web app di Play Store di accettare acquisti digitali.

 

Tutti i dettagli sono comunque disponibili seguendo questo link. Riguardo la questione rischi User-Agent, non risultano problemi di visualizzazione sui vecchi siti a causa dell’introduzione della terza cifra. Per festeggiare il raggiungimento di quota 100, infine, Google ha  organizzato un’iniziativa chiamata “100 cool web moments“, ovverosia una pagina web che raccoglie 100 eventi più importanti relativi allo sviluppo del World Wide Web dal 2008 (anno in cui Chrome è stato lanciato) a oggi raggiungibile cliccando qui.

da webnews.it




YouTube contro le app parassita: ecco perché chiude Vanced

cattura

catturaAGI – Vanced chiude. L’app non sarà più disponibile “per ragioni legali”: ha ricevuto una diffida da parte di Google, società proprietaria di YouTube. La ragione è semplice: l’applicazione (non ufficiale) permette di guardare i video della piattaforma saltando gli annunci pubblicitari. L’app ha un logo simile a quello di YouTube e, fino a poco fa, si faceva chiamare YouTube Vanced (il profilo Twitter è ancora @YTVanced).

Non è bastato rimuovere dal proprio sito i riferimenti esplicita alla piattaforma e scrivere che l’applicazione “non è affiliata in alcun modo a Google”. Entro poche ore, l’app non sarà più scaricabile e non verrà più aggiornata, anche se – per chi l’ha già installata – dovrebbe continuare a funzionare, hanno scritto gli sviluppatori, per circa due anni.

È probabile che Google, dopo aver lasciato fare per un po’, abbia deciso di intervenire vista la crescente diffusione di Vanced. La mossa di iniziare a vendere Nft (e quindi a incassare) potrebbe aver attirato l’attenzione e accelerato un processo il cui esito sembrava comunque scontato. Se, infatti, si può discutere sul perché Google abbia deciso di agire adesso, le ragioni della diffida sono solari.

L’applicazione ha delle funzioni che sono spesso invocate dagli utenti di YouTube: una modalità “scura” per risparmiare la batteria e rilassare gli occhi, controlli più intuitivi per la gestione del volume e la luminosità, possibilità di continuare ad ascoltare l’audio di un video in background (cioè mentre sul display c’è un’altra app). Fornisce anche un’estensione che di fatto reintroduce il “Non mi piace”, di recente rimosso da YouTube.

Quello che però non può andare giù a Google è il blocco degli annunci: Vanced permette di guardare i video senza pubblicità. In sostanza, fornisce gratuitamente una funzione disponibile solo con l’abbonamento a YouTube Premium (che in Italia costa 11,99 euro al mese). Non solo: divide il video in segmenti e ne riconosce i contenuti, consentendo di tagliare quelli sgraditi agli utenti, come l’introduzione oppure i secondi dedicati al prodotto in un video sponsorizzato.

Dietro la neutra definizione di “app non ufficiale”, quindi, ce ne sarebbe un’altra: Vanced è un’app parassita. Per quanto molto diffusa, con tutta probabilità ha avuto un impatto meno che marginale sul fatturato di YouTube. Ma la sua presenza produce comunque alcuni effetti negativi: riduce le visualizzazioni degli annunci, scoraggia la sottoscrizione dell’abbonamento e penalizza i creatori di contenuti (grandi e piccoli).

Vanced non è un caso isolato. Ci sono altre applicazioni simili, sulle quali si stanno già riversando gli utenti. YouTube continuerà di sicuro a difendere se stessa. È probabile che, in parallelo, possa lavorare all’integrazione di alcune funzionalità nella versione gratuita: non è in discussione l’addio alla pubblicità (che è il motore finanziario della piattaforma), ma l’effimero successo di Vanced potrebbe spingere YouTube a valutare opzioni come la modalità “dark” o le regolazioni audio e video più evolute.

Al momento, non c’è nulla di ufficiale, ma è successo qualcosa di simile pochi mesi fa. Con lo stesso metodo della diffida con cui ha forzato la chiusura di Vanced, tra agosto e settembre 2021 YouTube ha decretato la fine di Groovy e Rythm, due bot che permettevano agli utenti della piattaforma Discord di ascoltare e condividere musica tratta dai video di YouTube. Nel giro di pochi giorni, lo scorso settembre, Discord ha rilasciato un servizio – Watch Together – che somiglia molto a quei bot, ma obbedisce ai termini e alle condizioni di YouTube, sia per quanto riguarda gli annunci pubblicitari che per la privacy degli utenti. In pratica, Discord offre agli utenti la possibilità di ascoltare musica da YouTube in modo legale. In cambio, diventa un nuovo canale di distribuzione di Google, che così potrà raggiungere nuove orecchie e incamerare altri dati.




Telegram si aggiorna con un super update, ecco tutte le novità

ea2078f7918f0250aa

ea2078f7918f0250aaTelegram ha rilasciato poco fa un mega update per Android, iOS, iPadOS e macOS. L’aggiornamento di oggi introduce strumenti per aiutare gli utenti a controllare meglio i suoi download, per inviare documenti con un tocco, per riorganizzare gli album di contenuti multimediali prima dell’invio, per trasformare un canale in una stazione TV, e altro ancora.

Gestione dei download

Gli utenti Telegram possono inviare file di qualsiasi tipo fino a 2GB ciascuno e accedervi da qualsiasi dispositivo – grazie a un archivio cloud illimitato. Quando i file vengono scaricati manualmente, ora appare una nuova icona nella barra di ricerca. L’utente può toccare l’icona o andare nella scheda ‘Download’ all’interno dell’area di Ricerca per visualizzarli e gestirli – metterli in pausa e riprendere tutti i download o i singoli elementi, e selezionarli singolarmente per aumentare la priorità o visualizzarli nella chat.

Nuovo menu degli allegati

Quando si inviano foto o video multipli, toccando ‘… selezionati’ nella parte superiore del pannello si può ora vedere l’anteprima dell’album prima che venga inviato – e per riorganizzare o rimuovere i media selezionati. Su iOS, il menu degli allegati è stato completamente ridisegnato per raggiungere l’app Android. L’opzione della fotocamera è ora integrata nella galleria e una nuova barra di navigazione consente l’accesso rapido a foto, file, condivisione della posizione e altro. La scheda File aggiornata mostra i file inviati di recente e ti permette di cercarli per nome.

Procedura di accesso ridisegnata

Con la modalità notturna, i pannelli e le intestazioni hanno un sottile effetto di trasparenza – che permette di intravedere gli sfondi della chat, gli sticker e i media mentre si scorre. Su Android e MacOS, la procedura di accesso è stata ridisegnata con nuove eleganti animazioni. Su Android, ad esempio, si può osservare come le cifre del  codice di accesso scivolano al loro posto. Le app di Telegram permettono agli utenti di eseguire l’accesso a più account contemporaneamente – con diversi numeri di telefono.

Link con i numeri di telefono

Chiunque può creare un @username unico dalla pagina delle Impostazioni – dando agli altri un modo facile per essere contattati tramite la Ricerca o il link t.me/username, senza condividere il numero di telefono. Questo aggiornamento permette anche di condividere un link diretto a un numero di telefono che apre istantaneamente una chat. Naturalmente, il link funzionerà solo se le impostazioni della privacy permettono agli altri di trovare l’utente attraverso il tuo numero di telefono.

Dirette streaming con altre app

I gruppi e canali supportano le trasmissioni di video in diretta con un numero illimitato di spettatori. Visto che i blogger professionisti e i giornalisti usano sempre più spesso le dirette streaming di Telegram per raggiungere i loro iscritti, con questo aggiornamento si potrà trasmettere da strumenti di streaming come OBS Studio e XSplit Broadcaster – così da poter aggiungere overlay e layout multi-schermo con facilità, trasformando qualsiasi canale Telegram in una emittente televisiva professionale.

Per trasmettere da questi strumenti basta iniziare una nuova Chat video nel gruppo o una nuova Diretta streaming nel canale, toccare il pulsante ‘Trasmetti con’ e inserire le informazioni che compaiono su Telegram nel software di streaming. Infine ci sono le nuove pagine t.me. Con i link t.me come t.me/durov, chiunque può vedere l’anteprima di profili, post o interi canali pubblici nel suo browser – anche se non è ancora iscritto a Telegram.

 

da webnews.it




Guerra Russia-Ucraina: allarme malware su Telegram

hacker

hackerE’ allarme malware su Telegram. Secondo quanto scoperto dai ricercatori di Cisco Talos Intelligence Group, una delle principali aziende al mondo di sicurezza informatica e monitoraggio sui pericoli causati dai virus digitali, la nota app sarebbe stata presa di mira nelle ultime ore da criminali senza scrupoli che sfrutterebbero il conflitto in corso tra Russia e Ucraina per diffondere una serie di pericolosi codici malevoli.

Nuova campagna malware su Telegram

Tanti i casi rilevati dai ricercatori, tra i quali spicca quello di un gruppo criminale che offrirebbe su Telegram un tool completo chiamato “Liberator” contenente uno DDoS “utile” per mettere i siti offline, pronto per essere utilizzato contro piattaforme russe. Il file, una volta scaricato, in realtà non fa altro invece che infettare il dispositivo della vittima con un malware progettato per rubare credenziali e informazioni sulle criptovalute.

Ma le minacce informatiche possono assumere la forma anche di e-mail o messaggi esca a tema su notizie relative al conflitto o richieste di donazioni per i profughi, o malware mascherati da strumenti di sicurezza difensivi.

Visto che Telegram è molto popolare nell’Europa orientale e ampiamente utilizzata sia da ucraini che da russi, di trucchi come questi per convincere gli uni o gli altri o i rispettivi simpatizzanti a scaricare materiale infetto sono parecchi. “Ricordiamo a tutti gli utenti Telegram di fare attenzione a cosa scaricano e di guardare attentamente le mail sospette prima di aprirle”, avvisano gli esperti di Cisco Talos Intelligence Group.

Massima attenzione anche per chi usa Telegram Web, in quanto parte della campagna malware in corso riguarda anche la versione PC dell’app, e si basa su un dropper camuffato da strumento Disbalancer.exe. Quest’ultimo sarebbe protetto con ASProtect, un noto packer per eseguibili Windows che una volta introdotto nel sistema del malcapitato di turno, provoca una serie indescrivibile di guai.

webnews.it