Attenti a queste tre app su Google Play Store: possono rubarvi dati e soldi!

android trojan

android trojanCi sono tre app che possono essere molto pericolose se installate sul proprio dispositivo, fino a farvi perdere dispositivo e soldi.

Il pericolo virus informatico è sempre dietro l’angolo, e in tal senso nemmeno gli smartphone Android sono al sicuro. Anzi, parallelamente con l’enorme diffusione di questi dispositivi, è cresciuto notevolmente anche il numero di attacchi malware. Come segnalato da diversi siti internazionali, tra i quali Bleeping Computer, c’è una nuova minaccia nascosta a cui milioni di utenti devono assolutamente fare attenzione, in quanto ben camuffata all’interno di applicazioni che fino a poco tempo fa si trovavano addirittura nel Play Store di Google. Ma facciamo un passo alla volta.

Android, occhio a queste app pericolose

Secondo gli analisti le applicazioni  incriminate in realtà contengono tutte il trojan Android.Spy.4488. Si tratta di un software malevolo capace di rubare subito i dati delle sue vittime, compresi quelli per loggarsi e accedere ai diversi servizi, specie quelli bancari. In questo modo è in grado di accedere al conto corrente del malcapitato rubandogli fino all’ultimo centesimo.

Attivo già a partire dall’inizio dell’anno, questo virus si sarebbe evoluto nel corso degli ultimi mesi, trovando “ospitalità” in molti applicativi. Di conseguenza, la nuova variante di questo banking trojan per Android è diventato molto più insidioso.

Una volta penetrato in un sistema, tramite false schermate di login o da ogni SMS ricevuto, inclusi quelli legati ai sistemi di verifica in due passaggi, il malware è in grado di rubare le password di moltissime app. In questo modo i criminali possono agire da remoto sul device della vittima in modo del tutto indisturbato, rubarne le credenziali bancarie ed effettuare frodi online.

 

E’ infatti anche in grado di sfruttare appositi payload malevoli scaricati da server che funzionano con protocollo C&C, svuotando a loro volta i conti correnti dei malcapitati. Le tre app all’interno delle quali si trova sono WhatsApp Plus, ObWhatsApp e GBWhatsApp. Se le avete installate sul vostro dispositivo, eliminatele subito.

da webnews




WhatsApp, quando l’app trascriverà i messaggi audio in automatico?

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how to hide your last seen status on whatsapp met6WhatsApp sta testando una nuova funzionalità per quegli utenti che non amano particolarmente ricevere e ascoltare i messaggi vocali.

I vocali di WhatsApp sono un po’ la croce e delizia di molti utenti della nota piattaforma di messaggistica. Per qualcuno, infatti, risulta estremamente comodo e immediato poter inviare intere discussioni in forma audio, piuttosto che farlo in maniera scritta perdendo magari qualche secondo o minuto in più a seconda dell’abilità di scrittura di ciascuno. Per altri, di contro, può dare fastidio ascoltare i messaggi audio per diverse ragioni, compreso il fatto che questi ultimi tendenzialmente tendono a essere molto più lunghi di quelli normalmente scritti, soprattutto se l’utente che invia il messaggio è notoriamente un tantino “chiacchierone”.

WhatsApp trascriverà i messaggi vocali?

Per mitigare l’impatto con quest’ultimo tipo di situazioni, gli sviluppatori hanno introdotto da qualche tempo la funzione per accelerare le note audio, ma evidentemente ciò non basta. Così WhatsApp da tempo sta lavorando a una funzionalità che permetterà di trascrivere in automatico il messaggio vocale, in maniera tale che il ricevente se lo ritrovi poi in un formato testuale.

In pratica, attivando il riconoscimento vocale un utente potrebbe ottenere la trascrizione dei dati vocali, che verrebbero inviati ad Apple (e a Google) per l’elaborazione. Dopo di che, il messaggio audio “trasformato” in forma testuale verrebbe salvato localmente nel database di WhatsApp per poi essere indirizzato eventualmente al ricevente.

Purtroppo al momento non si conosce ancora quando questa feature verrà rilasciata. Secondo alcuni rumor potrebbe essere questione di settimane, considerando che su di essa il team di sviluppo ci sta lavorando già dallo scorso anno. A meno che, per qualche strano motivo, Meta non dovrebbe decidere di rinunciare a questa particolare funzionalità, tra l’altro molto richiesta da una buona fetta di utenza.

 

Ricordiamo che il team di WhatsApp ha operato diverse migliorie alla messaggistica vocale, integrando nuove opzioni come ad esempio  quella per visualizzare le onde sonore dei file audio, e di ascoltare una nota vocale registrata, prima di inviarla al destinatario: una funzione già disponibile in passato, ma rielaborata così da risultare per tutti immediata e intuitiva.

da webnews.it




World Password Day, milioni di persone usano ancora “123456”

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password“123456” e “password” sono ancora le peggiori password in assoluto, ma vi sono alcuni nuovi arrivati, tra cui “starwars”,

Si parla tanto di privacy, protezione dei dati, controllo delle informazioni personali e minacce in grado di mettere in ginocchio i sistemi di difesa, ma i primi fautori delle nostre disgrazie siamo spesso noi stessi, con le nostre disattenzioni e la nostra mancata o falsata percezione del pericolo. Siamo pronti a puntare il dito contro le piattaforme che non ci tutelano, ma continuiamo a utilizzare “123456” come codice segreto per accedere agli account. Un tema delicato, tornato in auge in occasione del World Password Day che si celebra proprio oggi.

Cattive password: c’è anche Star Wars

Come ogni anno, “123456” e “password” sono ancora le peggiori password in assoluto, come del resto le date di nascita, i nomi dei propri figli o dei propri animali domestici, ma vi sono alcuni nuovi arrivati, tra cui “starwars”, “stopthewar” e “trustno1”, che in italiano significa “non fidarti di nessuno”. Tali password sono state usate da milioni di persone, anche in Europa, per la gioia degli hacker, che usano queste informazioni per entrare nei profili personali degli utenti.

Dunque, nonostante passino gli anni e teoricamente l’informazione in tema tutela dei dati sia aumentata, emerge come gli utenti non prendano ancora sufficienti precauzioni per proteggere la loro sicurezza dagli attacchi dei malintenzionati.

Emerge dunque una situazione fin troppo scoraggiante: siamo nel 2022 ma le nostre password sono ancora incredibilmente deboli e facilissime da trovare anche per gli hacker più dilettanti. D’altronde, basta guardare anche le altre per strapparsi letteralmente i capelli dalla testa per la disperazione.  Ecco la lista delle prime venti cattive password più utilizzate al mondo pubblicata dalla CNBC:

  1. 123456
  2. 123456789
  3. qwerty
  4. password
  5. 12345
  6. 12345678
  7. 111111
  8. 1234567
  9. 123123
  10. qwerty123
  11. 1q2w3e
  12. 1234567890
  13. DEFAULT
  14. 000000
  15. abc123
  16. 654321
  17. 123321
  18. qwertyuiop
  19. Iloveyou
  20. 666666

 

Come creare una password sicura

Una password dovrebbe essere lunga, contenente caratteri e numeri misti, includere maiuscole e minuscole e bisognerebbe evitare frasi comuni. E poiché le violazioni della sicurezza sono ormai all’ordine del giorno, è importante non riutilizzare le password ma usarne una diversa per ogni sito web o servizio a cui ci si registra. In tal senso le società di sicurezza internazionali suggeriscono cinque regole base da seguire per creare una password sicura:

  • utilizzare una combinazione di caratteri;
  • creare password diverse per ciascun servizio a cui si accede;
  • una password più è lunga, più è sicura;
  • cambiare le password regolarmente;
  • sfruttare opzioni come l’autenticazione a due fattori.

Password

In alternativa potreste affidarvi a un buon servizio di password manager, come per esempio NordPass, oppure in alternativa 1Password.

da webnews.it




Amazon spia gli utenti con Alexa per fidelizzare la pubblicità?

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13212494 0 image a 28 1559041763913Secondo uno studio della University of California Amazon utilizzerebbe i nostri dialoghi per farci arrivare annunci personalizzati.

Parliamo di Amazon Alexa

Amazon utilizzerebbe il contenuto delle nostre conversazioni con Alexa per spiarci e scoprire i nostri interessi. Motivo? Fidelizzarci sfruttando abitudini e gusti per proporci della pubblicità mirata. A sostenerlo, come riportato da Repubblica, è uno studio pubblicato da un gruppo di ricercatori informatici delle università di Washington, della University of California e della Northeastern University. Ma  sarà così?

Amazon usa Alexa per fidelizzare i clienti?

“Le policy di Amazon per la privacy dicono che verranno usati alcuni dei dati vocali per migliorare funzioni come la rilevazione degli accenti, e così via. Ma da ciò che abbiamo trovato nel nostro studio, sembra che Amazon utilizzi i dati vocali anche per personalizzare le pubblicità” ha spiegato il dottor Umal Iqbal al New York Times. Di fatto, secondo il ricercatore, nonostante il colosso dell’e-commerce in dichiarazioni pubbliche sostenga di non utilizzare le conversazioni dei suoi clienti con Alexa per personalizzare la pubblicità, nei fatti agirebbe in maniera diversa.

A sostegno di questa teoria, gli studiosi hanno effettuato una serie di esperimenti: in pratica hanno creato sui dispositivi Echo diversi profili, ognuno dei quali caratterizzato da un certo interesse specifico, per esempio per la cucina piuttosto che per il cinema, e così via.

A quel punto hanno installato sui dispositivi delle app ad hoc in relazione ai gusti e agli argomenti preferiti da questi utenti facendoli poi interagire vocalmente. Dopo un certo periodo di tempo, i ricercatori delle tre università hanno chiesto ai singoli soggetti di connettersi alla Rete, loggarsi su Amazon e navigare sia tra le sue pagine che su altri siti. Osservando le pubblicità che venivano visualizzate, quindi, Umal Iqbal e i suoi colleghi avrebbero notato che non solo il gigante dell’e-commerce aveva aggiunto degli “interessi” individuati attraverso le app scaricate e la conversazione degli utenti con Alexa, ma anche che gli “spot” che venivano mostrati da Amazon risultavano personalizzati su questi interessi.

 

Per evitare che le conversazioni vengano usate per la pubblicità e difendere la propria privacy, il team che ha condotto questo studio suggerisce di scaricare e visualizzare i dati raccolti da Amazon, e quindi di chiedere la cancellazione dei dati relativi agli interessi. Successivamente, utilizzare le opzioni per l’opt-out alla raccolta di dati per personalizzare gli annunci.

da webnews.it




WhatsApp, il trucco per chattare con un numero che non è in rubrica

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whatsappyLo sapevate che è possibile chattare su WhatsApp con un numero senza salvarlo in rubrica? Proprio così. Una funzione utilissima, soprattutto se avete bisogno di dover messaggiare con qualcuno che poi non contatterete mai più nella vita, come ad esempio qualcuno da cui avete acquistato un prodotto su eBay. In questo modo non ci sarà bisogno di  aggiungere il numero della propria rubrica telefonica e di contattarlo tramite la nota applicazione di messaggistica istantanea solo dopo averlo fatto.

Come chattare su WhatsApp con un numero che non è salvato in rubrica

La soluzione sconosciuta a molti che consente di scrivere su WhatsApp a un numero che non è stato precedentemente salvato in rubrica prevede l’utilizzo di Whatsapp Web, vale a dire il servizio che consente di usare l’applicazione su PC (chiaramente è necessario collegare lo smartphone al proprio computer scansionando il codice QR). A questo punto, non resta che digitare il seguente indirizzo nella barra URL:

https://wa.me/NUMERO. Al posto di NUMERO bisognerà ovviamente scrivere il numero di telefono con il quale si desidera messaggere, preceduto dal prefisso telefonico internazionale. Esempio: https://wa.me/+39**********.

WhatsApp Web, quindi, aprirà una pagina in cui ci sarà scritto Chatta su WhatsApp con +39********** e all’utente basterà premere il pulsante Continua e vai alla chat per proseguire. Si aprirà quindi la chat con il numero selezionato, a cui ci si potrà presentare. Vale la pena sottolineare che questo sistema non funziona se, nell’URL, il numero di telefono non è preceduto dal prefisso telefonico internazionale. Quindi, nel caso in cui si scrivesse https://wa.me/********** (senza il +39 o un altro prefisso internazionale davanti) sarà impossibile contattare il numero.

da webnews.it




Da oggi è più semplice rimuovere i nostri dati personali da Google (no, non è il diritto all’oblio)

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141821639 421574b5 71c5 41a3 80be b641ce4989fcCi sono dei casi in cui il nostro indirizzo mail, il numero di telefono, le credenziali di accesso, gli estremi di documenti, i dati medici (i nostri dati personali) possono finire in rete e venire indicizzati dai motori di ricerca (in pratica da Google) per dolo o per errore. Si tratta di dati sensibili, che se manipolati e nelle mani sbagliate possono avere conseguenze pesanti (pensiamo a pratiche come lo stalking o il furto d’identità).

Stalking e dossieraggio

Dunque Google ha messo a disposizione dei propri utenti una funzionalità che amplia la possibilità di richiedere la deindicizzazione di questi dati. Amplia perché in realtà Mountain View già ha messo a disposizione degli utenti strumenti per limitare le informazioni che raccoglie come azienda o per consentire a bambini e giovani di richiedere la rimozione delle loro foto dai risultati di ricerca di immagini di Google.

In sintesi vuol dire che nessuno potrà trovare i dati in questione tramite ricerche mirate sul motore di ricerca. Nelle intenzioni di Google si vogliono aiutare le vittime del cosiddetto doxxing, quelle pratiche in cui le informazioni su una persona vengono pubblicate online senza il loro consenso, spesso con intenzioni dannose.

Da questa insieme sono esclusi i dati disponibili su siti istituzionali o fonti ufficiali, dove si presume che la pubblicazione possa avere una qualche legittimazione (diritto di cronaca).

Le notizie

“Quando riceviamo richieste di rimozione – si spiega – valuteremo tutti i contenuti della pagina web per assicurarci di non limitare la disponibilità di altre informazioni ampiamente utili, ad esempio negli articoli di notizie. Valuteremo anche se il contenuto appare come parte del record pubblico su siti di governo o fonti ufficiali. In questi casi, non effettueremo rimozioni».

Come richiedere la deindicizzazione

Per Google si tratta di uno sforzo a tutela della privacy degli utenti, ripulendo il proprio indice di informazioni da quei dettagli che possano rivelarsi deleteri per i singoli. Per le persone si tratta di uno strumento aggiuntivo di autotutela, da sfruttare per rendere la ricerca online meno pericolosa per sé e per la propria sicurezza (personale e online). Una apposita pagina di supporto è a disposizione per quanti possano aver necessità di portare avanti richieste di questo tipo.

agi.it




Con Elon Musk Twitter cambierà? I dubbi della rete

unnamed

unnamedIl primo Tweet da nuovo proprietario della piattaforma, Elon Musk lo ha pubblicato il 25 aprile, poche ore prima dell’ufficialità dell’acquisto: “Spero che anche i miei peggiori critici rimarranno su Twitter, perché questo è ciò che significa libertà di parola”. Poche ore dopo è arrivata l’approvazione del founder Jack Dorsey: “Elon è l’unica soluzione di cui mi fido. Confido nella sua missione di estendere la luce della coscienza”.

Adesso cambia tutto? È la domanda che circola sul web, dopo l’acquisto di Twitter per 44 miliardi di dollari. Cambiamenti ce ne saranno, alcune anticipazioni le ha già fornite lo stesso Musk, ma quale direzione prenderà il social network fondato da Jack Dorsey nel 2006 – inizialmente si chiamava Twttr – e quale impatto ci sarà sul dibattito pubblico, ancora nessuno può saperlo. Eppure, se ne parla tantissimo; non solo di Twitter, ma in generale di concentrazione del potere economico, possibilità di influenzare opinioni e mercati, conflitti di interesse.

Il primo cambiamento, ormai certo anche se non immediato, riguarda la borsa: a breve Twitter non sarà più quotata. Ma quando si parla di Twitter, a quali numeri ci riferiamo? La piattaforma conta 217 milioni di utenti giornalieri attivi, ma è stato annunciato un piano di crescita che mira a raggiungerne 315 milioni, e 7,5 miliardi di dollari di ricavi entro la fine del 2023 (attualmente sono fermi a 5,08). Il tempo medio trascorso su Twitter è di 3,39 minuti per sessione e la vita di un tweet nello streaming del wall oscilla dai 15 ai 20 minuti. Circa sei utenti Twitter su dieci (63%) nel mondo hanno tra i 35 e i 65 anni, mentre l’età dell’utente medio italiano è di 32 anni. In nord America un tweet sponsorizzato può raggiungere, potenzialmente, il 26,9% della popolazione con più di 13 anni, il 20% in Medio-oriente. In Italia la quota di over 13 raggiungibili con un tweet sponsorizzato è pari al 7%.

Con gli algoritmi di intelligenza artificiale di Kpi6* abbiamo analizzato le conversazioni sugli ipotetici cambiamenti dei quali si sta parlando in queste ore in rete. Che conseguenze ci saranno sulla moderazione dei contenuti, tanto cara agli inserzionisti? L’account di Donald Trump sarà riattivato? L’algoritmo sarà davvero reso disponibile in modalità open source? Le altre piattaforme social media come reagiranno? E poi c’è il modello di business: nell’ultimo trimestre del 2021 Twitter ha registrato un utile pari a 181,7 milioni. Google si attesta sui 16,2 miliardi, Facebook 9,2 miliardi. Confronti pesanti.

La discussione sulla libertà di espressione e sulla riformulazione dei criteri di moderazione assorbe la netta prevalenza delle conversazioni sul web, e si è riaccesa anche una discussione inerente alla migrazione di Donald Trump e dei suoi sostenitori sulla piattaforma Truth, il primo social per download negli Stati Uniti, scaricato 75.000 volte sull’App Store di Apple nella settimana successiva all’acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk. D’altronde lo stesso Musk ha lanciato un thread di discussione, con un tweet nel quale precisa che Truth è nato a causa della censura del “free speech”.

Al momento la possibilità di rendere l’algoritmo di Twitter open source, ossia aperto affinché si possano capire i criteri di classificazione dei contenuti, non sembra innescare particolare interesse nelle audience monitorate. Analizzando le conversazioni, molti pensano che sia un grave errore lasciare completa libertà d’espressione a chiunque, in qualunque modo; le piattaforme user-generated content devono necessariamente prevedere forme di moderazione dei contenuti. Già in passato gli approcci più neutri si sono dimostrati insostenibili, dovendo poi predisporre delle barriere ai contenuti più radicali, violenti e polarizzanti.

Sono scarse anche le conversazioni sulle possibili soluzioni alla proliferazione dei Bot annunciate da Musk, mentre c’è molta curiosità per capire come risponderanno le altre piattaforme social media (soprattutto Facebook) a eventuali cambiamenti delle logiche con le quali l’algoritmo cataloga e spinge i contenuti.

Siamo di fronte a una svolta complessiva che coinvolgerà tutte le piattaforme? Una nuova modalità di organizzazione dei contenuti e della trasparenza delle indicizzazioni dei post? Oggi un algoritmo stabilisce cosa vediamo, e con che frequenza, ma non sappiamo con esattezza su quali presupposti, né come vengono analizzati i big data. Le formula degli algoritmi sono segrete, ma gli utenti si domandano cosa potrebbe accadere se un giorno venissero aperti. Se lo farà Twitter, sarà poi una scelta obbligata per tutti gli altri?

Per il momento gli investitori che sul web si sono espressi, sono divisi nei giudizi sull’acquisizione di Musk ma il sentiment è neutrale, con una leggera prevalenza di negatività. Non sembrano spaventati da possibili rivoluzioni e guardano con interesse l’evolversi dell’operazione.

Un altro tema emergente in rete riguarda i Dogecoin (DOGE), in forte rialzo dopo che il suo più celebre sostenitore, Elon Musk, ha acquistato Twitter. All’inizio del 2021, infatti, i tweet di Musk, ne hanno fatto schizzare il prezzo alle stelle e Musk ha persino annunciato che Tesla, avrebbe accettato Dogecoin per il pagamento di alcuni prodotti. Si ipotizza che Musk farà in modo di supportare i creatori di contenuti interessati ad app decentralizzate per gestire beni e valute virtuali (NFT e criptovalute). Oppure farà inserire un processo di verifica per le spunte blu per il quale si potrebbe pagare in Doge. Tutte ipotesi, al momento, ma sicuramente la rete si aspetta grossi cambiamenti.

da agi.it




Netflix, per combattere la crisi punta sui videogiochi

netflix legalizza labbonamento condiviso copertina

netflix legalizza labbonamento condiviso copertinaQuello attuale non è certo un bel periodo per Netflix. Tra il forte calo di abbonati, la class action da parte degli utenti russi per “la violazione dei diritti degli utenti russi, a causa del rifiuto unilaterale da parte di Netflix di fornire i suoi servizi in Russia”, e le polemiche scoppiate dopo le notizie relative al possibile aumento dei prezzi per gli abbonamenti di chi condivide l’account e l’introduzione di spazi pubblicitari all’interno del servizio, il momento, insomma, è di quelli pesanti. Ma l’azienda non demorde, e pensa anche a delle possibili alternative soprattutto a questi ultimi due scenari, come per esempio i videogiochi.

 

Netflix, i videogame contro la crisi?

Secondo i risultati finanziari del primo trimestre 2022 i dati di Netflix tutt’altro che incoraggianti: il colosso dello streaming, infatti, numeri alla mano ha registrato per la prima volta negli ultimi dieci anni un calo netto degli abbonati a livello mondiale di circa 200.000 unità, rispetto al quarto trimestre 2021. E secondo le previsioni ufficiali, le cose potrebbero peggiorare nel secondo trimestre dell’anno, quando il numero di abbonati potrebbe ridursi di altri due milioni.

Gli azionisti di Netflix non nascondono una certa preoccupazione per il futuro dell’azienda, a maggior ragione dopo le polemiche che abbiamo descritto prima. Pertanto  il colosso dello streaming video a pagamento pensa di tentare nuove strade e di ampliare la sua offerta con contenuti differenti per attirare una maggiore fetta di pubblico e aprire le porte a nuovi fronti di business.

Come i videogame. Il tutto a costi di produzione relativamente bassi, considerando per esempio che potrebbe ottimizzare molte di quelle sue proprietà intellettuali parecchio amate dal pubblico, che potrebbero essere convertite in videogiochi. Netflix lo ha già fatto per la terza stagione di Stranger Things, ma potrebbe anche ambire a produzioni di fattura e complessità maggiore, magari appoggiandosi a collaborazioni con team esterni di un certo peso.

 

In tal senso l’azienda ha recentemente assunto alcuni sviluppatori di giochi, tra i quali ci sono per esempio i  Night School Studio, il team che si è messo in luce sviluppando Oxenfree e Next GamesE altri, pare, siano nel mirino. L’obiettivo è quello di ampliare entro fine anno un’offerta che a oggi vede solo 18 videogiochi a disposizione degli abbonati, che possono scaricarli direttamente dalla app. Così da non dover ricorrere, se ciò dovesse bastare, a soluzioni come la pubblicità per risollevarsi dalle perdite degli ultimi tempi.

webnews.it




WhatsApp, guardate com’è utile questa nuova funzione per i messaggi effimeri

whatsapp

whatsappNell’ultima beta di WhatsApp per iOs trovata una nuova funzione che riguarda i messaggi effimeri e che potrebbe presto essere implementata.

WhatsApp continua a lavorare per tenersi sempre aggiornato e al passo con i tempi. Secondo quanto scoperto dai colleghi di WABetaInfo, nell’ultima versione beta della stessa app per iOS ci sarebbe per esempio un indizio relativo a una nuova funzione correlata ai messaggi effimeri. Si tratta di una feature che dovrebbe consentire agli utenti di scegliere di rendere “permanente” o comunque più duraturo un messaggio inviato come effimero, quindi inizialmente destinato a sparire dopo un certo lasso di tempo,  mantenendo tuttavia la possibilità di tornare sui propri passi e scegliere di farlo sparire nuovamente a distanza di tempo.

WhatsApp, cosa sono i messaggi effimeri?

I messaggi effimeri sono una funzione che si può attivare per avere maggiore privacy. Una possibilità ulteriore di parlare apertamente in libertà, sapendo che le conversazioni non vengono memorizzate e archiviate indefinitamente. Infatti, se un utente decide di attivarla, i nuovi messaggi che invierà in una chat non saranno più visibili dopo 24 ore, 7 o 90 giorni.

Gli utenti WhatsApp possono scegliere di attivarli come impostazione predefinita in tutte le nuove chat, e in questo caso l’app mostrerà un avviso all’interno delle nuove per informare gli interlocutori della scelta.

Se sono attivati i messaggi effimeri, i file multimediali inviati nella chat saranno visibili solo temporaneamente, ma verranno salvati sul telefono se sono attive le impostazioni di download automatico. E’ però possibile disattivare il download automatico nelle impostazioni di WhatsApp > Spazio e dati. Se un utente cambia idea, disattivare l’impostazione generale e tornare al vecchio sistema è facile quanto attivarla. Per iniziare basta andare nelle impostazioni sulla privacy e selezionare “Timer predefinito messaggi”, e poi seguire le semplici indicazioni a schermo.

 

“Solo perché non possiamo parlare con qualcuno di persona”, spiegano gli sviluppatori, “non significa che la privacy delle nostre conversazioni debba essere compromessa. Siamo convinti che i messaggi effimeri e la crittografia end-to-end siano funzionalità che fanno la differenza in questo senso, oltre a rendere le interazioni a distanza sempre più simili a quelle di persona”.

da webnews.it




Cosa succederà a Twitter nelle mani di Musk

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090547164 fdac76bd 31d9 471e b23a 41b2c6421065Elon Musk ha comprato Twitter. E adesso? Non saranno mai più come prima né il social network né la società che lo gestisce. Per “affrontare i cambiamenti di cui ha bisogno”, aveva dichiarato il ceo di Tesla al momento della sua offerta, Twitter dev’essere una “compagnia privata”. Fuori dalla borsa o nulla. Il primo cambiamento, ormai certo anche se non immediato, sarà questo: a breve Twitter non sarà più quotata.

Twitter dirà addio alla borsa

Diventare privati vuol dire essere più liberi da regole e vincoli. Twitter non sarà più sotto l’occhio della Security and Exchange Commission (l’autorità che regolamenta i mercati statunitensi). Le frizioni tra Musk e la commissione sono note: nel 2018, la Sec – proprio dopo l’annunciata e mai concretizzata privatizzazione di Tesla – aveva vietato a Musk di twittare senza un controllo preventivo per evitare che le sue dichiarazioni impattassero sul titolo di Tesla. Da allora, l’uomo più ricco del pianeta ha sempre fatto sapere cosa pensa della Sec. E lo ha fatto anche ieri, affermando che la commissione è “una marionetta senza vergogna”.

La privatizzazione di Twitter, però, non è solo una questione personale. Non essendo quotata, la compagnia non dovrà più rispettare le stringenti comunicazioni sui dati trimestrali. Avrà quindi meno pressione da parte degli azionisti, che tendono a chiedere risultati di breve termine, e non sarà soggetta alle oscillazioni del mercato.

Vuol dire, in sostanza, poter guardare a un’evoluzione di medio termine, senza preoccuparsi troppo di fatturato, utili e crescita degli utenti. Non è certo la prima volta che una società abbandona la borsa. L’anomalia sta nel fatto che a fare il grande passo non è una società d’investimento ma un uomo solo.

Un consiglio di amministrazione più debole

Altro cambiamento: il board. Il consiglio di amministrazione è espressione dell’azionariato. Sarebbe quindi fisiologico un cambiamento, che potrebbe ripercuotersi anche sul ceo Parag Agrawal. Senza dimenticare la “variabile Musk”. In un tweet del 18 aprile ha fatto sapere che, in caso di acquisto, la paga dei consiglieri di amministrazione sarebbe stata “zero”.

La composizione del board cambierà. E non solo per questione di stipendio. Musk, come sua abitudine e come sua facoltà, vorrà al tavolo di comando persone fidate e condiscendenti. Sarà anche ceo? Guidare tre compagnie come Twitter, Tesla e Space X sarebbe un’impresa, ma non è escluso. D’altronde, la veste di proprietario unico in una compagnia privata lo rende un monarca che per comandare non ha bisogno di una targhetta fuori dalla porta.

La moderazione dei contenuti

Lo ha detto più volte e lo ha ripetuto anche a operazione conclusa: “La libertà di parola è il fondamento di una democrazia”. E ancora: “Spero che anche il mio peggior critico rimanga su Twitter”.

La questione centrale della nuova proprietà riguarda la moderazione dei contenuti. Musk ha sempre sbandierato il proprio assolutismo: chiunque dovrebbe poter scrivere qualsiasi cosa per evitare che i social diventino arbitri della discussione pubblica. Il problema esiste, da anni. Ma l’assolutismo dovrà scontrarsi con la prassi: oltre ai contenuti contro la legge (come violenze e pedo-pornografia) ci sono le ampie zone grigie delle bufale e dell’incitamento all’odio.

L’eventuale ritorno di Trump sulla piattaforma è solo il caso più famoso, ma non quello più problematico. Da compagnia privata, Twitter potrà anche sottrarsi alla Sec ma non alle norme sempre più stringenti in tema di controllo dei contenuti, dal Digital service act dell’Ue alle proposte di legge statunitensi che vanno nella stessa direzione.

Le nuove funzionalità

Ultimo ma non ultimo: come cambieranno le funzionalità di Twitter? Molto attesa è la possibilità di correggere i propri tweet anche dopo la pubblicazione. Musk ha lanciato un sondaggio tra i suoi follower e la compagnia ha confermato che il cosiddetto “edit button” è in fase di sperimentazione. Fino a ora, la funzionalità era stata messa da parte per una sola ragione: le modifiche, come ha più volte ripetuto il fondatore Jack Dorsey, avrebbero potuto inquinare la discussione pubblica. Visto l’atteggiamento più disinvolto di Musk, Twitter potrebbe cambiare idea.

Nel comunicato che ha ufficializzato l’acquisto, il neo-proprietario ha citato altre due modifiche: “algoritmi open source per aumentare la fiducia”, battaglia “ai bot”. A marzo, Musk si è detto “preoccupato” di un “bias de facto degli algoritmi”. In sostanza, Twitter favorirebbe la visibilità di alcuni contenuti e ne scoraggerebbe altri. “Come facciamo a sapere cosa succede davvero?”. La soluzione sarebbero quindi algoritmi aperti e più trasparenti.

Infine bot e account falsi. “Batteremo lo spam o moriremo provandoci”, twittava il 21 aprile. Quello dei profili che non hanno dietro persone reali è un problema contro cui Twitter sta combattendo da tempo. Nel 2017, una ricerca delle università di Southern California e Indiana ha stimato che i bot costituissero tra il 9 e il 15% degli account. Una seria battaglia ai profili automatizzati potrebbe ridurre il numero degli utenti attivi. Ma, con la società privata e non più costretta a diffondere i dati ogni trimestre, non sarebbe più un problema.

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