L’integrazione italiana nel 2023: il paradosso del passaporto e le sfide della cittadinanza

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ba708e83 38da 4814 9a5d 1c030674bdd0Nel 2023, il tema dell’integrazione risuona fortemente in Italia, ma siamo veramente disposti a integrare tutti? La storia della cittadinanza italiana è segnata da leggi che hanno lasciato molti dei propri cittadini in uno stato di incertezza, nonostante queste leggi abbiano subito delle evoluzioni. Tuttavia, esistono strati più profondi nel tessuto sociale che mettono in luce le contraddizioni nella nostra percezione e valutazione dell’identità.

Storia della Cittadinanza Italiana

Molti non sanno che in passato, se un cittadino italiano emigrava e acquisiva la cittadinanza di un altro paese, talvolta per timore di persecuzioni, specialmente durante la Seconda Guerra Mondiale, perdeva automaticamente la sua cittadinanza italiana. Anche se nel 1992 è stata introdotta una legge che permetteva di recuperare questa cittadinanza, molte persone ne sono rimaste escluse a causa della mancanza di informazioni.

Il Contrasto tra l’Integrazione e l’Identità

Durante uno dei miei viaggi, ho incontrato giovani Sikh con passaporti italiani. Nonostante abbiano ottenuto la cittadinanza attraverso il “iure scholae”, questi individui non avevano completamente integrato la cultura italiana, mantenendo saldamente le loro radici e tradizioni. In contrasto, i giovani italiani, anche quando cercano opportunità all’estero, conservano con orgoglio la loro cultura e identità italiane.

La Vera Integrazione

È essenziale riflettere su come valorizziamo la cittadinanza e cosa significhi essere italiano. L’integrazione dovrebbe iniziare dall’interno, riconoscendo e reintegrando coloro che sono stati emarginati dalle leggi del passato.

Discendenti Italiani: Oltre le Generalizzazioni

Tuttavia, mi sorprende costantemente il fatto che persone che parlano italiano come me, che hanno trascorso la loro infanzia e giovinezza in Italia, siano private di questo sacrosanto diritto. Nel frattempo, ci sono individui con un passaporto italiano che non hanno nulla di italiano tranne il documento.

Il mio discorso potrebbe sembrare nazionalista, ma io apprezzo l’integrazione. Tuttavia, dovremmo iniziare reintegrando prima i nostri cittadini.

Inoltre, quando si parla dei discendenti italiani, non dovremmo generalizzare dicendo che coloro che non parlano italiano vogliono ottenere il passaporto solo per andare negli Stati Uniti. Ad esempio, Sylvester Stallone non sa nemmeno parlare italiano, ma gli è stata concessa la cittadinanza onoraria solo perché è Sylvester Stallone. Dovremmo evitare queste generalizzazioni.

Ricordo a coloro che lottano per il “iure scholae” che i Sikh che ho incontrato all’estero amano la loro terra e competono solo con i nostri prodotti “Made in Italy” acquistando prodotti provenienti dall’India e indebolendo la nostra economia. E quando otterranno il passaporto canadese, potrebbero scartare il nostro come qualcosa di senza valore. Dovremmo considerare di restituire la cittadinanza a coloro che sono veramente italiani per diritto.




La libertà di stampa in Canada e ‘’il cane che si morde la coda’’

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typoramaLa libertà di stampa è una parte fondamentale della nostra società libera, la ‘’conditio sine qua non’’ per poter scrivere ogni giorno articoli, proporre reportage, analisi e testimonianze da tutto il mondo, senza limiti o imposizioni, un diritto universale di ottenere e diffondere informazioni liberamente attraverso i giornali, la radio, la televisione e internet, senza alcuna interferenza da parte dello Stato o da chicchessia, un principio formulato e sancito dalle Nazioni Unite e dalla Dichiarazione universale dei diritti umani, un organo indispensabile per ogni società democratica per sapere, conoscere e prendere eventualmente decisioni informate ma anche un unico e valido strumento di sorveglianza e di indagine a tutela di tutti i cittadini.

Ed è quindi oltremodo necessario a qualunque società esistente avere necessariamente un giornalismo di qualità opportunamente sostenuto in ogni modo, anche finanziariamente, soprattutto ora che il mondo è cambiato moltissimo con l’avvento di internet, dei social network, dei tanti opinionisti e degli innumerevoli influencer.

Facebook, Google e tutte le altre aziende Big Tech hanno ormai assunto una posizione dominante nel mercato dei social media rispetto a realtà più piccole o alle agenzie indipendenti. Queste grandi piattaforme della comunicazione diffondono notizie per i loro utenti senza che la fonte che ha scritto la notizia riceva alcun compenso per la loro pubblicazione. Una cosa assolutamente da cambiare per proteggere la pluralità e la diversità nell’ambito di una stampa veramente libera, sostenendola anche con donazioni, leggendo i giornali e promuovendo anche un miglior approccio commerciale all’informazione online.

In Canada il governo centrale è intervenuto con una proposta e disegno di legge, l’Online News Act • C-18, sulla falsariga del modello normativo australiano, che mira a garantire nuove opportunità di mercato derivanti dall’accesso alle notizie digitali canadesi, assicurando da una parte la correttezza delle informazioni ma anche vigilando su un adeguato compenso economico per tutti gli operatori della stampa, obbligando, di fatto, i grandi gruppi online a negoziare gli opportuni accordi finanziari per poter diffondere i contenuti mediatici locali e, quindi, in sostanza proibendo agli stessi di potersene servire in maniera discriminatoria, dando magari risalto a taluni a svantaggio di altri.

In risposta a questa nuova legge che, in pratica, costringerà i giganti multimediali a dover pagare per poter pubblicare le relative notizie, META  ha bloccato in Canada, per tutti gli utenti, la possibilità e la disponibilità di accedere a tutte le news e i post dei media canadesi su Facebook e Instagram. L’inevitabile scenario è che ci si trova ora in una situazione che non ha una soluzione all’orizzonte, con la quasi malaugurata certezza di girarci tutti in tondo senza la benché minima certezza di una prospettiva di conclusione positiva.

Proprio, infatti, come un cane che si morde la coda.




Siamo uomini o caporali?

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download“Cui prodest?”, dicevano i latini. A cosa serve? A chi giova?

A chi giova, dunque, giocare alla politica di piccolo cabotaggio, alimentando asti in un Paese come la Repubblica Dominicana dove la nostra comunità si riassume in poche decine di migliaia di anime, per poi esporsi, magari, al ludibrio mediatico di qualche improvvisato simpatico cialtrone?

Ci si attacca disquisendo se uno è Dottore, Cavaliere, Mega Direttore Galattico, Grand’Ufficiale, Gran Lupo Mann., Laureato, Licenziato o, magari, Onorevole?

Si perde tempo nel cercare disperatamente nella rete per sapere se quello ha rubato in Tangentopoli, se quell’altro ha fatto uno o più anni di galera, se un altro ancora è stato amnistiato, oppure ancora se tizio ama ogni tanto vestirsi nostalgicamente…

Disquisendo se un Club di Donatori sia più o meno legale, versando fiumi di inchiostro per cercare di mettere alla berlina chi ha, razionalmente, “cambiato bandiera”, trovando la sua collocazione naturale e soddisfacente e facendo fruttare la sua nuova scelta…

“Laissez faire, laissez passer”, suggeriamo, che, con profetica intuizione, un paio di anni fa, qualcuno già aveva indicato il nostro implacabile destino, scavando metaforicamente fosse dalle parti di Santiago.

In questo Paese beato, ricco di sole, di mare, di spiagge dorate, ma anche di problemi, i nostri forse 50 mila connazionali, AIRE e non AIRE, non credo proprio abbiano bisogno di polemiche poco o niente costruttive. Anche se molti, come in una specie di bar Sport virtuale, alle polemiche prestano attenzione, se ne alimentano e ne fanno fonte di inutili discussioni.

Guardiamo, invece, al concreto, al fare finalmente qualcosa di positivo per la comunità, al cercare di metterla in condizione di vivere sempre meglio nel Paese che abbiamo scelto, chi per lavorare (meno che in Italia), chi per godersi la meritata pensione.

E le polemiche lasciamole ai “4 amici al Web Bar Sport” che ogni giorno sono costantemente alla ricerca di alimentare i temi del loro frivolo bagaglio di pettegolezzi.

Perché, dicendola con il nostro grande Totò, “siamo uomini o caporali?”.




2024, l’ “Anno delle radici”

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downloadSi parla tanto di “turismo delle radici”, un programma di governo che, secondo le intenzioni, dovrebbe avvicinare gli italiani all’estero ai propri luoghi di appartenenza.

“Turismo delle radici”, secondo quanto è stato scritto e abbiamo letto dalla Farnesina, è “un’offerta turistica strutturata attraverso appropriate strategie di comunicazione, che coniuga alla proposta di beni e servizi del terzo settore (alloggi, eno-gastronomia, visite guidate) la conoscenza della storia familiare e della cultura d’origine degli italiani residenti all’estero e degli italo-discendenti che, vale la pena ricordarlo, sono stimati in un bacino di utenza che sfiora gli 80 milioni di persone”.

Se ne parla del 2018 quando si è tenuto “il primo tavolo tecnico di coordinamento sul Turismo delle Radici, tenutosi alla Farnesina, con la finalità di creare una rete di attori pubblici e privati interessati alla realizzazione e promozione di un’offerta turistica a livello nazionale”.

Sono passati cinque lunghi anni. Saranno sei nel 2024, considerato “Anno delle radici italiane”. La Farnesina aveva invitato i Comuni italiani ad aderire alle iniziative di promozione. Questo entro lo scorso 15 marzo. Non abbiamo notizia di quanti e di chi lo abbia fatto. E dal 2024 ci dividono ormai solamente sei mesi.

Immaginiamo che un italiano all’estero che desidera tornare al proprio paese d’origine per una vacanza, per ritrovare appunto le proprie radici, debba usufruire di sconti molto significativi e particolari sul viaggio aereo, sul soggiorno ecc. Non tutti infatti, pur desiderosi di ”tornare a casa” anche per un breve periodo, ritrovare i vecchi amici e rivedere i luoghi di nascita, propri o delle loro famiglie, hanno la possibilità economica di farlo alle tariffe attuali, pur avendone nel cuore un gran desiderio.

Questi italiani all’estero devono essere aiutati, dal Governo, dalla propria Regione, dal proprio Comune. Diversamente, se fosse un turismo delle radici solo per chi se lo può permettere economicamente, che “Anno delle radici” sarebbe?




Un lettore ci scrive sul “caso Gaetani”

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Riceviamo e pubblichiamo:lettere direttore

Buon giorno. Per favore facciamo chiarezza ed evitiamo di usare i Cittadini in difficoltà per meri scopi politici. Mi riferisco ad Adriano Gaetani: vengo a sapere del signor Gaetani da una amica, che mi gira l’articolo apparso sul Mattino di Padova. Leggo la nota di rammarico e di richiesta d’aiuto della figlia Tiziana, senza nessun riferimento e, per saperne di più, mando una email alla redazione del giornale. Poco dopo vengo contattato da Alessandro Cesarato, della redazione, che mi dà il contatto della figlia Tiziana, con la quale parlo, che mi spiega l’ ansia e la paura perché, nonostante gli sforzi, lei non ha una montagna di soldi (si parla di diecimila euro per il viaggio, di cinquemila per il medico accompagnante e di diciottomila per le spese ospedaliere fin ora accumulate) mi dice anche di essere in contatto con la referente per la nostra zona della nostra Ambasciata, la signora Elisabetta Copetti che conosco e chiamo per avere maggiori informazioni su quello che sta accadendo. La stessa mi dice che il malato è ricoverato in capitale perché qui non erano in grado di seguirlo dato il peggioramento clinico, di non preoccuparmi, che nel giro di una settimana sarebbe partito (“Vittorio, non ti preoccupare, ho in mano la situazione”).

Dopo una settimana scrivo alla Copetti che non mi risponde, allora chiamo la figlia Tiziana che mi fa un racconto allucinante, dove l’Ambasciata le chiede i soldi per farlo partire e che in tre giorni hanno cambiato i numeri più volte… Lo comunico a Enzo Odoguardi del MAIE che sin dal primo giorno mi ha detto “lo rimpatriamo noi”, il quale in pochi minuti scopre che il malato non si è mai mosso da Las Terrenas (complimenti per la “pinocchiata”, signora Copetti!), va in ospedale e superato anche il veto messo dalla stessa, che nessuno parli con il malato, solo allora, alla minaccia, “chiamo la polizia se non mi fate entrare!”, solo allora alla Copetti viene l’idea di accettare che Enzo Odoguardi, Vice Presidente del MAIE, si aggiunga alla cordata degli aiuti senza aspettare le lungaggini dell’Ambasciata. In pratica, credo, cinquanta/cinquanta e il signor Gaetani in queste ore sta abbracciando la figlia e riceverà l’ attenzione e le cure degli ospedali Italiani.

Ora ho solo tre domande: per quale motivo la signora Copetti mi ha nascosto il luogo di ricovero, come mai l’Ambasciata non ha fondi per un rimpatrio urgente e, in ultimo il signor Dussich, che compare in una foto all’ospedale assieme al proprietario dello stesso, come se fosse l’ artefice di tutto…..

Vittorio Spadaro




Adriano deve tornare a casa!

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gaetaniAdriano Gaetani è un pensionato veneto di 81 anni che, da più di 20 anni a questa parte, amava svernare a Las Terrenas, Repubblica Dominicana.

Purtroppo il suo ultimo soggiorno nella cittadina caraibica si è trasformato in tragedia, in un incubo: lo scorso dicembre, infatti, è stato colpito da un ictus che lo ha reso invalido.

In Italia lo aspetta ormai da quasi sei mesi la figlia Tiziana, ma Adriano è sempre qui. Le spese per il rimpatrio sarebbero ingenti e la donna, nonostante la sua buona volontà, non è in grado di reperire tutto il denaro necessario. Si è rivolta un po’ a tutti: alla Regione Veneto, al Comune, persino al Presidente della Repubblica e poi a Medici senza Frontiere, Croce Rossa, a Emergency. Risultato: Adriano continua ad aspettare.

La nostra Ambasciata di Santo Domingo “controlla” la vicenda, ma non mette mano al portafoglio.

Per 5 anni abbiamo svolto l’incarico di Corrispondente Consolare della nostra rappresentanza diplomatica e ci siamo resi conto più volte di come vanno le cose in casi come questi. Il Consolato chiama tutti i parenti, anche le mogli divorziate, se ci sono, invitandoli a prendersi cura del congiunto, ma dal Governo non esce un centesimo.

Ricordiamo il caso di un amico, che aveva prestato servizio nella Folgore ed era stato in Afghanistan con la forza di pace, che era rimasto senza fonti di sussistenza e che, per tornare a casa, ha dovuto ricorrere al buon cuore dei suo ex commilitoni.

Ci viene da considerare che, in altri casi, invece, in altre parti del mondo, sembra non si sia badato (segretamente) a spese  per far liberare ostaggi più o meno consenzienti con i propri rapitori.

Spendiamo miliardi per far continuare una guerra che minaccia di trasformarsi in un focolaio di conflitto internazionale e Adriano è ancora qui, nel suo letto, aspettando di rientrare a casa per ricevere quelle cure che gli spettano come cittadino italiano e che, con tutto il rispetto per la sanità locale, potrebbero forse essere più efficaci di quelle finora ottenute nelle cliniche locali, affinché, sostenuto dall’amore di sua figlia, possa tornare nuovamente a vivere una vita tranquilla e dignitosa. A casa sua.




Se sei buono… ti tirano le pietre!

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downloadIl buon Gian Pieretti, nel lontano 1967, in una sua canzone che abbiamo cantato tutti, noi ragazzi dei favolosi ed irripetibili Anni Sessanta, già aveva affrontato il tema. Ricordate? “Tu sei buono e ti tirano le pietre… Qualunque cosa fai, dovunque te ne vai.. al mondo non c’è mai qualcosa che gli va e pietre prenderai senza pietà”.

La critica, insomma, come nostro secondo sport nazionale, dopo il calcio ovviamente.

Succede, naturalmente, anche nella Repubblica Dominicana dove, se si desidera fare qualcosa per la nostra comunità, sempre appare uno, o più, che clama a supposti secondi fini. E oggi, con le reti sociali, quel esprimersi critico non è più la classica voce di “colui che grida nel deserto”. Al contrario, quella sua voce si espande, si amplifica e fa proseliti.

Il “sentito dire” diventa certezza. Ovviamente solo nell’ambito dei “criticoni”, quei “4 amici al bar” che, secondo Gino Paoli, in Italia parlavano “di individui e solidarietà” ma che qui, invece, puntano il dito e affilano la lingua proprio nei confronti di chi la solidarietà vorrebbe metterla in atto.

Verrebbe voglia di seguire i dettami del Sommo Poeta quando verseggiava “Non ti curar di loro, ma guarda e passa…”. Preferiamo, al contrario, suggerire e augurarci che dalla critica negativa, si passi a quella positiva, che riteniamo sicuramente più gratificante per chi la fa. Informandoci meglio, aiutando chi “si lancia nell’arena” con proposte e fatti che, se appoggiati e migliorati criticamente in comunione di intenti, non potranno che apportare del bene a tutta la nostra piccola ma effervescente comunità.




Il sangue non ha colore politico!

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downloadAgli italiani abituati all’efficienza della sanità di casa nostra, il fatto che, nella Repubblica Dominicana, si debba pagare il sangue necessario a una trasfusione per sé o per qualcuno dei propri familiari potrebbe sembrare una cosa dell’altro mondo. Cose dell’ “altro mondo!”, siamo abituati a esclamare, del “terzo mondo”, appunto.

Eppure è così. In un Paese dove gli ospedali pubblici mancano di tutto, o quasi, dove spesso i parenti debbono accudire a una farmacia esterna al nosocomio per comprare i medicamenti necessari a curare i propri cari, anche il sangue si paga. In caso di necessità, i congiunti del paziente debbono cercare donatori e mettere mano al portafogli. Nella Repubblica Dominicana coloro che donano il sangue volontariamente, e quindi gratis, sono circa il 20% del totale. Tutti gli altri si fanno pagare. Esiste una Banca del Sangue cui accudire in caso di bisogno, a pagamento.

Che dire, quindi, se un bravo medico italiano, come il dottor Massimiliano Scerra, che ha “sposato” questo Paese per viverci e lavorare, decide di promuovere un Club dei Donatori italiani di Sangue? Se dovessimo dargli un voto, come si faceva anni fa a scuola, con le pagelle, gli spetterebbe un bel dieci e lode.

Scerra pensa al suo progetto, si mette d’accordo con l’Hemocentro Nacional e dà il via al Club. Gli italiani della RD si possono iscrivere, donare il sangue che verrà raccolto nelle strutture dell’Hemocentro e messo a disposizione. Per gli italiani, gratis.

Scerra fa parte del Comites. In un primo momento pensava di far avanzare l’iniziativa attraverso l’organo istituzionale rappresentativo della nostra comunità, ma quando si rende conto che le farraginose lungaggini della burocrazia avrebbero fermato il suo progetto chissà fino a quando, decide di proporlo attraverso il Maie, il Movimento degli italiani all’Estero di cui è coordinatore per questo Paese.

Non l’avesse mai fatto! Partono le critiche, uno degli sport nazionali in cui noi italiani non siamo secondi a nessuno.

“Il Club non ha ufficialità giuridica – gli si rimprovera -, il Maie raccoglie iscrizioni, nomi e indirizzi, che potrebbero poi servirgli in campagna elettorale, è una iniziativa politica…” e chi più ne ha…

Tuonano i partiti di opposizione, i movimenti e i Comitato che si contrappongono a quello del presidente Merlo.

Noi crediamo, invece, che la solidarietà non abbia e non debba avere connotazioni politiche, che chi deciderà di iscriversi, lodevolmente, al Club lo farà perché ha piacere di farlo, per dare una mano (o qualche goccia del suo sangue, in questa occasione) nel caso che qualcuno dei suoi connazionali, più sfortunato di lui, ne abbia bisogno.

Siamo convinti che un ammalato, in ospedale, in condizioni critiche di salute, nell’assoluta necessità di una trasfusione, non andrà sicuramente a sindacare se il sangue che gli viene donato, gratis, per salvargli la vita abbia o meno un colore politico, sa che gli viene regalato da un donatore sconosciuto che ha deciso di fare del bene iscrivendosi a un “club” che, magari, non avrà ancora personalità giuridica in questo Paese, ma la cui presenza è fondamentale e benemerita, nell’ottica esclusiva di fare del bene ai connazionali necessitati. Anche a quelli che lo criticano.




Las Terrenas (RD): una polemica… costruttiva

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downloadHa suscitato polemica il fatto che, a Las Terrenas, sia stata concessa una scuola pubblica affinché il Consolato haitiano di Santo Domingo potesse trasferirsi e documentare i propri connazionali.

Ê noto che, a Las Terrenas, la presenza haitiana è molto numerosa. I cittadini del vicino Paese lavorano soprattutto nel settore della costruzione.

Evidentemente, in questo modo, il Consolato haitiano di Santo Domingo ha pensato bene di venire incontro alle loro esigenze, evitandogli una trasferta, lunga e costosa, nella capitale, e facendo invece viaggiare qui i propri funzionari.

La cosa non è stata molto gradita in alcuni ambienti dominicani di Las Terrenas che si sono lamentati che una scuola pubblica dominicana fosse stata messa a disposizione allo scopo (pubblichiamo, per chi comprende lo spagnolo, un video del Canale 5 che parla dell’accaduto).

Probabilmente la soluzione della scuola pubblica, il Liceo locale, non è stata molto felice. Si sarebbero potute evitare le polemiche scegliendo un ambiente “neutro”, meno ancora una sala del Municipio di cui era stata chiesta la disponibilità e che non si era potuta utilizzare in quanto, dice il sindaco, “si è trattato di un processo loro interno. Stavano cercando un luogo dove riunirsi. Per la fretta con cui lo hanno sollecitato, non gli abbiamo potuto rispondere”.

Non vogliamo entrare nella polemica perché, parafrasando il nome del giornale, non sono ”Fatti Nostri”, però ci piacerebbe tanto che l’episodio di Las Terrenas suonasse da esempio per il nostro Consolato.

A Las Terrenas ci sono tanti italiani, sempre di più. Ci sono tantissime strutture di proprietà di connazionali che potrebbero servire allo scopo, senza dare adito a critiche. E Las Terrenas dista centinaia di chilometri dalla capitale.

Insomma, “chi ha orecchie per intendere, intenda”, lo dice il Vangelo.




Turismo delle radici ed IMU sugli immobili degli italiani all’estero: misure per far cassa sugli italiani all’estero

lettere direttore

lettere direttoreRiceviamo e pubblichiamo.

Pare che anche l’attuale  governo, stante a quanto  si legge al riguardo  insistentemente negli ultimi tempi,  voglia favorire  il cosiddetto turismo delle radici,  alla cui base si intravede un forte interesse nazionale per il futuro, che dovrebbe favorire il settore turistico di quei  luoghi caratterizzati da un accentuato fenomeno migratorio  bisognosi di presenze per incrementare sostanzialmente  l’economia locale. Un progetto  certamente  lungimirante e ambizioso   caratterizzato allo stato attuale da contorni molto fumosi che lasciano intravedere interessi  forse più speculativi che sostanziali, utili solo a ingrassare l’ingranaggio e  ingigantire la prosopopea dei fautori.

Se ne parla tanto, in ogni luogo e in ogni circostanza. Argomento molto di moda su cui ci si concentra per richiamare e giustificare l’assenza  sulle tematiche emigratorie pendenti.  Addirittura anche a livello infrastrutturale, vedi aeroporti, viene menzionata  la necessita’ di considerare questo aspetto intravedendone, senza alcun supporto concreto, una congrua  portata.  Lungi da una prospettiva seria e concreta al riguardo,  senza riferimenti a costi e a ricavi, in questa ottica  gradualmente  si tende a   gonfiare organici ministeriali, regionali e comunali,  predispongono appositi uffici,  mentre altri meditano come inserirsi nel contesto a proprio vantaggio. Sara’ un successo? Vogliamo sperarlo.

Comunque appare stridente e contraddittoria una politica nazionale  che da una parte tende a finanziare questo tipo di intervento basato su una ipotetica presenza di  soggetti che non hanno un segno tangibile sul territorio  diretto   mentre dall’altro si penalizza già da luogo tempo, sempre nella logica di far cassa, chi ha conservato le sue origini lasciando un segno tangibile del suo passato e del suo recente  presente , conservando i suoi immobili o costruendoli o acquistandoli, legato da un effetto e da sua  storia individuale  e familiare  che non intende abbandonare   sopportando dei sacrifici non indifferenti  nel proprio e nell’ interesse  delle generazioni future. Farebbe bene la politica, nell’interesse nazionale, a non provocare una defezione proprio da parte di quest’ultimi i cui effetti potrebbero essere deleteri proprio per quei territori su cui converge l’attenzione generale attuale.  Per questi  italiani all’estero, di vecchia e nuova generazione, l’opinione pubblica, nazionale e non , non mostra nessuna comprensione  e gratitudine, ma solo indifferenza ed assenteismo,  riservandogli una tassazione penalizzante , miope ed egoista. Sono questi gli italiani che nell’indifferenza generale vengono sistematicamente, senza vergogna e pudore, mazziati e gabbati da lungo tempo senza  scrupolo alcuno.

Come si può sopportare e giustificare questa forma di speculazione  e di assoluta mancanza di riconoscenza nei confronti di chi , con la sua presenza continua e costante nel tempo, con il mantenimento dei suoi beni immobiliari in Italia, contribuisce al sostegno economico delle sue terre di origine  pur venendo sottoposto a un salasso fiscale ormai insopportabile, che grida vendetta gia’ da lungo tempo?

Tutti , esponenti dell’Emigrazione, associazioni, parlamentari eletti all’estero  , stampa nazionale e di emigrazione, Presidenti delle Regioni , Ministero degli Esteri , tutta la Nazione ha ormai messo a tacere, senza chiedersi se sia effettivamente giusto,  le giuste rivendicazione e aspettative di quest’ultimi che chiedono un trattamento fiscale pari ai loro connazionali in Italia  .

C’e’ qualcuno che addirittura sostiene la necessita’ di rendere  funzionante il Consiglio degli italiani all’estero prendendo a pretesto, a mo’ di esempio,  la questione dell’Imu degli italiani all’estero. Ma quando mai l’emigrazione, con  le sue associazioni, i suoi rappresentanti all’estero, lo stesso CGIE,  hanno dato  dimostrazione di aver compiuto gesti concreti in tal senso?

C’e’ solo da vergognarsi per quello che si e’ fatto o meglio non si e’ fatto a tal riguardo o solo per propri interessi  senza convinzione e senza risultati concreti  e sostanziali.

Intanto il 16 giugno scade il termine per gli italiani all’estero per il pagamento della prima rata dell’IMU per il 2023  cosi’ come previsto anche per gli italiani all’estero ma non sulla loro prima casa in Italia.

Per i pensionati all’estero la quota di riduzione si abbassa al 50%, il tutto nel segno della continuità  e consolidamento  degli atteggiamenti ingiusti e impositivi assunti a discapito di una collettività poco e mal rappresentata.

Nello Passaro