Nicaragua, dieci Paesi dell’OEA tentano la strada del dialogo con Ortega: la pressione internazionale torna a farsi sentire
Costituito il Gruppo ministeriale incaricato di affrontare la crisi politica nicaraguense. Ne fanno parte Argentina, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Dominica, Paraguay, Perù e Stati Uniti. Entro 60 giorni dovranno arrivare le prime raccomandazioni. Ma resta da capire se Daniel Ortega e Rosario Murillo accetteranno davvero il confronto.

La crisi politica del Nicaragua torna al centro dell’attenzione internazionale. L’Organizzazione degli Stati Americani (OEA) ha annunciato la costituzione di un gruppo ministeriale composto da dieci Paesi, incaricato di seguire la situazione nicaraguense e tentare di aprire un canale di dialogo con il governo di Daniel Ortega e Rosario Murillo.
La decisione, resa pubblica il 3 novembre, dà attuazione alla risoluzione approvata il 2 ottobre durante una riunione straordinaria dei ministri degli Esteri dell’organizzazione. Ne fanno parte Argentina, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Dominica, Paraguay, Perù e Stati Uniti.
Il gruppo avrà il compito di avviare contatti diretti con le autorità di Managua, cercare un confronto con le diverse componenti della società nicaraguense e presentare raccomandazioni sulle iniziative diplomatiche e giuridiche da intraprendere.
Non si tratta di un intervento militare né di una nuova missione di controllo internazionale. La strada scelta è quella della pressione diplomatica, accompagnata da richieste precise e da scadenze temporali.
Le richieste: liberazione dei detenuti politici e ritorno alla democrazia
La risoluzione dell’OEA contiene una serie di richieste che vanno ben oltre un generico invito al dialogo.
Tra i punti principali figurano la liberazione incondizionata dei prigionieri politici, la comunicazione del destino e delle condizioni delle persone sottoposte a sparizione forzata, la restituzione della cittadinanza a coloro che ne sono stati privati e la possibilità per gli esiliati di rientrare nel Paese senza rischiare ritorsioni.
L’organizzazione chiede inoltre il ripristino delle libertà fondamentali, tra cui quelle di espressione, associazione, religione e riunione pacifica. Particolare attenzione viene riservata alla situazione dei mezzi d’informazione indipendenti, delle università, delle organizzazioni civili e delle istituzioni religiose, che dovrebbero poter operare senza interferenze.
Il documento affronta anche il problema dell’indipendenza dei poteri dello Stato, del pluralismo politico e della necessità di creare le condizioni per elezioni libere, giuste e inclusive, con un’amministrazione elettorale indipendente e un’osservazione internazionale credibile.
Trenta giorni per cominciare, sessanta per presentare le proposte
Il calendario stabilito dall’organizzazione è uno degli aspetti più significativi dell’iniziativa.
Il gruppo ministeriale deve avviare il proprio lavoro entro 30 giorni dall’approvazione della risoluzione e, entro 60 giorni, presentare le proprie raccomandazioni alla riunione dei ministri degli Esteri.
Tra le possibilità previste figurano ulteriori iniziative diplomatiche e giuridiche, sempre nel rispetto del diritto internazionale e senza ricorrere all’uso della forza.
L’OEA ha inoltre previsto la possibilità di convocare nuovamente la riunione ministeriale entro 90 giorni dal primo incontro del gruppo, o anche prima se le circostanze lo renderanno necessario.
Sono scadenze che dovrebbero impedire alla questione di finire nuovamente nel dimenticatoio della diplomazia internazionale.
Il problema è convincere Managua ad accettare il confronto
Resta tuttavia una domanda fondamentale: Daniel Ortega e Rosario Murillo saranno disposti a dialogare?
Il Nicaragua ha formalizzato il proprio ritiro dall’OEA nel 2023, ma l’uscita dall’organizzazione non elimina le questioni relative al rispetto dei diritti umani e dei principi democratici riconosciuti a livello interamericano.
Il governo nicaraguense, almeno per il momento, non ha dato segnali pubblici di disponibilità ad accogliere questa nuova iniziativa.
È proprio qui che si misura la difficoltà dell’operazione. Un gruppo di dieci Paesi può elaborare documenti, formulare richieste e concordare eventuali misure diplomatiche, ma non può imporre da solo un cambiamento politico a un governo che rifiuti il confronto.
La questione è ancora più delicata perché la crisi nicaraguense non nasce oggi. La repressione delle proteste del 2018, le restrizioni alla libertà di stampa, l’emarginazione dell’opposizione e il controllo delle istituzioni hanno progressivamente ridotto gli spazi di partecipazione politica.
Una responsabilità che riguarda tutta l’America Centrale
La situazione del Nicaragua non può essere considerata una vicenda interna priva di conseguenze per gli altri Paesi della regione. L’indebolimento delle istituzioni democratiche, la pressione sulla società civile e l’esodo di cittadini verso altri Stati producono effetti che superano i confini nazionali.
L’America Centrale ha bisogno di stabilità, cooperazione e istituzioni credibili. Non può permettersi che la crisi di un Paese diventi una condizione permanente, mentre gli altri governi si limitano a prendere atto degli avvenimenti.
Anche la posizione della Repubblica Dominicana merita attenzione. Santo Domingo aveva sostenuto la risoluzione dell’OEA e il ministro degli Esteri Víctor Bisonó aveva annunciato la chiusura dell’ambasciata dominicana in Nicaragua finché persisteranno le condizioni di deterioramento democratico. La Repubblica Dominicana, tuttavia, non figura tra i dieci Stati che hanno confermato la partecipazione al nuovo gruppo ministeriale.
È una distinzione importante: sostenere una risoluzione e partecipare direttamente al meccanismo incaricato di seguirne l’attuazione sono due cose diverse.
Il dialogo non deve diventare una copertura dell’immobilismo
La scelta dell’OEA di tentare una strada diplomatica è condivisibile. La storia dell’America Latina dimostra che le crisi politiche profonde non si risolvono facilmente attraverso l’isolamento e le dichiarazioni di condanna. Ma il dialogo, per essere credibile, deve produrre risultati.
Non sarebbe accettabile che ancora una volta si aprisse un tavolo internazionale, si annunciassero buone intenzioni e, dopo qualche settimana, tutto tornasse come prima.
I dieci Paesi coinvolti devono mantenere una posizione coerente e chiedere risposte verificabili. La liberazione dei detenuti politici, il rispetto delle libertà fondamentali, la possibilità per l’opposizione di organizzarsi e il ripristino di condizioni democratiche non possono essere considerati dettagli negoziabili o concessioni facoltative.
Naturalmente, il futuro del Nicaragua deve essere deciso dai nicaraguensi, non imposto dall’esterno. Ma questo principio non può diventare un alibi per ignorare la repressione o per considerare la sovranità nazionale un diritto che permette a qualsiasi governo di sottrarsi al rispetto delle libertà dei propri cittadini.
La comunità internazionale ha il dovere di accompagnare il Paese verso una soluzione pacifica e democratica, senza alimentare nuove divisioni e senza abbandonare chi chiede libertà e partecipazione.
Il gruppo dei dieci rappresenta un nuovo tentativo. Non è ancora una soluzione e non garantisce che Managua accetterà di confrontarsi. Ma offre un’occasione per riportare la crisi nicaraguense al centro dell’agenda regionale.
Adesso servono meno dichiarazioni e più risultati. Perché il Nicaragua non ha bisogno soltanto di un dialogo con il mondo esterno: ha bisogno di restituire ai propri cittadini il diritto di scegliere liberamente il proprio futuro.
