Il Natale altrove
Natale fa rima con festa e gioia e non c’è casa cristiana in cui non si festeggi. Anche chi non è credente però da molti anni condivide lo spirito gioiosi degli ultimi giorni dell’anno, assorbendone quel calore che spesso dimentichiamo durante il reso dell’anno.
In Italia non si sfugge alla cena della vigilia, al lauto pranzo natalizio, alle pietanze tipiche e ai dolci della festa ed ogni provincia italiana conserva le sue peculiari tradizioni. Ma chi ha scelto di vivere lontano dai confini come trascorrerà le feste natalizie? E come vivranno le tradizioni italiane le nuove generazioni originarie dell’Italia ma cresciuti nel paese che accolse i bisnonni o i nonni piuttosto che i genitori?
Federico Matias Mandl (foto a destra), avvocato vive a Buenos Aires ed è figlio di Alicia Carosella e di un papà di origine austriaca. Fin da bambino ha sempre partecipato alle iniziative dell’AssociazioneVilla San Vincenzo di Guardiagrele (Abruzzo): «Noi in casa festeggiamo sempre secondo le tradizioni. Mia nonna insegnò a cucinare le pietanze tradizionali a mia madre e lei le cucina per noi. Le feste religiose le rispettiamo tutte e il Natale è un momento di grande unione con i cibi tradizionali e con scambio di doni. Facciamo il presepe. Io ho un figlio piccolo e lui mangia le ferratelle che prepara la nonna e continua a vivere le tradizioni abruzzesi che io desidero tramandargli come hanno fatto con me. Manteniamo le usanze dei miei nonni preparando i piatti tipici che mangiavano nelle loro terre d’origine come l’Abruzzo. Nell’Associazione organizziamo la tombolata e la cena natalizia con i soci. L’associazione è stata fondata da mio nonno 39 anni fa ed oggi ho il piacere di esserne presidente grazie a tutta la commissione che mi accompagna e fa parte della mia famiglia».
Juan Rossi , nato a Montenerodomo (Abruzzo) e residente a San Martin (provincia di Buenos Aires) mantiene intatta la tradizione natalizia italiana: «Cuciniamo la carne secondo l’uso argentino ma prepariamo noci, fichi secchi e cioccolato e li mangiamo, anche se da noi è estate nelle nostre case non manca mai l’albero di Natale e andiamo a messa per poi riunirci tutti insieme.”
Rosina Cicchitti, che oggi vive a Maipù (Mendoza) emigrò con suo padre ed è in pensione dopo una vita trascorsa come maestra elementare. Rosina ha ancora parenti al suo paese natale, Pollutri (Abruzzo) : «I primi anni vissuti qui abbiamo mantenutoe le traduzioni natalizie italiane ; con il tempo le cose sono cambiate e ora qui la festa è molto meno spirituale. Ceniamo con amici e parenti ed oggi è essenzialmente una festa estiva che ha quasi nulla della solennità lasciata al paese. Anche le associazioni organizzano poco perché quasi tutti i soci sono in vacanza».
Aldo Gargantini (57 anni), anche lui residente a Maipú, lavora in un’impresa di combustibili, è invece attivissimo nell’associazione abruzzese di Mendoza, orgoglioso delle origini della bisnonna è nata a Casalincontrada (Abruzzo) : «Le tradizioni familiari e religiose continuano nel rispetto delle riunioni con familiari e amici. Andiamo a messa, facciamo l’albero, ci scambiamo regali, facciamo un pranzo speciale. Tutto questo solo a Natale perché a capodanno ognuno fa cose a parte, soprattutto una vacanza estiva».
Enrichetta Grosso nata a San Giovanni Lipioni vive invece a La Plata ed emigrò con la famiglia nel 1949. Non frequenta associazioni: «Qui al momento del nostro arrivo abbiamo incontrato altri compaesani e in famiglia ci riuniamo solo per i compleanni e non per natale. Con il passare del tempo, infatti, abbiamo cambiato abitudini adeguandoci alle traduzioni argentine. Il natale è una festa cattolica anche qui. Nei primi tempi della nostra vita in Argentina più o meno seguimmo le abitudini italiane. Andavano a messa nella vigilia o il 25 e qualcosa abbiamo conservato ma essendo da noi estate non facciamo nulla di più e cuciniamo ormai secondo abitudini argentine».
«Vivere il Natale nell’Emisfero Australe è sempre un po’ straniante per noi che arriviamo dall’Italia. In Cile, il 25 dicembre cade in piena estate e le scuole sono chiuse. Pertanto l’unico giorno di festa è proprio il 25 e i giorni seguenti si lavora come ogni settimana».
Francesco Panetta, docente di matematica nato a Marconia, frazione di Pisticci (Matera) è arrivato da pochi anni in Cile e attualmente vive a Valparaiso, dove insegna alla Scuola Italiana paritaria “Arturo Dell’Oro” intitolata a un giovane italo- cileno, eroe della Prima Guerra Mondiale. Francesco Panetta è approdato in Cile dopo altre esperienze di lavoro all’estero. Dopo aver vissuto durante gli anni universitari nel Regno Unito, conseguito la laurea alla Sapienza di Roma è volato prima in Turchia e poi in Cile. Il suo Natale rispecchia quello di tanti altri connazionali trasferiti in altri Continenti e spesso impossibilitati a rientrare per il periodo natalizio.
«Non nego che mi manca il freddo, le strade vestite a festa per la gioia del Natale più che per ragioni commerciali come sento qui. Senza dubbio le festività, quelle in cui la famiglia si riunisce, sono quelle in cui la nostalgia prende il sopravvento. Per fortuna oggi le tecnologie ci avvicinano rispetto al passato: parlo costantemente con mia madre Maria Giovanna Florio che vive a Marconia e tramite reti sociali con i miei amici italiani che sono sparsi un po’ per tutta l’Italia. Nel giorno di Natale o nei giorni anteriori faccio il panettone, nei vecchi stampi della nonna. I ravioli li cucino con gli utensili vecchi di famiglia».
Emilio Alberto Toro Canessa, origini liguri, è professore di Storia e Geografía Universitá di Viña del Mar e magíster Storia presso l’Universitá Cattolica di Valparaiso (Cile) : «Manteniamo ancora le tradizioni nelle feste e nella cucina, ricordando i nostri antenati che sono partiti. Cerchiamo di tenere vivo il loro ricordo utilizzando i loro stessi oggetti nelle attività quotidiane mentre cerchiamo al contempo di portare avanti le attività istituzionali e associative, in particolare con la Societá di Beneficenza Italiana di Valparaiso fondata nel 1856 , quindi ben prima dell`Unità d’Italia».
«La mia famiglia – racconta Juan Palacios Fantilli che abita ad Asuncion (Paraguay) e la cui famiglia è originaria di Schiavi d’Abruzzo (Chieti) – conserva sempre la tradizione di stare insieme in famiglia e mangiare la pasta della nonna a pranzo, soprattutto la pasta tipica ergionale . Partecipiamo ad alcune attività dell’ associazione di Abruzzo in Paraguay e la nostra famiglia non si è mai allontanata dall’identità originaria e dalle tradizioni italiane grazie a mia madre, attivissima nel mantenere vive le tradizioni italiane in famiglia e nella vita associativa.”
«Sentiamo fortemente la mancanza del “nostro Natale”, quella somma di usi, costumi e tradizioni che si inseriscono nel clima invernale e che rendono il periodo festivo carico di gioioso mistero».
Marika Avezzù, nata a Venezia e cresciuta a Trevisto, ha scelto il Brasile per il proprio progetto di vita e lo ha fatto prima come studentessa e ora come moglie e mamma. Professoressa d’italiano in una scuola del circolo italiano di Santa Caterina, vive a Biguaçu, una città dell’area metropolitana di Florianopolis, e con sé ha portato le proprie tradizioni veneziane e trevigiane.
«Festeggiare il Natale con il caldo toglie gran parte di questa atmosfera. Mi mancano i tortellini in brodo ma cerchiamo comunque di mantenere vive le nostre tradizioni, soprattutto nella sera della vigilia».
Sposata con Rafael Rodrigues da un anno è mamma della piccolissima Raffaella, prosegue i suoi studi con la specializzazione magistrale nella Universidade Federal de Santa Caterina, dividendo il suo cuore tra il proprio futuro che sarà sicuramente brasiliano, e il proprio passato carico di tradizioni.
«Sento molta nostalgia per la mia Venezia e il mio Veneto e quando sento salire nel cuore la famosa “saudade” cerco di distrarmi guardando i video della mia terra sui social, chiamando mia nonna e approfondendo la storia e la cultura della mia terra. Questo amore cerco di trasmetterlo anche ai miei allievi, cercando di insegnare loro non solo la grammatica italiana ma anche i tanti aspetti della cultura italiana, affinché possano prendere coscienza del loro ricchissimo retaggio culturale».
Feste di Natale decisamente calde quelle che vive Ilaria Stefanazzi, nata a Samarate (Varese) e trasferitasi a Windhoek, in Namibia (Africa): «Durante il periodo natalizio festeggio con la mia famiglia composta da marito e tre figli. Non affronto la lontananza da casa, semplicemente festeggio in maniera diversa, alternativa con la mia famiglia in un luogo diverso da quello di origine. La principale motivazione che ci ha spinto a partire è l’amore per questo paese, il suo paesaggio, la sua splendida natura e il dare la possibilità ai miei figli di crescere in un luogo più libero e imparare meglio l’inglese. Sento sicuramente la lontananza dalla famiglia d’origine e dagli amici anche perché è difficile tessere nuovi rapporti a causa della diversità delle nostre culture».
«Io vivo a Los Angeles – ci racconta Stella Musi di Udine – da 8 anni e sono tornata in Italia a Natale solo due volte in questo periodo. È difficile tornare più di una volta all’anno in Italia per i costi e per i giorni di ferie, e sinceramente preferisco ritornare d’estate per godermi il bel tempo Italiano con amici e famiglia, è molto più piacevole del freddo inverno nel Nord dell’Italia. Stando qui in California ho conosciuto molte culture diverse tramite amici e colleghi. Molte di queste culture non celebrano il Natale o celebrano le feste in modo diverso. Ho avuto un’amica russa che celebrava il Natale in gennaio e non dava alcuna importanza al 25 Dicembre. Poi ho avuto un fidanzato che veniva da una famiglia di religione ebrea che ovviamente aveva tutta un’altra serie di riti per celebrare Hanukkah. Il risultato è che ho vissuto una versione molto sbiadita del Natale negli ultimi anni. Ho sempre molte aspettative per quel giorno speciale, ma alla fine non vengono mai soddisfatte pienamente perché molte delle persone intorno a me non danno la stessa importanza a quei momenti come la do io. Quindi diciamo che non faccio l’albero di Natale, di sicuro non si fa il presepio, al massimo si fa una cena e qualche regalo. Sinceramente mi rattrista un po’ e all’inizio mi frustrava anche come situazione. Ma alla fine mi sono anche abituata a godermi questo giorno quasi in solitudine. Invece di aspettare una grande celebrazione con amici e famiglia, ho imparato a godermi questa festa da sola e onorare le mie tradizioni di famiglia nell’intimità e pace della mia casa, esprimendo gratitudine e amore per quello che ho».
Lucas (Gianluca) Di Medio, attore stuntmen, creativo e produttore trascorrerà un altro Natale in solitaria, ad Atlanta (Georgia, USA): «Probabilmente il periodo natalizio è per me quello più che abbia mai riscontrato. Tutti con la famiglia e io no, dunque la spendo maggior parte videochiamando i miei genitori e amici stretti. Non addobbo la casa per sentirmi meno triste essendo lontano migliaia di km dalla mia famiglia. C’è da precisare nel periodo natalizio un biglietto aereo costa il triplo e dunque questo rende impossibile passarlo con la famiglia. Anche qui negli USA tutti tornano nelle proprie città dove sono cresciuti, e dunque rimango maggior parte del periodo natalizio da solo, senza amici e né famiglia, diciamo che è un grande sacrificio. Gli Stati Uniti non sono un posto adatto alle vacanze natalizie, tutti pensano solo al lavoro e al business ».
Emanuele Tozzi, avvocato e musicista, dopo aver vissuto per alcuni anni in Colorado ha scelto New York per il suo lavoro e conferma il profondo senso di solitudine che attanaglia i giovani italiani che vivono negli Stati Uniti e che si acuisce nei periodi natalizi.
«A New York incontri tantissime persone con le quali interagire e sono incontri brevi, intensissimi che nella loro evanescenza lasciano una sensazione di solitudine. Specialmente nei primi anni questa solitudine è stata croce e delizia della mia vita americana. Mi ha aiutato, ispirato e reso un uomo migliore. Sono poi pochi i legami profondi che si instaurano ma questi sono resi unici dalle sfide particolari che New York ci presenta».

«Io ho lasciato l’Italia nel 2006 – spiega Raffaele Di Giovanni – Bezzi, laurea in giurisprudenza conseguita alla LUISS di Roma e specializzazione all’Università Erasmus di Rotterdam dopo aver conseguito nella stessa università romana il dottorato nel settore Antitrust – per una combinazione di ragioni lavorative e affettive. Essendo mia moglie non italiana, spesso abbiamo diviso il periodo natalizio in due parti: una in Italia e una nel suo paese. La lontananza da casa si è fatta sentire tantissimo nei primi anni, ma è poi diminuita molto. Ora mi sento a casa nel mio paese di adozione, ho gran parte delle mie conoscenze e amici qui, anche se vado in Italia appena mi è possibile. I miei figli adorano l’Italia e non vedono l’ora di tornare per abbracciare i nonni».
Raffaele Di Giovanni – Bezzi si è trasferito da Teramo a Bruxelles per accettare il lavoro di funzionario nella Commissione Europea per occuparsi proprio della concorrenza.
«Per me l’importante è essere insieme ai miei cari e passare del bel tempo insieme. La tradizione che mi piace rispettare è quella di stare a tavola con i miei famigliari e con i miei amici per assaporare se possibile le pietanze tipiche della mia terra d’origine. Lavorare in un team internazionale ha sicuramente aumentato le mie conoscenze, aprendomi nuovi orizzonti culturali e professionali e arricchendomi dal punto di vista umano. Dover abbandonare il mio paese, la famiglia e amici italiani è stato d’altro canto molto duro e rappresenta il risvolto della medaglia anche se dopo i primi anni di ambientamento, tutto è diventato più normale e adesso non posso dire di soffrire più di nostalgia».

Laura Piccolotto, nata a Monza, impiegata nell’ e-commerce, vive Atene da 14 anni e spesso trascorre il Natale da sola: «Uno degli aspetti positivi di questa esperienza è sicuramente il fatto di essere cresciuta sotto molti aspetti: mi sono messa alla prova ogni giorno in una nazione in cui non avevo nessun tipo di contatto, non sapevo nemmeno leggere l’alfabeto della lingua locale e tutto per me era totalmente nuovo, una sorta di muro che non sapevo se sarei riuscita solamente a potermici avvicinare. Tutte le sfide che affronto ancora oggi, nonostante siano passati diversi anni, mi hanno rafforzato, altre indebolito e reso più fragile ed altre ancora che mi hanno invece indurito. Posso affermare, senza nessuna presunzione, che riesco a far prevalere nella maggior parte dei casi i lati più dolci, più ragionevoli ed avere quella pazienza che aiuta sempre in ogni circostanza , lavorativa e personale».

