Vincenzo Filisola, il fedelissimo della Repubblica messicana
C’era un’aria carica di rivoluzione nel giorno in cui nacque Vincenzo Filisola. Era il 1789 e anche a Ravello, incantevole borgo affacciato sulla costiera amalfitana, il vento della nuova era soffiava tra le case degli abitanti, gonfiandone le speranze.
La famiglia di Filisola serviva, in quel periodo, sotto le insegne spagnole e ne seguì i destini quando l’esercito di Sua Maestà Cattolicissima abbandonò i territori del regno di Napoli. Il padre portò con se tutto il possibile, compreso ovviamente il neonato Vincenzo, destinato a crescere sotto il sole confortevole dell’Andalusia.
Il giovane napoletano crebbe bene, nella sua patria d’adozione e a soli quindici anni decise di intraprendere la carriera militare, per proseguire la tradizione di famiglia e per onorare il valore della stessa. Non cambiò mai “lavoro”, il giovane Vincenzo, da quel 17 marzo 1804 e la sua carriera fu talmente ricca di soddisfazioni da vantare, all’età di soli 21 anni, i gradi di sottotenente dell’esercito spagnolo. Divenuto ufficiale affidabile e apprezzato durante gli anni di lungo conflitto con le armate napoleoniche, Filisola, si imbarcò alla volta della Nuova Spagna, nel 1811. Erano quelli gli anni che precedettero la restaurazione in Europa ma anche l’anno seguente la proclamazione dell’indipendenza messicana da parte di Miguel Hidalgo di Costilla. Al “Grito de Dolores” del 10 settembre 1810 la Spagna aveva infatti risposto inviando le unità migliori della sua Armata e tra i tanti soldati vi era anche il napoletano, con l’incarco di capitano dell’artiglieria.
Ufficiale leale alla monarchia iberica, Filisola si guadagnò sul campo ulteriori meriti per il suo coraggio e nel 1814 passò tra le truppe scelte dei granatieri. Sarebbe stato quello il più alto incarico raggiunto da Filisola nell’esercito spagnolo.
Negli stessi anni infatti egli conobbe Agustin de Iturbide, personaggio straordinario della storia messicana e ne condivise l’amicizia e le idee politiche, abbandonando infine la sua ferrea lealtà nei confronti della patria spagnola. Vincezo Filisola accettò di rischiare la propria vita per la causa messicana e protesse l’amico nella Piana di Igualla, nel giorno in cui Iturbide si autoproclamò imperatore del Messico, conferendogli il comando nel comitato dei Tre Garanti.
Divenuto Brigadiere Generale della nuova armata americana, il napoletano ebbe l’incarico di conquistare tutta la regione centroamericana ai confini del Nuovo Impero e portò a termine con successo gli obiettivi, mantenendo il controllo della regione anche quando Iturbide cadde in disgrazia. Fu del resto proprio la sua grande professionalità militare a mantenerlo a galla anche nel periodo successivo la sciagurata esperienza imperiale. Filisola fu infatti confermato nell’esercito della neocostituita Repubblica del Messico e nonostante una iniziale retrocessione ai ranghi subordinata, a partire dal 1820 (anno della nascita della Repubblica) ripercorse tutta la carriera in divisa per arrivare, nel 1833 a comandante delle Province Interne dell’Est.
Il napoletano prese il controllo dei territori di confine in un’epoca delicatissima della storia americana. A nord del Messico si stava rapidamente espandendo la colonizzazione nordamericana e tra i due Stati si estendeva una vasta zona abitata da tribù pellerossa particolarmente bellicose. Stanco della monotona vita militare, Filisola, negli anni del suo governatorato delle province di confine accettò di entrare in affari con gli stessi nordamericani, adoperandosi per trovare nuove terre da coltivare ai seicento angloamericani arrivati nel territorio del Texas e trovando quest’area nella riserva degli indiani Cherokee. Non fu una scelta felice, quella dell’ex militare campano. Pressato dal proprio governo, criticato aspramente sia dai coloni che dagli indiani, abbandonò infine il sogno di imprenditore agricolo e tornò a vestire i panni dell’esercito messicano, accettando di combattere nella campagna militare di Antonio Lòpez de Santa Anna con il grado di secondo comandante e di entrare involontariamente in una delle pagine più epiche della storia americana. Nonostante la sua lealtà alla Repubblica, l’italiano mantenne buoni contatti con i texani, schierati sul fronte opposto, cercando in ogni occasione il dialogo e il compromesso per una guerra che vedeva contrapposti due realtà storicamente agli antipodi.
Filisola, dall’alto della sua lunga esperienza di frontiera, intuì la intrinseca debolezza delle Forze Armate Messicane così come la prorompente vitalità dei texani, guidati dal fanatismo di Houston e armati da una giovane nazione (gli Stati Uniti) decisa a scrollarsi dalle spalle le reminiscenze del potere europeo. Ma tutto questo non servì ad evitare la sconfitta alla propria nazione. Dopo la cattura del generale Santa Anna, egli non mantenne gli ordini ricevuti dallo stesso comandante, e contro il parere dei suoi sottoposti, decise di intraprendere una ritirata strategica, per cercare di salvare l’onore dell’esercito e preservare i confini del Messico, in accordo con le istruzioni ricevuto dal governo centrale. Filisola ordinò l’evacuazione di San Antonio e negoziò la tregua delle ostilità nel trattato di Velasco, sperando di poter riorganizzare un esercito avvilito e privo delle elementari basi logistiche.
Ottenuti nuovi ordini dal governo, nel giugno del 1837 intraprese finalmente una contromarcia, per cercare la rivincita contro l’esercito texano ma a pochi chilometri dalla linea di battaglia dovette desistere definitivamente dai suoi propositi, a causa delle penose condizioni dei suoi soldati. Si ritirò così a Metamoros e consegnò le sue dimissioni al presidente Juan José de Andrade, sostituito da José de Urrea al capo dell’esercito. Avvilito e confuso per una guerra che non poté combattere con la giusta dose di energia, e istigato da altri italiani a cambiare campo per passare sotto le insegne della repubblica texana, il napoletano mantenne fede al suo amore per il Messico e si ritirò a vita privata nella città di Saltillo fino a quando non venne chiamato a rispondere alla corte marziale militare per un’accusa di codardia mossagli dallo stesso Santa Anna e da altri ufficiali delusi dalle sue scelte “temporeggiatrici”. Agli occhi dell’opinione pubblica Filisola era additato anche come traditore e a nulla valse la strenua difesa di numerosi commilitoni. Esonerato nel 1841 dall’Esercito l’ex comandante messicano emigrò proprio nel vicino Texas, nei territori che tanto aveva sognato per le sue imprese agricole, e scrisse la sua personale versione della guerra texana. Accolto con affetto dai suoi ex nemici, Filisola non rinnegò però mai la fedeltà al suo Messico e si batté anche come semplice civile in favore di un ritorno del Texas entro i confini della repubblica centroamericana.
Ma il suo impegno non valse a scongiurare la nuova guerra tra i due paesi, questa volta abilmente architettata dai rampanti Stati Uniti per il possesso – di rapina- della preziosissima California. Filisola intuì l’inganno e cercò di suggerire prudenza alle autorità messicane ma anche questa volta il suo acume venne sottovalutato. Secondo i piani predisposti a Washington, la guerra tra Texas e Messico infine si riaccese trascinando il paese latino nella più grave sconfitta politico-militare della sua storia. Filisola non rimase comunque inerme e riattraversò il confine per arruolarsi ancora una volta nell’esercito messicano, fedele a uno stato ingeneroso nei suoi confronti.
Durante la guera del ‘47 l’italiano ottenne il comando di tre divisioni dell’esercito e si batté eroicamente durante gli scontri con la preponderante armata unionista, ma a nulla valse la sua condotta militare perfetta. Il nemico era preparato e ben armato, ed era soprattutto motivato dal desiderio di conquista: tanti elementi che portarono alla capitolazione del Messico. La capitale dello stato fu conquistata dalle forze nordamericane guidate da comandanti destinati a diventare simboli della storia nazionale (tra essi anche il futuro generale Lee e il presidente confederato Jefferson Davis), lasciando il Messico senza la California, il Texas, il Nuovo Messico, il Colorado e l’Arizona. Uno smacco gravissimo per il giovane Messico, relegato improvvisamente al rango di paese secondario dello scenario americano e destinato a subire l’invasione delle forze francesi di Napoleone III.
Filisola non visse i successivi tristi eventi del suo paese d’adozione. Ritiratosi a vita privata pubblicò diversi libri, per spiegare ai giovani la guerra del Texas: “The Mexican Side of the Texas Revolution” e “Memoirs for the History of the War in Texas” divennero testi fondamentali per la storia di frontiera e regalarono all’italiano un ultimo barlume di notorietà. Ma nulla poté contro l’amarezza del militare, consapevole di aver intuito le mosse nemiche e di non averle potute neutralizzare.
Filisola visse i suoi ultimi anni con l’impegno di rivalutare l’onore del Messico e per ristabilire la verità su una storia manipolata ad arte dalla propaganda nordamericana. Si batté sostanzialmente con armi impari contro la nascita del mito del West, cercando di spiegare il vero volto delle due guerre texane. Ma non fece in tempo ad essere ascoltato da una platea più preparata. Vincenzo Filisola morì nel suo amatissimo Messico, nel 1850, vittima di un’epidemia di colera e di storia che lo avrebbe relegato ingiustamente tra le tante effimere comparse italiane del Nuovo Mondo.
