Italiani all’estero: dimenticati, ignorati, sottorappresentati
Lo sapevate che oltre 6 milioni di italiani vivono stabilmente all’estero?
Esattamente: secondo l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE), a gennaio 2024 erano 6.385.000 gli italiani iscritti, con un aumento costante negli ultimi vent’anni. Un esercito di italiani che lavora, studia, investe, costruisce ponti culturali ed economici con il mondo intero.
Eppure, nel dibattito politico nazionale, questi cittadini sono spesso trattati come fantasmi.
In Italia, i cittadini con passaporto italiano sono molti di più di quanto si pensi. Milioni di persone originarie del Nord Africa, dell’Europa dell’Est e dell’Asia hanno acquisito la cittadinanza italiana negli ultimi decenni. Nulla da eccepire, è un diritto. Ma se è vero che si può diventare italiani “per naturalizzazione”, è altrettanto vero che chi nasce italiano e continua a esserlo, anche all’estero, non può essere trattato come un cittadino di serie B.
E invece accade questo: chi vive all’estero ha meno rappresentanza, meno servizi, meno ascolto.
Nel 2006 esisteva un Ministero per gli Italiani nel Mondo. È stato poi assorbito dal Ministero degli Esteri, sotto una generica “Direzione generale per gli italiani all’estero”.
Il risultato? Più burocrazia, meno attenzione. I consolati arrancano, i servizi digitali sono obsoleti, le comunità italiane sparse nei cinque continenti si sentono dimenticate.
Ripristinare un ministero ad hoc non sarebbe un privilegio: sarebbe giustizia.
Non servono grandi strutture, ma una regia politica chiara, dedicata esclusivamente agli italiani fuori dall’Italia, capace di coordinare politiche per l’assistenza, la cultura, l’impresa, l’istruzione, la sanità, i pensionati all’estero e la rappresentanza istituzionale.
Se confrontiamo i 6,3 milioni di italiani all’estero con i circa 58 milioni di residenti in Italia, ne risulta che più di un italiano su 10 vive fuori dai confini nazionali.
Più del 10%!
Eppure, nel Parlamento italiano, gli eletti all’estero sono soltanto 12 deputati e 6 senatori, su un totale di 600 parlamentari. Una percentuale ridicola!
Con una rappresentanza proporzionale, dovremmo parlare di almeno 60 parlamentari eletti all’estero, non 18.
E qualcuno osa ancora sostenere che gli italiani all’estero “non pagano le tasse”?
La balla più grande che si racconta è questa: “Gli italiani all’estero non pagano le tasse, quindi non hanno diritto a pretendere rappresentanza.”
Falso! Chi ha proprietà, redditi o pensioni in Italia, paga regolarmente tasse allo Stato italiano. Ma soprattutto: la cittadinanza non si misura in base alla fiscalità.
Un italiano è italiano, punto. Non si è cittadini “a tempo parziale”.
E poi, diciamolo: le tasse pagate in Italia servono a coprire servizi pubblici — scuola, sanità, trasporti — che gli italiani all’estero non utilizzano. Non pesano sul sistema. Anzi, spesso lo alleggeriscono.
È ora di dire basta alla retorica vuota e agli slogan elettorali. Gli italiani all’estero non sono turisti della patria: sono ambasciatori naturali dell’Italia, legati profondamente alla cultura, alla lingua, ai valori del nostro Paese.
Serve una nuova stagione di riconoscimento e dignità.
Serve una rappresentanza parlamentare proporzionata.
Serve un Ministero dedicato.
Serve, in una parola, rispetto.
