La verità sulla Resistenza e il valore della memoria: la lezione del ministro Nordio
L’articolo pubblicato sul quotidiano nazionale del Ministro Carlo Nordio restituisce finalmente una prospettiva di verità storica, troppo spesso offuscata da narrazioni ideologiche.
La sua visita al Mont Valérien, vicino a Parigi, uno dei luoghi più simbolici della memoria europea della Resistenza, rappresenta un gesto di grande valore civile e politico. Nordio è stato infatti l’unico ministro della Repubblica Italiana a recarsi in questo luogo sacro, dove centinaia di resistenti francesi furono fucilati dai nazisti. La sua presenza ha avuto il merito di riconoscere un dato di fatto storico: la Resistenza, come fenomeno europeo, fu complessa, plurale e non riducibile alle sole esperienze nazionali.
Per comprendere il significato profondo del Mont Valérien, bisogna tornare al 18 giugno 1940, quando Charles de Gaulle, rifugiato a Londra, si rivolse via radio al popolo francese invitandolo a non arrendersi e a continuare la lotta contro la Germania nazista. Il suo appello trovò eco soprattutto nel nord della Francia, meno nel sud, dove si instaurò il governo collaborazionista di Vichy guidato da Pétain.
La Francia, divisa in due, vedeva un nord occupato militarmente dai tedeschi e un sud apparentemente autonomo ma sotto l’influenza del Reich. In questo contesto nacque una Resistenza frammentata, composta da gruppi con motivazioni diverse: la Resistenza comunista, le formazioni lealiste a De Gaulle e movimenti regionalisti o indipendenti.
Già alla fine del 1940, nel nord della Francia, la clandestinità prendeva forma con la nascita dell’Organisation Spéciale (OS) e con la pubblicazione di giornali clandestini, strumenti di informazione e propaganda contro l’occupazione. Nel maggio del 1941 venne paracadutato il primo agente del SOE britannico (Special Operations Executive), con il compito di sostenere e coordinare le azioni della Resistenza. A fianco dei francesi operarono anche le resistenze belga, polacca e olandese, in una rete europea che univa chiunque fosse disposto a combattere contro la tirannia.
Molti resistenti erano ex militari che, sfuggiti alla cattura o rilasciati dai campi di prigionia, avevano nascosto le armi in attesa di riprendere la lotta. Altri provenivano da ambienti socialisti e comunisti, perseguitati dalla Gestapo, che trovarono rifugio nelle zone montane e forestali. Da questi nuclei nacquero i maquis, le bande partigiane che divennero il simbolo della lotta armata contro i tedeschi.
Fra i loro ranghi combatterono anche spagnoli repubblicani esuli dalla guerra civile, e perfino tedeschi antifascisti ed ebrei che avevano lasciato la Germania per sfuggire alle persecuzioni. Questa mescolanza di origini e convinzioni rese la Resistenza francese un laboratorio di solidarietà e di coraggio europeo.
Nonostante la complessità politica e l’isolamento iniziale, dal giugno 1941 – dopo l’invasione nazista dell’Unione Sovietica – la Resistenza trovò una nuova unità e un rinnovato vigore. Tutti i gruppi comunisti francesi si unirono in un fronte comune, rendendo l’azione antitedesca più efficace e organizzata. Da quel momento, la lotta clandestina si intensificò, contribuendo concretamente al logoramento delle forze di occupazione e alla preparazione dello sbarco alleato in Normandia.
Quella fu la vera Resistenza europea, che insieme all’Esercito Popolare Jugoslavo di Tito e alla Francia Libera di De Gaulle contribuì in modo decisivo alla liberazione del continente dal nazifascismo.
Sul nostro territorio combatterono e morirono soldati polacchi, francesi, britannici, americani, indiani, greci e perfino brasiliani. Senza il loro contributo, la Resistenza italiana – pur valorosa – non avrebbe mai potuto sconfiggere da sola un esercito ben più forte e organizzato.
Grazie all’impegno dei combattenti della Resistenza e all’opera del Vescovo Rémond, Nizza e il suo territorio circostante divennero un rifugio sicuro per molti ebrei francesi, anche con l’assenso delle autorità militari italiane.
Chi era Mario Vercellino? Nato ad Asti nel 1879, ufficiale di carriera, combatté nella Prima guerra mondiale, distinguendosi per equilibrio, disciplina e senso di umanità. Durante la Seconda guerra mondiale comandò la 6ª Armata nella campagna di Francia del 1940 e la 9ª Armata in Albania tra il 1940 e il 1941. Nel novembre 1942 fu nominato comandante della 4ª Armata d’occupazione in Francia, con giurisdizione sulla zona sud-est e sulla Costa Azzurra, allora sotto controllo italiano.
Fu in quei mesi, dal novembre 1942 all’8 settembre 1943, che Vercellino si trovò di fronte a una scelta decisiva: eseguire le pressioni tedesche e vichyste per la consegna degli ebrei presenti nella zona italiana o agire secondo la propria coscienza. Scelse la seconda via. Fedele al giuramento a Re, fedele agli ideali del Risorgimento italiano e di Casa Savoia che nel 1848 aveva dato libertà religiosa all’Italia.
La valle della Vesubia, San Martino, Saint-Sauveur, Beuil e altri centri montani divennero oasi di umanità sotto la protezione dell’esercito italiano. I comandi italiani, per disposizione diretta di Vercellino, rifiutarono di eseguire rastrellamenti e impedirono l’ingresso delle truppe tedesche nella zona di occupazione, garantendo per quasi un anno una relativa sicurezza ai rifugiati. Fu una forma di resistenza silenziosa ma concreta, compiuta da un generale che non obbedì a Berlino, ma alla propria coscienza e al senso dell’onore militare.
