Le guerre moderne non finiscono più: si combatte abbastanza per distruggere, non abbastanza per vincere
C’è qualcosa di profondamente cambiato nel modo in cui le grandi potenze fanno la guerra.
Ottant’anni fa un presidente americano poteva mandare centinaia di migliaia di uomini dall’altra parte del mondo e chiedere alla società di sostenere una guerra per anni. Oggi la situazione è completamente diversa: un conflitto può essere combattuto con missili, droni, bombardieri, navi e forze speciali, ma l’idea di mettere sul terreno un esercito numeroso e accettare migliaia di caduti è diventata politicamente quasi impraticabile.
Il risultato è una nuova forma di guerra.

Si combatte abbastanza per infliggere danni enormi all’avversario, ma spesso non abbastanza per raggiungere una vera soluzione politica.
Ed è forse questo uno dei motivi per cui molte guerre contemporanee sembrano non finire mai.
Dalla guerra totale alla guerra a distanza
La Seconda guerra mondiale apparteneva a un’altra epoca.
Gli Stati Uniti mobilitarono milioni di uomini. La guerra coinvolse direttamente l’economia, l’industria, le famiglie e l’intera società. Le perdite erano terribili, ma considerate parte del prezzo necessario per ottenere la vittoria.
Anche il Vietnam, pur in un contesto completamente diverso, vide una presenza americana enorme sul terreno.
Oggi l’esercito statunitense è professionale e la società americana non è più organizzata per una mobilitazione di massa. Questo ha cambiato radicalmente il rapporto tra presidente, esercito e opinione pubblica.
Una guerra che provoca migliaia di morti americani può diventare rapidamente un problema politico interno.
Non significa che gli americani siano diventati incapaci di accettare sacrifici. Significa che la soglia politica delle perdite è diventata molto più bassa, soprattutto quando il conflitto appare lontano dagli interessi immediati della popolazione.
Il paradosso dell’Iraq e dell’Afghanistan
Le guerre successive all’11 settembre sono forse il miglior esempio di questa trasformazione.
Gli Stati Uniti hanno combattuto in Afghanistan per vent’anni e in Iraq, direttamente o indirettamente, per un periodo altrettanto lungo. Hanno impiegato enormi risorse militari, tecnologiche ed economiche.
Eppure nessuna delle due guerre ha prodotto il risultato politico che Washington aveva immaginato all’inizio.
Il progetto Costs of War della Brown University stima che le guerre post-11 settembre abbiano comportato per gli Stati Uniti oltre 8.000 miliardi di dollari di costi federali e che, nelle diverse aree di conflitto, le vittime dirette e indirette siano state milioni.
Ma c’è un altro dato significativo.
Nel 2019, dopo quasi vent’anni di guerra in Afghanistan e sedici dall’invasione dell’Iraq, il 62% degli americani intervistati da Pew Research disse che la guerra in Iraq non era valsa i costi sostenuti. Tra i veterani la percentuale era del 64%.
Questa è la vera difficoltà delle guerre moderne: non basta vincere le battaglie. Bisogna anche riuscire a convincere una società che il prezzo pagato abbia prodotto un risultato che vale quel sacrificio.
Il problema del “vincere”
Qui nasce una domanda quasi filosofica: cosa significa vincere una guerra?
Distruggere le basi militari del nemico?
Eliminare una parte dei suoi comandanti?
Distruggere le sue infrastrutture?
Impedirgli di produrre determinate armi?
Oppure costringerlo a cambiare governo e politica estera?
Sono obiettivi completamente diversi.
Nel primo caso la superiorità tecnologica può essere sufficiente.
Nel secondo, invece, spesso non lo è.
Ed è qui che le guerre moderne entrano in una zona grigia.
Una potenza può avere la capacità di distruggere un’enorme quantità di obiettivi senza avere la volontà politica di occupare il territorio nemico, governarlo e sostenere le perdite necessarie per trasformare quella superiorità militare in un nuovo equilibrio politico.
La tecnologia ha cambiato la guerra, ma non la politica
Droni, satelliti, missili di precisione e intelligenza artificiale permettono oggi di colpire obiettivi a migliaia di chilometri di distanza riducendo enormemente il rischio per i propri militari.
È un cambiamento straordinario.
Ma crea anche un’illusione: quella secondo cui una guerra possa essere vinta semplicemente aumentando la precisione delle armi.
La tecnologia può distruggere un ponte. Può neutralizzare una base. Può colpire un deposito.
Non può decidere che cosa farà il Paese colpito il giorno dopo.
E soprattutto non può sostituire la politica.
Per questo un conflitto può essere militarmente devastante e contemporaneamente rimanere politicamente irrisolto.
L’Iran è l’esempio più attuale
La guerra con l’Iran mostra bene questo problema.
Gli Stati Uniti possono colpire infrastrutture militari e strategiche iraniane con una capacità che Teheran non è in grado di eguagliare.
Ma da qui a ottenere una resa politica dell’Iran c’è una distanza enorme.
Se l’obiettivo è impedire all’Iran di sviluppare determinate capacità militari, una campagna aerea può produrre risultati.
Se invece l’obiettivo diventa cambiare il regime, modificare radicalmente la politica estera iraniana o costruire un nuovo ordine politico nella regione, la situazione cambia completamente.
A quel punto la domanda diventa inevitabile: quanto è disposto a pagare Washington per ottenere quel risultato?
E soprattutto: quanti morti americani sarebbe disposto ad accettare il presidente?
Probabilmente molto meno di quanto un presidente americano avrebbe potuto permettersi politicamente ottant’anni fa.
La guerra senza eserciti
È così che nasce una delle caratteristiche più singolari della guerra contemporanea.
Si può combattere senza dichiarare una guerra totale.
Si possono utilizzare sanzioni, attacchi informatici, droni, missili, operazioni speciali, blocchi navali, intelligence, pressioni economiche e guerre per procura.
Tutto questo permette di mantenere il conflitto sotto una certa soglia.
Ma proprio quella soglia impedisce spesso di arrivare alla soluzione.
Nessuno vuole fare il passo successivo.
Perché il passo successivo potrebbe significare un’invasione, un’occupazione, una mobilitazione generale o un numero di vittime che nessuna opinione pubblica democratica è più disposta ad accettare.
E così le guerre diventano interminabili
Il paradosso è evidente.
Le guerre moderne possono essere molto più precise delle guerre del passato e contemporaneamente produrre conseguenze enormi.
Il progetto Costs of War della Brown University stima che nei conflitti post-11 settembre siano morte direttamente più di 900.000 persone e che milioni di altre siano morte indirettamente per le conseguenze della guerra, dalla distruzione dei sistemi sanitari alla fame e allo sfollamento.
Quindi non è vero che la guerra moderna sia diventata “meno sanguinosa”.
È diventata diversa.
I morti dei Paesi che combattono contro le grandi potenze sono spesso enormemente più numerosi dei militari della potenza intervenuta. E proprio perché le perdite del Paese intervenuto sono relativamente contenute, il conflitto può essere mantenuto più a lungo.
È una guerra asimmetrica anche nel costo umano.
Ma allora dobbiamo tornare alle guerre di massa?
No.
Questa è forse la conclusione più importante.
Il fatto che un presidente non possa più mandare centinaia di migliaia di giovani a morire senza incontrare una fortissima opposizione non è necessariamente un problema.
È anche una conquista delle società moderne.
Il problema nasce quando l’incapacità di accettare grandi perdite non viene sostituita da una vera strategia politica.
Se non vuoi invadere un Paese, devi sapere quale risultato vuoi ottenere senza invaderlo.
Se non vuoi occupare un territorio, devi sapere come costruire un accordo con chi lo controlla.
Se non vuoi accettare migliaia di morti, devi essere consapevole che la tua superiorità tecnologica non può garantire automaticamente la vittoria politica.
Il rischio è combattere senza sapere come finire
È questo il punto sul quale dovremmo riflettere.
Una guerra dovrebbe cominciare con una domanda molto semplice:
come vogliamo che finisca?
Non soltanto come vogliamo iniziarla.
La storia recente dimostra che distruggere un esercito è spesso più facile che costruire una pace. Abbattere un regime è più semplice che creare un governo stabile. Eliminare un comandante è più facile che convincere milioni di persone che il nuovo ordine sia preferibile al precedente.
E quando manca una risposta a queste domande, la guerra può trasformarsi in una sequenza interminabile di operazioni militari.
Una bomba oggi, un missile domani, una sanzione il giorno dopo.
Poi una tregua.
Poi un nuovo attacco.
Poi una nuova rappresaglia.
E il conflitto continua.
Forse è questa la grande contraddizione delle guerre del XXI secolo: abbiamo costruito armi sempre più potenti per ottenere vittorie sempre più rapide, ma abbiamo perso progressivamente la capacità politica di trasformare quelle vittorie militari in una pace duratura.
Si combatte abbastanza per distruggere.
Ma non abbastanza per risolvere.
Ed è per questo che tante guerre moderne sembrano non finire mai.
