Quando a emigrare eravamo noi: la storia degli italiani nel mondo
La Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, celebrata ieri, domenica 27 settembre, ha riportato l’attenzione su una realtà che oggi associamo soprattutto a chi lascia il proprio Paese per cercare sicurezza, lavoro o un futuro migliore. Quest’anno Papa Leone XIV ha posto al centro del suo messaggio i bambini e gli adolescenti coinvolti nei percorsi migratori, richiamando la loro particolare vulnerabilità e la necessità di proteggerne i diritti.
Ma la parola migrante non appartiene soltanto alle cronache contemporanee. Fa parte anche della storia di milioni di italiani.

Una storia che riguarda l’Italia
Tra la fine dell’Ottocento e il Novecento furono milioni gli italiani a lasciare il Paese. Il Ministero degli Esteri ricorda che il grande esodo di massa iniziato dopo l’Unità d’Italia portò circa 14 milioni di partenze tra il 1871 e il 1914, dirette soprattutto verso le Americhe.
Argentina, Brasile, Stati Uniti, Venezuela, Canada, Uruguay e altri Paesi divennero destinazioni di intere generazioni. Ma anche l’Europa attirò migliaia di lavoratori italiani, soprattutto verso Francia, Svizzera, Germania e Belgio.
Non erano tutti nelle stesse condizioni e non partirono tutti per le medesime ragioni. C’erano lavoratori in cerca di occupazione, famiglie che cercavano migliori condizioni economiche, persone spinte dalla povertà e, in epoche diverse, anche emigranti politici.
La loro esperienza ha contribuito a costruire comunità italiane che oggi, in molti Paesi, hanno ormai più di un secolo di storia.
Partire significava spesso non sapere quando si sarebbe tornati
Per molti emigranti italiani la partenza non era un viaggio come lo intendiamo oggi.
Si lasciava il paese d’origine con pochi bagagli, spesso dopo aver venduto o abbandonato quello che si possedeva. Il viaggio verso le Americhe poteva durare settimane e, una volta arrivati, iniziava una vita completamente nuova.
Lingua, lavoro, abitazione, rapporti sociali: quasi tutto doveva essere ricostruito.
Eppure, lentamente, nacquero quartieri, associazioni, società di mutuo soccorso, giornali, scuole, circoli e comunità. Gli emigranti non portarono soltanto la loro forza lavoro. Portarono lingua, tradizioni, cucina, musica, religione e un modo particolare di vivere la comunità.
È così che l’emigrazione è diventata anche una parte della storia dei Paesi che hanno accolto gli italiani.
Dall’emigrazione di massa agli italiani di oggi
La realtà è profondamente cambiata.
L’italiano che oggi vive all’estero non è necessariamente il lavoratore che parte con una valigia per non tornare più. Può essere un professionista, un imprenditore, un pensionato, uno studente, un ricercatore oppure un giovane che decide di trascorrere alcuni anni fuori dall’Italia.
La mobilità è diventata più semplice e i collegamenti con il Paese d’origine sono molto più forti.
Internet permette di mantenere quotidianamente rapporti con familiari e amici rimasti in Italia. I voli internazionali consentono di tornare periodicamente. Le nuove generazioni possono conservare la cittadinanza e, contemporaneamente, sentirsi profondamente legate al Paese nel quale sono nate.
Ma la distanza continua a esistere.
Essere italiani lontano dall’Italia
È proprio questa la realtà che riguarda oggi milioni di persone.
Gli italiani residenti all’estero non costituiscono una comunità omogenea. C’è chi è partito da pochi mesi e chi vive fuori dall’Italia da decenni. Ci sono famiglie emigrate tre generazioni fa e giovani che hanno appena iniziato una nuova esperienza professionale.
Quello che li accomuna è però il rapporto con un Paese che continua a rappresentare una parte della loro identità.
La Farnesina, raccontando la storia dell’emigrazione italiana, sottolinea come il fenomeno continui ancora oggi sotto forme diverse rispetto alla grande emigrazione del passato.
Una parola che cambia significato
È quindi interessante rileggere la Giornata del Migrante anche da questa prospettiva.
Oggi il termine migrante viene spesso utilizzato per indicare chi arriva in un altro Paese. Ma, nella sua definizione più ampia, indica semplicemente una persona che si sposta da un luogo all’altro, spesso per costruire una nuova vita.
Gli italiani hanno conosciuto questa esperienza sulla propria pelle.
Per questo la storia dell’emigrazione italiana può aiutare anche a comprendere meglio il fenomeno migratorio contemporaneo, senza confondere situazioni storiche completamente diverse. Le condizioni dell’emigrazione italiana di ieri non sono quelle delle migrazioni forzate di oggi, ma esiste un elemento comune: lasciare un luogo conosciuto per affrontare l’incertezza di un altrove.
La memoria degli emigranti
Oggi gli italiani nel mondo sono parte integrante della presenza internazionale dell’Italia.
Le loro associazioni, i Com.It.Es., le istituzioni culturali e le comunità locali mantengono legami con il Paese d’origine. In molti casi sono proprio queste comunità ad aver conservato tradizioni che in Italia sono cambiate o scomparse.
Dalla Repubblica Dominicana all’Argentina, dagli Stati Uniti all’Australia, dal Canada al Venezuela, la presenza italiana racconta quindi una storia che non si è conclusa con la partenza delle generazioni precedenti.
È una storia ancora viva.
E forse è proprio questo il motivo per cui, parlando oggi di migranti, vale la pena ricordare anche quando i migranti eravamo noi.
