1890. Il linciaggio di 11 italiani a New Orleans
Quella del 15 ottobre 1890 è una notte piovosa . Il capo della polizia di New Orleans, David Hennessy e il capitano William O’Connor lasciano la stazione centrale di polizia e Hennessy volta in direzione di Basin Street, per raggiungere la casa che divide con la madre vedova. O’Connor invece cammina nella direzione opposta verso 273 Girod Street, nella periferia di New Orleans. Il capitano di solito non va a casa da solo, scegliendo di essere accompagnato da guardie del corpo. Quella notte invece decide di andare da solo.
Come capita in ogni attentato, gli eventi precipitano in pochi secondi. Mentre Hennessy si appresta a entrare in casa, un gruppo di uomini appare dal buio e apre il fuoco. Uno dei proiettili gli trapassa il fegato e si ferma nel petto; un altro gli frantuma la gamba destra. Il capo della polizia risponde al fuoco quando è già ferito a morte. Il capitano O’Connor accorre in direzione di Hennessy ma lo trova a terra, in fin di vita, e alla domanda su chi fosse stato Hennessy riesce a rispondere: “Dagos did it”, usando un termine spregiativo e razzista che viene usato nei confronti degli immigrati italiani, in particolare quelli provenienti dalle regioni meridionali. Portato subito al Charity Hospital il comandante muore nel giro di poche ore.
Le ultime parole sussurrate da Hennessy bastano al sindaco Joseph Shakespeare per riunire il consiglio comunale ed esternare apertamente il suo odio razziale nei confronti della comunità italiana. Per il sindaco gli italiani sono “Gli individui più abietti, più pigri, più depravati, più violenti e più indegni che esistono al mondo, peggiori dei negri e più indesiderabili dei polacchi. Dobbiamo dare a questa gente una lezione che dovranno ricordare per sempre“.
L’assassinio del resto non arriva del tutto inaspettato. Il capo della polizia era comproprietario insieme a Joseph Provenzano di un locale di New Orleans dalla dubbia reputazione. Tali rapporti, quasi sempre taciuti dalle fonti americane, aiutano a ipotizzare il vero movente dell’uccisione del capo della polizia, i cui mandanti erano probabilmente i rivali della famiglia Matranga, e gettano delle ombre sull’integrità morale di Hennessy. I giornali però etichettano subito l’omicidio come una “dichiarazione di guerra”, definendolo un “omicidio italiano”.
Il sindaco ordina delle retate esclusivamente nei quartieri abitati da immigrati italiani, trascinando in cella oltre 250 italiani per sottoporli a metodi illegali d’interrogatorio con l’uso di violenze fisiche e verbali. Diciannove di loro vengono arrestati e di questi, undici vengono accusati di aver avuto un ruolo diretto nell’assassinio. Nei quattro mesi successivi, la stampa scriverà che questi uomini appartengono a una società segreta d’italiani nota come mafia, che da questo momento inizierà a comparire sui giornali di tutti gli Stati Uniti associando di fatto gli italiani al crimine organizzato.
Il processo che segue sarà molto controverso, con gli inquirenti che tentano di creare prove false di colpevolezza degli imputati. La giuria però ritiene otto di essi non colpevoli ma circola la voce che anche i giurati siano stati corrotti dalla malavita.
In una città abbagliata dalle dichiarazioni di colpevolezza, la sentenza viene accolta con rabbia isterica e il giorno seguente un quotidiano locale compare l’invito ad agire. Invito subito accolto dalla cittadinanza (stranamente già armata e organizzata) . Lo sceriffo Gabriele Villère si raduna per dirigersi verso la prigione.
A capeggiarla vi sono l’avvocato Parkerson e il sig. Wickliff. Alcuni dicono si tratti di 3 mila persone altre parlano di 20mila. Di sicuro si tratta di migliaia di cittadini inferociti, in gran parte appartenenti al ceto benestante, che si avviano verso il carcere cittadino. Il console italiano Pasquale Corte segue con preoccupazione la riunione e con il procuratore generale chiede invano l’intervento della polizia.
Un gruppo armato si stacca dalla folla e raggiunge l’ingresso principale della prigione urlando di voler entrare. Al rifiuto delle guardie il gruppo inizia a martellare l’ingresso con picconi, asce e martelli fino ad aprire l’uscio. Inutile il tentativo delle guardie di fermare i facinorosi e di far nascondere i prigionieri italiani. La folla li trova e non lascia scampo, crivellandoli di colpi di arma da fuoco. Il primo a essere ucciso è Antonio Scafidi. Il minorenne Aspero Marchesi, risparmiato per l’età, viene travolto e schiacciato dalla folla. Giuseppe Macheca è il secondo. Sei (tra i quali Antonio Marchesi, il padre di Aspero) vengono bloccati nel cortile mentre tentano di fuggire. Vengono fucilati sul posto mentre Antonio Abbagnato viene impiccato a un ramo. Emanuele Polizzi, disabile mentale, viene è legato con una corda al collo a un lampione. Lui però riuscì ad arrampicarsi finendo ucciso dall’ orrendo tiro al bersaglio. In tutto vengono uccisi 11 italiani. Altri otto si salvano nascondendosi sotto le ampie gonne delle prostitute.
Per cinque ore la folla inferocita si accanisce sui cadaveri. Le donne inzuppano il fazzoletto nel sangue e strappano lembi dei vestiti per trofei e macabri ricordi. Nei locali si celebra e si brinda alla «giustizia» sommaria del popolo inferocito. Parkerson, soddisfatto, congeda la folla con un “Dio vi benedica». Poi negherà di aver partecipato al linciaggio.
Per il sindaco hanno «agito bene». Aggiunge: «Sono cittadino americano, non ho paura neppure del diavolo. Questi uomini meritavano di essere impiccati. Quando sentii che erano stati assolti, rimasi paralizzato sulla sedia. Sono stati puniti con mezzi legali da pacifici cittadini, ossequienti alla legge. Si è ripetuto qui quello già fatto in Italia. La mafia colà era diventata troppo forte e il sovrano vi ha posto rimedio. Qui pure il sovrano – il popolo – ha provveduto. Sono pronto a difendere i pacifici italiani, non costoro… Essi inalberarono la bandiera siciliana sopra l’americana, uno fu visto calpestare la nostra bandiera».
I responsabili non saranno mai perseguiti. Per la Giuria, il popolo «agì in modo che è difficile determinare la colpa», la città simpatizza e non è possibile sanzionare gli imputati.
Il Console Corte protesta vivamente contro la giustizia sommaria ma la stampa sollecita e incoraggia le rappresaglie contro gli italiani, che in vari luoghi vengono insultati e percossi. In Italia monta l’ira dei deputati mentre gli emigrati protestano con un imponente raduno di oltre ottomila persone a New York e si sfiora la crisi diplomatica. A Washington, l’ambasciatore Francesco Saverio Fava infatti protesta veementemente contro le autorità che non hanno impedito l’assalto e il massacro e chiede di proteggere gli italiani sempre minacciati, di consegnare i responsabili del massacro alla giustizia invocando un’energica repressione e provvedimenti per tutelare la colonia italiana. Richiamato in patria presenta le dimissioni.
Quando il presidente Harrison definisce l’assassinio collettivo di New Orleans «un’offesa alla legge e un crimine contro l’umanità», il Congresso protesta per incriminarlo con l’impeachement. La proposta d’indennizzare le famiglie delle vittime con due mila e 500 dollari cadauna è accolta a suon di fischi. Solo dopo mesi tornerà un clima di apparente serenità ma occorreranno 128 anni per avere un “risarcimento morale pubblico” da parte della città di New Orleans.
A chiedere scusa per il linciaggio del 1891 a nome di New Orleans, in un centro culturale italo-americano, sarà la sindaca della città LaToya Cantrell rispondendo alle richieste della comunità italo-americana locale, intenzionata soprattutto a far conoscere la storia dell’immigrazione italiana alle nuove generazioni.
