2.000 euro all’anno per la sanità italiana: una soglia che rischia di escludere milioni di italiani all’estero
Nella Camera dei Deputati, come scriviamo in un altro articolo, è iniziato l’esame della proposta di legge che punta a modificare la legge 833/1978 e a introdurre un contributo annuale obbligatorio per i cittadini italiani iscritti all’AIRE e residenti in Paesi extra-UE che non aderiscono all’EFTA.
Il cuore della proposta è semplice e pesante: 2.000 euro annui, non frazionabili, per mantenere il diritto all’assistenza sanitaria in Italia tramite il Servizio Sanitario Nazionale.
Chi non paga, viene messo in mora e perde l’accesso alle prestazioni.
La ratio dichiarata dal legislatore è collegare il contributo alla spesa sanitaria pro capite.
Il risultato, però, appare tutt’altro che equilibrato.
Una soglia che non tiene conto della realtà economica dell’emigrazione
Due mila euro l’anno per chi vive in Paesi con redditi simili o superiori all’Italia può essere una cifra ragionevole.
Ma cosa accade per gli italiani che vivono e lavorano in Paesi dove il salario medio varia da 150 a 400 dollari al mese?
Per loro, quel contributo non è un “rimborso”: è un muro, una barriera economica che rischia di creare un divario profondo all’interno della stessa cittadinanza italiana.
Il rischio di una cittadinanza sanitaria a due velocità
Chi vive in Europa o nei Paesi EFTA non dovrà pagare nulla.
Chi vive in America Latina, Africa, Caraibi, Asia o Medio Oriente dovrà invece affrontare una spesa che in molti casi supera quattro o cinque stipendi locali.
È difficile non vedere in questa scelta una forma di discriminazione indiretta.
Il diritto alla salute dovrebbe essere tutelato per tutti i cittadini italiani allo stesso modo, indipendentemente dal luogo in cui vivono.
E soprattutto indipendentemente dal reddito del Paese di residenza.
Le conseguenze concrete
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Molti italiani potrebbero rinunciare all’assistenza sanitaria italiana.
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Altri potrebbero essere costretti a rivolgersi a sistemi sanitari locali spesso fragili o molto costosi.
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Altri ancora potrebbero ritrovarsi “cittadini sospesi”: italiani di fatto, ma esclusi da alcuni diritti fondamentali a causa di un requisito economico.
L’Italia rischia così di allontanare proprio quella parte della propria comunità che mantiene legami culturali, affettivi e spesso fiscali con il Paese d’origine.
Serve una soluzione più equa
Una soluzione meno rigida è possibile.
Basterebbe introdurre un contributo modulato, proporzionato al reddito del Paese in cui si risiede o alla condizione personale (studenti, pensionati, famiglie, lavoratori a basso reddito).
Oppure prevedere convenzioni bilaterali per ridurre l’impatto economico.
La sostenibilità del sistema sanitario è un obiettivo legittimo.
Ma non può trasformarsi in una selezione economica degli aventi diritto.
Due mila euro l’anno rischiano di spezzare il legame tra l’Italia e milioni di connazionali emigrati, creando cittadini di serie A e di serie B.
Se vogliamo davvero un’Italia che abbraccia i suoi figli nel mondo, dobbiamo costruire politiche che includano, non che respingano.
