The Blues Brothers compiono 40 anni
Veramente la storia ha inizio un paio di anni prima, quando Dan Aykroyd e John Belushi si presentarono al Saturday Night Live per la prima volta nei panni dei Blues Brothers e, a seguito del successo immediato, pubblicarono il loro primo album, “Briefcase full of blues”, una valigia piena di blues. Era l’inizio di un’avventura straordinaria che ebbe il suo apice esattamente 40 anni fa, quando John Landis portò i fratelli Blues al cinema trasformandoli in un successo planetario e facendoli entrare nella leggenda.
Il vero cultore del blues era Dan Aykroyd, armonicista che aveva militato a lungo nella Downchild Blues Band e il blues era la colonna sonora del club che gestiva all’epoca, l’Holland Tunnel Blues bar, dove Belushi venne iniziato al genere. Fu Howard Shore a suggerire per il duo il nome di Blues Brothers, il cui stile era un misto di eleganza cool e look gangsteristico, mentre i personaggi di Elwood e Jake Blues furono modellati sui due fratelli che erano alla guida della Downchild Blues Band di Aykroyd.
“La banda” venne messa in piedi con l’aiuto di Paul Shaffer, che era parte integrante della formazione che suonava al Saturday Night Live, che prese altri due componenti dello show, Lou Marini e Tom Malone, e li affiancò con due elementi della storia della soul music, Steve Cropper e Donald “Duck” Dunne, che avevano suonato in ogni singolo di successo della Stax, e con Alan Rubin e Matt “Guitar” Murphy. Una formazione praticamente perfetta, in grado di sostenere in maniera eccellente il duo dei “fratelli”, con i loro numeri musicali e comici, i balletti, le gag e un repertorio di canzoni classiche e imbattibili, in bilico tra blues, soul, jazz e rock’n’roll, arrangiate magistralmente da Shaffer. Il risultato di questo pregevole mix di creatività, divertimento e stile fu un album dal vivo, Briefcase full of blues, che nel 1978 andò velocemente al primo posto in classifica, spinto dalla splendida e divertentissima versione di Soul man di San & Dave che i Blues Brothers interpretarono in maniera fedele ma potentissima.
Nelle note di copertina veniva raccontata la storia dei fratelli Jake e Elwood, orfani cresciuti in un istituto di suore a Rock Island, nell’Illinois, dove avevano imparato due religioni, quella cattolica e quella del blues. E quella storia, le cui vicende Aykroyd iniziò a scrivere proprio ai tavoli dell’Holland Tunnel Blues Bar, diventò la storia del film diretto da Landis, un musical perfetto che metteva insieme la musica della band con la storia del blues e del soul, rappresentata nel film dalle stelle più grandi, Ray Charles, Aretha Franklin, John Lee Hooker e il grande Cab Calloway. Al film seguì un grande tour e un altro album dal vivo, Made in America, seguito da un best ofnel 1981. Poi la morte di Belushi fece finire la storia, anche se i Blues Brothers hanno avuto altre incarnazioni, persino un altro film con John Goodman al fianco di Aykroyd, “Blues Brothers: il mito continua”, ricchissimo di musica e di grandi musicisti, ma decisamente non all’altezza dell’originale.
Un film e tre album, comunque, sono bastati ai Blues Brothers per entrare a far parte della storia della cultura popolare del Novecento e a entrare anche nel nuovo millennio come figure mitiche; il loro abbigliamento non è più andato fuori moda, la musica, il blues, che loro hanno contribuito a far scoprire alle generazioni che all’epoca erano travolte da punk, disco e elettronica, è ancora tra noi e ci resterà ancora a lungo; e John Belushi, scomparso troppo presto e mai dimenticato, è ancora amato da milioni di persone in tutto il mondo, per come cantava, per come ballava, e per come, in una delle sequenze memorabili di Blues Brothers, abbassando gli occhiali neri e sfoderando uno sguardo ammaliatore, nei panni di Joliet Jake Blues riusciva a convincere persino la fidanzata che lo voleva uccidere.
