Di Coppe, di Inni, e sui Francesi
Sia chiaro: la soddisfazione di vedere il mio Napoli vincere la Coppa Italia da netto sfavorito e per di più nell’edizione dove l’inno Italiano è stato cantato da un afroamericano con pugno chiuso finale a ricordare la campagna Black Lives Matter, scatenando attacchi di isteria presso tutti i patrioti all’amatriciana di questa fava è stata una soddisfazione difficilmente replicabile. Una di quelle soddisfazioni grasse, che prendono la pancia, poco razionali, esattamente il tipo di soddisfazione che ci sta bene vicino al tifo calcistico.
Soddisfazione che per me si è raddoppiata sapendo che nella maggior parte dei casi, i travasi di bile per la vittoria della mia squadra (molto pochi devo dire la verità, ho visto molta sportività da parte del mondo Juventino, tifosi compresi, e non scherzo) e quelli dovuti alla scelta dell’esecutore dell’inno coincidevano negli stessi, trogloditici soggetti.
Accantonando per un attimo la mia partigianeria calcistica però (che ovviamente tirerò fuori come un quindicenne alla prima occasione utile), non ho potuto fare a meno di fare alcune riflessioni semi-serie sul nostro inno nazionale, sulle sue caratteristiche in termini musicali, sulla sua rappresentatività di una nazione come l’Italia e soprattutto sul confronto fra questo e l’inno dei nostri cugini francesi, da molti considerato (a mio avviso correttamente) uno degli inni nazionali più belli del mondo.
Partiamo dalla composizione di Mameli, e precisamente dall’esecuzione di Sergio Sylvestre, che come sempre ha scatenato commenti a membro di canide da persone che come massimo risultato raggiunto in campo musicale hanno l’esecuzione in terza media di Frà Martino Campanaro per flauto dolce e sestetto di rutti. Capiamoci: l’esecuzione di mercoledì ha il grave difetto di una interruzione nel mezzo del brano, cosa spiacevole sia per il pubblico che per l’artista, dovuta al classico “fiato corto” che prende i cantanti quando il nervosismo e la tensione sono troppo alti. Ma per capirlo bisognerebbe almeno sapere cosa vuol dire cantare a livello professionale, che implicazioni ha a livello di polmoni e diaframma, tutte cose che all’utente medio sfuggono e che (giustamente) si limita a considerare la bellezza o meno dell’esecuzione.
Ora è chiaro che mi concentrerò sull’aspetto musicale dell’esecuzione e poi dell’Inno stesso: è fuori discussione che io mi metta ad analizzare le critiche deiculturolesi che riguardano la italianità o meno dell’esecutore o addirittura del suo colore della pelle o del pugno alzato in un momento di attualità come questo: come diceva Oscar Wilde, mai discutere con un idiota. Ti trascina al suo livello e ti batte con l’esperienza.
Come dicevo, l’esecuzione del brano ha come unico errore “tecnico” l’interruzione dovuta alla mancanza di aria nei polmoni, ma non ravvedo errori né nella tonalità, né negli accenti o nella metrica. Personalmente ho apprezzato gli abbellimenti apportati da Sylvestre alla fine di ogni strofa, ma questo è un gusto strettamente personale, e non rappresenta un criterio tecnico oggettivo. Se qualcuno dall’orecchio fino ha ravvisato altro mi piacerebbe saperlo, gradirei però che mi si portassero dati TECNICI e OGGETTIVI sui presunti errori nell’esecuzione in campo musicale, e non generici commenti da bar. Ovviamente, da qui a dire che sia stata un’esecuzione brillante e coinvolgente, ce ne passsa.
La voce del ragazzo tra l’altro ha un tono e un registro potente e non ho ravvisato note calanti o crescenti, pertanto, per quanto mi riguarda, l’errore fatto a metà del brano va ad iscriversi nella lunga lista di errori già fatti da artisti di ogni paese e nazionalità (anche italiani e anche molto più scafati e famosi di Sylvestre) quando sono stati chiamati a cantare “a cappella” il proprio inno nazionale. Che a dirlo sembra facile, poi ti trovi tu da solo, un microfono e uno stadio intero da raggiungere con la tua voce (più svariati milioni di persone collegate) e all’improvviso torni bambino al primo giorno di scuola senza mamma e papà.
Detto questo però, sorgono spontanee alcune domande che, diciamoci la verità, ci accompagnano da sempre in quanto italiani sul nostro inno nazionale; del resto non è un caso se questo brano è stato dichiarato ufficialmente “de iure” inno nazionale italiano solo tre anni fa, ovvero 190 anni dopo la sua composizione.
In primis: quanto è meritevole per melodia e testo questo inno di rappresentarci come nazione? E in secondo luogo: quanto è adatto ad essere interpretato in una versione “a cappella”? Ora, siccome ho il dono di essere un bastardo, farò questa analisi prendendo come termine di paragone la Marsigliese, inno che in molti invidiano alla Francia ma che nasconde una sorpresa che, se avrete la pazienza di seguirmi ancora un po’, vi svelerò a breve.
Partiamo dall’epoca: la Marsigliese diviene inno nazionale per decreto nel 1795 ma si vorrebbe far risalire la sua composizione al 1792 (data da rivedere, poi vedremo perché) per mano di Claude Joseph Rouget de Lisle come canto di guerra in concomitanza dell’inizio del conflitto tra Francia e Austria. Dato il periodo, il brano diviene immediatamente il canto nazionale dei rivoluzionari durante la Rivoluzione Francese, e anche il testo rispecchia in pieno il sentimento di quel popolo e di quel periodo
L’Inno “Fratelli d’Italia” viene invece composto da Michele Novaro nel 1847, su un testo scritto da Goffredo Mameli, in pieno Risorgimento: è evidente l’influenza dell’inno francese e anche di quello greco nel testo della canzone, dovute alla fede politica giacobina dello stesso Mameli. All’epoca l’inno era considerato molto “progressista”, tanto che quei simpaticoni dei Savoia, una volta definita l’unità d’Italia nel 1861 lo bandirono e lo sostituirono con la Marcia Reale, dato che aveva il difetto di quell’eccessivo retrogusto di Repubblica in un’epoca in cui l’unità d’Italia era stata portata avanti da una monarchia.
Sembrerebbe quindi che il sentimento di fondo che ha ispirato i due testi sia il medesimo, finanche l’impronta e i principi politici ispiratori dei due inni dovrebbero essere i medesimi. Ed è vero. Purtroppo però, se andiamo ad analizzare il testo dei due brani ci accorgiamo subito di un problema: “Fratelli d’Italia” è di gran lunga un testo più “colto”; è pieno di citazioni a specifici episodi storici e ad avvenimenti relativi alla storia del nostro paese. Scipione l’Africano, la Repubblica di Firenze, la battaglia di Legnano, la rivolta popolare di Genova del 1746, i Vespri Siciliani sono tutti episodi storici accaduti nell’arco di quasi 2000 anni e citati in maniera iconica nel testo dell’inno Italiano. Laddove invece la Marsigliese presenta un testo molto più “facile” e universale che, a parte una fugace citazione al generale de Bouillé, può essere considerata un testo efficace ma molto generico su un popolo che si unisce ribellandosi ai suoi tiranni.
Bene, direte voi, quindi questo è un punto a favore per il nostro inno, no? Eh no, purtroppo no. La Marsigliese infatti, proprio in virtù di un testo con scarsissimi riferimenti storici può essere considerato (e di fatto lo è sempre stato) un canto universale a favore della libertà e dell’autodeterminazione di un popolo contro il potere oppressore. Chiunque la canti, a meno che non sia una testa coronata, può facilmente immedesimarsi nel testo e nel suo significato. Fratelli d’Italia invece, mi perdonerete la deriva marketing, è molto meno vendibile a livello “discografico”: la presenza di tanti episodi identificativi della nostra storia rende il nostro inno molto più “italiano” di quanto sia “francese” la Marsigliese, ma proprio per questo lo rende molto meno universale. E fin qui, potremmo pure dire: “esticazzi, è l’inno italiano, mica mondiale!”.
Purtroppo però, in un paese dove la conoscenza della propria storia si riduce al ricordo delle diverse edizioni del Grande Fratello, quasi nessuno conosce il testo del proprio inno, e qualora lo conosca a memoria, penserà probabilmente che il Ferruccio citato nel testo sia un amico dell’autore, che i Balilla della seconda strofa siano quelli di mussoliniana memoria e che Legnano venga citata in quanto sede di un importante snodo autostradale.
Insomma, riassumendo, sebbene il nostro inno ci rappresenti perfettamente, è oggi molto poco sentito e compreso dagli stessi italiani che dovrebbe rappresentare, mentre i nostri cugini francesi la sfangano molto meglio, in quanto per cantare con cognizione di causa il proprio inno, possono restare sufficientemente ignoranti senza il bisogno di riprendere il sussidiario di storia delle medie.
Passiamo ora al lato più squisitamente tecnico-musicale:
Sia la Marsigliese che Fratelli d’Italia sono due “marce” come tempo musicale, e sono nel più classico quattro quarti. Anche l’andamento metronomico è simile: “Allegro” per la Marsigliese, “Allegro Moderato” per Fratelli d’Italia. Fin qui dunque, sembrerebbe esserci una sostanziale uniformità dal punto di vista tecnico, ma se la musica fosse fatta di numeri e basta, probabilmente oggi metà della popolazione mondiale si sarebbe suicidata, e probabilmente sarebbe la metà sbagliata.
Fortunatamente, la musica è molto di più, quindi per andare un po’ più a fondo proviamo ad analizzare la struttura armonica dei due brani. Vi avviso, vado un po’ più nel tecnico, ma senza esagerare.
Fratelli d’Italia ha una struttura armonica abbastanza semplice: il brano si basa su un’alternanza di quinti/primi (accordo sulla tonica e sulla settima dominante) che ne acuisce la marzialità e l’andamento solenne con delle variazioni armoniche sulla sesta minore e sulla terza che rendono ancora più aulico e severo il “mood” del brano. Insomma, una struttura armonica perfetta per una marcia militare.
La Marsigliese, mi duole dirlo, ha invece nella sua semplicità, un’apertura armonica e una modernità del tutto diverse, confermando il suo DNA di “evergreen” degli inni: la sua struttura basata sull’utilizzo dei quarti/quinti/primi (sottodominante/dominante/tonica) e le sue variazioni in minore la rendono molto più “orecchiabile” all’ascoltatore contemporaneo.
Per chi di voi suona qualche strumento basta fare una prova semplice per rendersene conto: suonate gli accordi della Marsigliese senza l’andamento classico da marcia, e provate a darle una connotazione blues o addirittura swing: rimarrete sorpresi nel vedere che la struttura armonica di quegli accordi si adatta perfettamente a questo esperimento, e che bastano poche variazioni nella melodia per tirarne fuori qualcosa di diverso e molto più attuale.
Insomma, sembrerebbe che la Marsigliese batta il nostro inno sia nella categoria “testo” che nella categoria “musica”, giusto? Beh, si, sempre se fosse francese….
Eh già perché la Marsigliese è… italiana, e questa cosa fa incazzare tantissimo i francesi, i quali hanno tentato in tutti i modi di fare del sano revisionismo storico per nascondere questa dolente (per loro) verità.
Vi ricordate di Claude Joseph Rouget de Lisle, il presunto autore della musica della Marsigliese? Bene, il nostro Claude ebbe l’incarico dall’allora sindaco di Strasburgo di comporre un canto militare per l’inizio del conflitto con l’Austria. Ora però si dà il caso che Claude fosse un ufficiale del genio militare con limitate capacità musicali, e che si trovasse in forte difficoltà nella stesura di un brano così importante nel poco tempo concessogli. Inaspettatamente però, in un giorno solo, viene fuori con il testo e la musica della Marsigliese, dicendo di essere stato preso da ispirazione improvvisa. Si capirà poi quale fosse la fonte di questa ispirazione: la Marsigliese infatti è la copia esatta dell’opera “Tema e variazioni in DO maggiore” del noto violinista e compositore piemontese Giovanni Battista Viotti che scrisse queste musiche anni prima (nel 1781) durante il suo periodo alla corte del re di Francia. Provate ad andare su YouTube e cercate quest’opera: rimarrete sorpresi nell’ascoltare…. La Marsigliese! Un solo consiglio però: se avete un amico/a transalpino evitate di andare sull’argomento, sono molto sensibili nel sapere che anche il loro inno glielo abbiamo scritto noi. Da notare che Claude non firmò mai l’opera della Marsigliese, forse preso da un senso di opportuno pudore per il plagio.
Bene, dopo questa dose di sano campanilismo, non posso fare a meno di riflettere sul fatto che Viotti è stato uno dei primi esempi di fuga di cervelli, di quelli buoni; a dimostrazione del fatto che da quel momento, sempre più spesso in Italia i cervelli sono emigrati, lasciando qui gli involucri peggiori, a recensire le esecuzioni del nostro inno durante le partite di calcio.
