Un Natale nel Montana
Vivere a Virginia City, nel Montana, era davvero un’impresa difficile negli anni Sessanta dell’Ottocento.
Città di frontiera per eccellenza, aveva nel proprio nome l’unico tratto gentile, illudendo il viaggiatore di passaggio con la sua malcelata esuberanza.
In realtà quell’ammasso informe di casupole di legno tenute insieme dalla sottile, fangosa linea stradale, era un covo di gente senza troppi scrupoli, in gran parte cercatori d’oro inselvatichiti da una vita aspra e gretta, pronti a tutto per soddisfare il loro sogno personale di ricchezza.
Pionieri della costa orientale in cerca di nuovi territori da colonizzare, scalcagnati allevatori boemi, robusti contadini tedeschi, iracondi manovali irlandesi e fantasiosi artigiani italiani sfiniti da una continua e sfibrante corsa verso la grande occasione: era questa la variegata e lacera umanità che si presentò alla vista del giovane prete in abiti neri, capitato nel disarticolato groviglio urbano nei giorni finali dell’anno solare 1865.
Padre Giuseppe Giorda aveva fondato una missione (San Pietro) lungo il corso del fiume Missouri e nei suoi primi anni americani era entrato in simbiosi con i nativi del grande Nordovest continentale.
In quell’aspro territorio che un giorno sarebbe diventato il parco nazionale dello Yellowstone, l’uomo di chiesa aveva condiviso il suo bivacco con i pellerossa Coeur d‘Alène (conosciuti anche con il nome di Schitsu’umsh o Skitswish ) e aveva lavorato, con un manipolo di “preti di frontiera”, intorno a una serie di dizionari e grammatiche delle lingue autoctone.
Ma tutte le energie spese in quella faticosa opera linguistica, tutte le fatiche superate nell’attraversare territori segnati dall’incontaminata natura, le sofferenze patite nel selvaggio Nordovest e le torture inflitte dai nativi ostili anche ai più miti degli uomini bianchi, non avrebbe eguagliato lo scoramento provato dal missionario in quei pungenti giorni di inizio inverno a Virginia City.
Giuseppe Giorda era un uomo di ferro. La sua tunica nera lo indicava alla gente come “blackrobe” e per gli uomini della frontiera lui era un vero soldato di Dio.
L’italiano era un religioso ma anche uomo di cultura e per entrambe le sue passioni si era sempre battuto nei suoi anni nel Nordovest.
Ma in quella città tra le montagne non c’era una chiesa per celebrare il Natale.
Non avevano tempo per Dio gli uomini in cerca del metallo giallo. Tra uno scavo e un ritrovamento, la famelica umanità si eliminava l’un l’altra senza tanti perché, e nel domani di ognuno c’era semplicemente … il domani e, con un po’ di fortuna, la fatidica pepita dell’oro.
Quegli uomini senza anima scrutarono con astio l’esile uomo in logori abiti neri, in sella a un piccolo asino, in cerca di amici di fede.
Gli avventurieri di Virginia City, forse non erano più nemmeno uomini, vi assomigliavano soltanto nelle forme esteriori; questo almeno nei pensieri iniziali del tenace blackrobe.
Mancavano pochi giorni per il Santo Natale e non vi era ombra di una chiesa per le anime sparse e disperse del freddo Montana.
Padre Giorda non si diede per vinto. In quella vigilia di Natale il piccolo grande uomo in tunica nera decise però che un Natale ci sarebbe stato.

Alcuni di questi, non disdegnando una bevuta di whisky in onore dell’impegno, decisero di chiamare in causa Thomas Francis Meagher, un possente irlandese facente funzione di governatore del Montana.

Con modi rudi e spicci, gli attori vennero invitati a riposare per una settimana e nel giro di 24 ore scomparvero le scritte allegre e fu ridipinto l’interno mentre altri uomini costruirono l’altare, la balaustra della comunione, il confessionale.
La prima chiesa di Virginia City fu pronta per la messa di mezzanotte ma non riuscì a contenere tutti i fedeli accorsi: molti si inginocchiarono sulla neve, ascoltando la funzione impassibili all’inclemenza del tempo.

La città del peccato aveva pagato con polvere d’oro la sua prima chiesa, e aveva ripagato con l’amore la tenacia del loro primo parroco.
Invitato dagli abitanti di Virginia City, il missionario gesuita si fermò in città per quasi vent’anni e rifiutò con modestia la mitra vescovile offertagli a Roma.
Giuseppe Giorda era nato il 19 marzo del 1823 in Piemonte, in una famiglia di stampo nobiliare. Entrato nella Compagnia di Gesù nel 1845, Giorda si distinse fin dai suoi primi anni di sacerdozio per la sua vasta cultura e rispose con entusiasmo all’impegno missionario. Arrivato negli Stati Uniti nel 1852, imparò con grande fatica i rudimenti dell’inglese e iniziò la sua opera evangelizzatrice tra i Coeur d’Alene.

Trovatosi nello stesso anno tra i Gros Ventre, Giorda venne fatto prigioniero dagli stessi pagando sulla propria pelle la rabbia dei Nativi nei confronti di coloni bianchi che avevano razziato i cavalli della tribù.
Il missionario rimase segregato per quasi un mese prima di essere rilasciato illeso. Il gesuita insegnò la catechesi al grande Capo Giuseppe dei Nez Percé e predicò in sei lingue diverse tra gli indiani Flathead (Testepiatte) e i bellicosi Blackfoot .
Fu scelto come cappellano della seconda Legislatura territoriale del Montana e i Nativi lo chiamarono “Capo Romano”.
Insieme ai missionari Gregorio Mengarini e Giuseppe Bandini, Giorda redasse il Kalispel Dictionary e pubblicò il Varrative from the Holy Scripture in Kalispel.

Grazie a lui e ai tenaci “blackrobe” anche i Nativi del Nordovest poterono finalmente leggere e comprendere le Sacre Scritture.
