Sanità per gli italiani all’estero: le domande che la politica non ha ancora chiarito
La legge che consente agli italiani iscritti all’AIRE di accedere al Servizio sanitario nazionale pagando un contributo annuale fino a 2.000 euro continua a suscitare polemiche e malumori nelle comunità italiane sparse nel mondo. Al di là degli slogan e delle dichiarazioni di circostanza, restano numerose domande alle quali la politica non ha ancora fornito risposte convincenti.

La prima riguarda l’origine stessa del provvedimento. Perché il deputato eletto all’estero Andrea Di Giuseppe ha ritenuto opportuno proporre una misura che, invece di ripristinare un diritto, sembra subordinare l’accesso alla sanità al pagamento di una quota particolarmente onerosa? Qual era il vero obiettivo della norma?
Ancora più difficile da comprendere è quanto accaduto durante l’iter parlamentare. Perché quasi tutti i deputati e i senatori eletti all’estero, con poche eccezioni come il MAIE, hanno sostenuto il provvedimento alla Camera e al Senato per poi iniziare a criticarlo soltanto dopo la sua approvazione? Se la legge presenta problemi così evidenti da richiedere modifiche e correttivi, perché tali questioni non sono state affrontate prima del voto definitivo?
C’è poi la questione economica, probabilmente la più importante. Chi ha scritto e approvato la legge ha davvero tenuto conto delle condizioni di vita di milioni di italiani residenti in Sudamerica o ha pensato solo ai suoi elettori nella ricca America del Nord? In molti Paesi dell’America Latina 2.000 euro rappresentano una cifra enorme, spesso pari a diversi mesi di stipendio e, nei casi più estremi, persino a un anno di lavoro. Pensare che pensionati e lavoratori con redditi modesti possano permettersi una simile spesa appare quantomeno irrealistico.
Da qui nasce una riflessione più ampia. Non si rischia forse di creare una distinzione tra cittadini italiani in base alle loro disponibilità economiche? Da una parte coloro che possono permettersi di versare il contributo e accedere alle cure in Italia, dall’altra chi ne resta escluso perché non dispone delle risorse necessarie. Una situazione che molti connazionali all’estero percepiscono come la nascita di italiani di serie A e italiani di serie C.
Anche sotto il profilo finanziario emergono dubbi significativi. Se l’obiettivo era quello di portare nuove risorse nelle casse dello Stato, qualcuno ha realmente calcolato quanti italiani all’estero aderiranno al sistema? Molti osservatori ritengono che il numero degli iscritti sarà estremamente limitato e che, di conseguenza, gli introiti previsti potrebbero rivelarsi molto inferiori alle aspettative. Il rischio è che la misura finisca per penalizzare milioni di persone senza produrre benefici economici rilevanti.
Esiste inoltre una conseguenza pratica che sembra essere stata sottovalutata. Un cittadino italiano residente all’estero che necessiti di cure importanti e non possa permettersi di pagare i 2.000 euro potrebbe essere incentivato a trasferire formalmente la propria residenza in Italia, cancellarsi dall’AIRE, ottenere nuovamente l’accesso ordinario al Servizio sanitario nazionale e, una volta terminate le cure, tornare nel Paese in cui vive abitualmente. Se questo dovesse accadere su larga scala, la legge rischierebbe di produrre esattamente l’effetto opposto rispetto a quello dichiarato.
Ma c’è un altro aspetto che alimenta il malcontento delle comunità italiane all’estero. Molti si chiedono perché un cittadino italiano debba pagare una cifra così elevata per accedere alla sanità del proprio Paese mentre l’ordinamento italiano garantisce, giustamente, forme di assistenza sanitaria anche agli stranieri presenti sul territorio nazionale. Nessuno mette in discussione il principio della tutela della salute per chi vive in Italia. Tuttavia, molti connazionali si domandano perché la cittadinanza italiana non sia considerata sufficiente per garantire un accesso più equo alle cure.
La questione, in questo caso, non riguarda gli immigrati, ma il rapporto tra lo Stato e i propri cittadini residenti all’estero. Perché chi ha mantenuto la cittadinanza italiana, spesso conserva familiari, proprietà e interessi economici nel nostro Paese e continua a sentirsi parte della comunità nazionale, dovrebbe essere chiamato a pagare migliaia di euro per ottenere un servizio che considera un diritto?
Infine, resta il problema delle liste d’attesa. Anche chi decidesse di versare il contributo richiesto si troverebbe comunque a fare i conti con le difficoltà del sistema sanitario italiano. Un cittadino che arriva dall’estero per sottoporsi a visite, esami o interventi spesso dispone di tempi limitati e non può attendere mesi per una prestazione specialistica. È stata valutata anche questa realtà oppure si è pensato soltanto al principio astratto dell’accesso al servizio?
Sono domande legittime che milioni di italiani nel mondo continuano a porsi. Domande che meritano risposte concrete e non semplici promesse di futuri emendamenti. Perché una legge che riguarda il diritto alla salute dovrebbe essere costruita tenendo conto delle reali condizioni di vita delle persone e non soltanto delle intenzioni dichiarate da chi la propone.
E finché queste risposte non arriveranno, il dibattito resterà aperto e il malcontento delle comunità italiane all’estero continuerà a crescere.
