RESILIART – Genova Manifesto©
Parte da Genova l’ultima sfida internazionale alla forzata quarantena che ha ostacolato e minato le attività “produttive” della global community, comprese quelle della cultura e dell’arte. Non tutto però si può arrestare e marginalizzare. Non si ferma la creatività. Tanto meno l’arte, gli artisti e i movimenti internazionali ad essa riferiti. “Let’s show the world that your creativity is unstoppable”, ovvero: Mostra al mondo che la creatività è inarrestabile!
L’arte non si ferma… Questo lo slogan con cui l’UNESCO, l’Organizzazione mondiale dell’Educazione Scienza e Cultura lancia da Parigi la sfida della ResiliArt e del suo Movimento internazionale per un dibattito globale in cui sono contemplate nuove proposte, strategie, alleanze e partnership culturali in giro per il mondo. Per far sentire la voce e la forza creativa degli artisti “resilienti” di fronte alle oggettive difficoltà e impedimenti che rischiano di periferizzare il lavoro espositivo di tanti artisti nazionali ed internazionali. Un riverbero che ha fatto presto il giro del mondo, ed è diventata materia di condivisione artistica e culturale. Anche dai canali social e sulle pagine ufficiali del Club UNESCO di Genova che da fine aprile ha ufficializzato a livello internazionale, anche il proprio progetto mondiale. Si chiama ResiliART, si legge Manifesto. Ha preso forma concreta il 24 aprile scorso per mano di Massimo Ruggero, Presidente del Club Unesco di Genova e Manaj Saha, Presidente di IAA India, partner ufficiale di UNESCO, il manifesto genovese e internazionale, tra Genova e Calcutta, della ResiliArt (documento già tradotto in tre lingue, compreso inglese e idioma hindi) che trae spunto da una serie di incontri e progettualità condivise. L’ultima, culminata nel recente seminario di fine aprile, quando insieme a Bedri Baykam, Presidente Mondiale di IAA Worl -che ha aperto la sessione parigina di UNESCO nella giornata internazionale dedicata all’arte (il World Art Day del 15 aprile scorso)- e alla famosa curatrice a artista berlinese Eva Moll, sono stati affrontati e teorizzati alcuni spunti su come attivare i necessari meccanismi di sostegno per aiutare gli artisti e la filiera produttiva culturale in questo delicato lockdown dell’emergenza sanitaria globale. Temi importanti della sfida attuale che gli artisti si trovano ad affrontare per scongiurare il rischio prolungato del “depotenziamento operativo” che non significa di fatto “declino” o “inattività” della propria creatività.
Parte dei contenuti ufficiali del Manifesto genovese sono riportati quasi integralmente in questo mio articolo in lingua italiana che di fatto accompagna la versione integrale in lingua inglese che proponiamo alla stampa internazionale ed ugualmente ai lettori di Italian’s News.
(…) Così, nel periodo di assoluto cambiamento forzato e messa in discussione di qualsiasi presupposto, anche etico, crediamo che vivere un processo di resilienza sia naturale e necessario per poter reagire e continuare a costruire. In ogni ambito, certamente anche nell’arte, un’esigenza assai sentita. Gli artisti, per citare Dennis Oppenheim, espressione di una straordinaria meta-arte sperimentale, sono sismografi del loro tempo. Lo sono tutt’ora. L’arte di oggi è viva, è fertile, è arrabbiata, è appassionata. E il Resiliart moviment deve raccogliere e rielaborare questi “movimenti tellurici”.
La cultura ci rende resilienti e ci dà speranza. Questo postulato iniziale ricorda che gli artisti non sono soli. C’è bisogno di uno sforzo concreto, concertato e globale per sostenere gli artisti e garantire l’accesso alla cultura per tutti. Perché la resilienza rappresenta la capacità di affrontare gli eventi traumatici in modo positivo, quindi bisogna riorganizzare la propria vita di fronte alle difficoltà. “Ciò che non mi uccide mi rende più forte.” Nell’opera Götzen-Dämmerung conosciuta come il Crepuscolo degli idoli ovvero come si filosofa con il martello, opera del 1888, Nietzsche esprimeva la sua sentenza e reagisce alla morte di Dio: in merito si rivolge ad un acclamato richiamo alla vita e torna a vivere orientandosi direttamente verso la teoria all’Oltreuomo (Ubermensch). Questo è il Nietzsche/filosofo che rinasce dalle ceneri della decadenza dei valori e dei costumi, lo spirito costruttivo che noi stessi dovremmo adottare di fronte al negativo. Questa teoria ricorda il concetto di resilienza. Ognuno di noi è in grado di reagire a ciò che gli accade: ognuno a modo suo. Infatti le persone resistenti sono quelle che, come gli artisti nelle circostanze avverse, sono in grado di controllare venti sfavorevoli. Poi ci sono anche quelli che raggiungeranno destinazioni importanti. Questo ci insegna la psicologia, questo ci offre la vita. Siamo tutti resistenti, nonostante noi stessi. Resistiamo agli shock stressanti senza fletterci, spezzarci e, in qualche modo, onoriamo il verbo paradigma latino resalio, inteso come perseveranza e associato all’immagine precisa del naufrago che cerca di tornare su una barca capovolta dalla forza del mare, in cerca di salvezza. E forse di nuovi lidi.
Ritengo che ResiliArt, nel senso più ampio del significato, sia anche la risposta al distacco dall’antropologia del buon vicinato, della condivisione sociale, delle relazioni umane violate da questa quarantena. Ma non è solo questo. Ogni artista, operatore culturale può condividere le proprie esperienze e creatività creando una rete permanente che contrappone la pandemia, ma anche la disinformazione e il disinteresse culturale da una realtà in cui crescono sempre più nuove forme di povertà intellettuale. Sperimentare la sofferenza senza essere in grado di attribuire significati ci fa scivolare e ci immerge in un mondo incoerente che ci impedisce di usare risposte comportamentali adeguate. Per dare un senso a un trauma devi essere in grado di pensarci, per affrontarlo, fuggire o trasformarlo.
Non vi è dubbio che esiste un modo e un percorso per innescare il processo di resilienza. Dobbiamo capire e agire: capire senza agire promuove l’ansia, agire senza capire crea devianza e sentimenti negativi. Il filosofo Platone, ad esempio, nel suo Fedro, con l’allegoria della biga alata rappresenta il corriere che guida il carro (oggettivazione della razionalità) e i due cavalli rappresentano la passione e l’emozione. Quest’ultima è simboleggiata da un cavallo bianco che comprende il linguaggio dell’auriga (l’anima razionale) ed è continuamente attivo nell’atto di moderare il cavallo nero, simbolo invece delle passioni. L’emozione media, quindi, continuamente, tra razionale e passionale. Quindi è necessaria una grande forza d’animo, questa è la resilienza.
Il punto di forza della mente è quindi quel sentimento che ci consente di orientare le nostre scelte sempre dopo aver analizzato la nostra parte razionale; e tali scelte devono essere nostre, altrimenti rischieremmo di sentirci estranei alla nostra stessa vita. Stare vicino alla nostra vita è la base del nostro stato di salute, cioè dell’esatta coincidenza di noi stessi con noi stessi. L’elaborazione della rappresentazione antropologica e artistica dell’attuale trauma costituisce il compito più arduo per coloro che hanno sofferto lo stesso, per l’intera comunità, poiché implica una metamorfosi nell’attribuzione del significato. Questo è possibile solo all’interno dell’universo linguistico, poiché la metafora del trauma è più narrativa che organica: l’atto del linguaggio, il linguaggio, ci introduce in una dimensione che ci permette di esistere come soggetti con un modo unico e personale di interpretare il mondo, costruire la realtà. E soprattutto ci permette, attraverso la comunicazione, di verbalizzare il trauma, condividerlo, governarlo, storicizzarlo, renderlo comprensibile e dargli un significato.
Attualmente il Club per l’UNESCO di Genova città metropolitana collabora con esponenti internazionali rappresentanti di India, Turchia e Germania, sotto la guida dell’UNESCO, per trasformare questa drammatica crisi in un’opportunità, per un nuovo Rinascimento globale, attraverso cultura, ricerca e istruzione. In effetti, sarà nostro compito concentrarci anche sul significato del ruolo e della responsabilità attiva che possa meglio definire l’affermazione dell’identità di ciascun artista. Ma anche l’impegno a evidenziare i problemi relativi alla rivendicazione di beni culturali e alla loro valorizzazione come patrimonio culturale.
Il dibattito si concentrerà anche sul potere dell’espressione artistica, il suo valore da un punto di vista psicologico. Freud parlava di sublimazione, quella trasformazione di contenuti interni, anche negativi, in energia creativa che da dentro va verso l’esterno e nel caso dell’arte si concretizza in una tela, una canzone, una fotografia, una poesia… Con l’energia psichica bisogna pur farci qualcosa che si tratti di creare, di lavorare, di sperimentarsi nella crescita individuale o relazionale. Rapportarsi con l’arte permette questo scambio tra mondo interno e mondo esterno. Non solo l’espressione artistica, ma anche la fruizione artistica è un fattore che permette di dare spazio ai propri vissuti emotivi. Questo aspetto risulta fondamentale in quanto l’energia psichica deve trovare spazio e modo di muoversi altrimenti rischia di implodere dentro al soggetto, restituendo stanchezza psichica e fisica.
La crisi sanitaria causata dal nuovo coronavirus ha fatto precipitare l’economia globale in una recessione, costando all’economia globale oltre un miliardo di dollari nel 2020, come riportato dall’UNCTAD. Mentre miliardi di persone in tutto il mondo si rivolgono alla cultura come fonte di conforto e connessione, l’impatto di COVID-19 non ha risparmiato il settore culturale. Oltre l’80% delle proprietà del patrimonio mondiale dell’UNESCO hanno chiuso, minacciando il sostentamento delle comunità locali e dei professionisti della cultura.Le istituzioni e le strutture culturali tra cui musei, teatri e cinema stanno perdendo milioni di entrate ogni giorno e molti hanno dovuto licenziare il proprio personale. Artisti di tutto il mondo, molti dei quali stavano già lavorando part-time, su base informale o con contratti precari prima della pandemia, stanno lottando per far quadrare i conti.
Oggi stiamo vivendo un’emergenza culturale. Il Club di Genova è uno dei tanti attori globali che supporta e diffonde questi valori, tali aspettative e testimonianze, attraverso canali, valori e testimonianze locali, nazionali e internazionali. La ResiliArt ha dunque l’obiettivo ambizioso di identificare una strategia di intervento, facendo luce anche sullo stato attuale delle industrie creative attraverso una discussione globale con i principali professionisti del settore, catturando idee, proposte, programmi culturali, voci di resilienza da parte di artisti affermati ed emergenti. Tutti i metodi quindi “oltre la distanza” sono ben accettati, per iniziare insieme ad UNESCO questa importante rappresentazione culturale, strutturale e antropologica: la Resiliart e il suo movimento. Accettare questa nuova sfida dell’antropologia alla contemporaneità vessata dell’arte che spesso passa attraverso il dialogo -e le sue configurazioni generate nelle interazioni tra esseri umani attraverso l’uso del linguaggio ordinario- e talvolta il conflitto, può diventare uno dei significati da assegnare all’attuale arte resiliente e al suo Movimento.
Nuovi percorsi teorici e metodologici, nuovi sincretismi nonché esperimenti espressivi ed epistemologici devono essere innescati, avviati e condivisi. Ovvero sono prodotti dall’incontro e dalla collaborazione ideologica tra discipline che generalmente afferiscono a settori distinti. È una sfida artistica all’interno di una sfida, un modo per piegare ulteriormente la ormai obsoleta regola del monopolio della scrittura accademica connessa a un unico argomento legittimo. Codici multi-espressivi attraverso i quali narrare la cultura o alcuni tratti culturali di un gruppo umano o di una corrente artistica, come nuove tendenze sperimentali ed espressività che producono di volta in volta modelli innovativi, attraverso la co-presenza di linguaggi ed espressività multiple.
Secondo la mia analisi, questa può essere anche l’arte resiliente e il significato a cui possiamo assegnare un ruolo fondamentale nel restituire agli artisti la giusta responsabilità come guide. Modelli di creatività del pensiero della bellezza, in una relazione artistica attuale “non storica” di periferizzazione sociale e culturale multipla, dove ogni forma di espressività e di interdisciplinarietà si intreccia fino a generare modelli ancora più vivi e pieni di significati della contemporaneità. Nella comunione, quindi, nell’atteggiamento più intimo dell’interiorità artistica della resilienza, viene definita una nuova estetica collaborativa che combina due termini tra loro, solo apparentemente in antitesi. Questi possono anche essere applicati all’atteggiamento di “partecipazione responsabile” degli artisti in questa particolare fase di distanziamento sociale. È il rinnovato atteggiamento “partecipante” che normalmente deriva dall’osservazione “attiva” nella fase creativa, che connota una distanza piuttosto che una vicinanza, come sostiene il secondo termine “partecipante”.
In fine un’ultima considerazione per concludere la mia breve analisi, una nota semantica. Resilienza ricorda un altro concetto, resistenza. Ovvero la capacità di essere felici, di successo, pieni di idee, dopo che è accaduto qualcosa di difficile o di cattivo; la qualità di essere in grado di tornare rapidamente a una buona condizione precedente dopo aver vissuto e rielaborato i problemi.
In che modo, pertanto, la cultura affronta la situazione che stiamo vivendo? È perfettamente normale avere paura, ma è anche necessario che paura e coraggio, concilino, vadano d’accordo per insegnare a vivere in questa realtà senza precedenti. Non c’è dubbio che ogni forma d’arte, tela, pittura, scultura esprimerà sempre anche la dignità, il coraggio e la forza delle persone colpite. Tutto ci porta alla resilienza. Tutte le persone hanno l’immensa capacità di riorganizzare le nostre vite in un modo nuovo, a noi sconosciuto prima del doloroso evento. Questo non ci è negato, figuriamoci se possiamo dimenticarlo ed ometterlo. Quindi diventa tesoro tutto ciò che è stato appreso dall’evento avverso, ricevendo da esso una forza trainante, un nuovo slancio, che ci porta a superare i nostri limiti precedenti.
Alla base dell’idea di resilienza c’è lo stesso concetto della tecnica giapponese di Kintsugi, secondo la quale un oggetto rotto non viene lanciato, ma acquisisce un nuovo valore, poiché avendo subito una rottura/frattura, ha una storia da raccontare, è più interessante. La crepa è quindi migliorata e riempita d’oro e l’oggetto brilla di nuova vita. E mai come in questo caso, l’arte in una società ferita piena di crepe diviene una volta di più lo strumento di rinascita. Un simbolo concreto, pronto a vincere la più importante delle sfide moderne. L’ultima tra le tante.
Massimo Ruggero
Presidente del Club per l’UNESCO di Genova città metropolitana
