Trump vuole fare di Hormuz un territorio americano: il Golfo torna sull’orlo dell’escalation
Lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più importanti del pianeta, è diventato il nuovo terreno dello scontro tra Stati Uniti e Iran.
Donald Trump ha pubblicato sui social una cartina nella quale lo stretto appare come “nuovo territorio degli Stati Uniti”, rilanciando una dichiarazione già fatta nei giorni scorsi. Il presidente americano sostiene che gli Stati Uniti ne avrebbero ormai il controllo grazie al blocco navale.
Una dichiarazione che, oltre al suo evidente valore provocatorio, apre interrogativi enormi sul piano politico e giuridico.

Hormuz non è territorio americano
Lo Stretto di Hormuz è un passaggio marittimo internazionale situato tra Iran e Oman.
Non appartiene agli Stati Uniti.
La pubblicazione di Trump non modifica quindi lo status giuridico dello stretto: si tratta di una dichiarazione politica, accompagnata da una mappa pubblicata sui social, non dell’acquisizione formale di un nuovo territorio americano.
Ed è proprio questo che rende ancora più pesante la provocazione.
Per Teheran la risposta è stata immediata: il vice ministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi ha affermato che l’Iran avrebbe presto corretto quelle che considera le “illusioni” del presidente americano.
Uno stretto piccolo, ma fondamentale per il mondo
Hormuz è lungo circa 160 chilometri e nel punto più stretto misura poco più di 30 chilometri.
Ma attraverso questo corridoio passa una quantità enorme di petrolio e gas destinata ai mercati mondiali.
Per questo qualsiasi interruzione prolungata del traffico può avere conseguenze ben oltre il Medio Oriente.
E infatti i mercati stanno già guardando con preoccupazione alla situazione: il prezzo del petrolio è tornato vicino ai 92 dollari al barile, mentre l’incertezza sulle esportazioni energetiche aumenta.
L’Iran dice: lo stretto resta chiuso
Un altro elemento particolarmente preoccupante riguarda proprio la navigazione.
Teheran sostiene che lo stretto resterà chiuso fino a quando gli Stati Uniti non rispetteranno i termini dell’accordo e non verranno affrontate le questioni legate alle sanzioni.
Trump sostiene invece che il passaggio sia sotto controllo americano e che il blocco navale abbia impedito all’Iran di fermare il traffico. Le due versioni sono quindi profondamente divergenti.
Nel frattempo, la navigazione commerciale continua a essere fortemente condizionata dalla situazione militare.
Una nave è stata inoltre colpita da un proiettile mentre transitava nell’area dello stretto, secondo le informazioni riportate da fonti internazionali.
La tensione arriva negli Emirati
E mentre lo scontro diplomatico si concentra su Hormuz, la tensione militare si è estesa ancora una volta ai Paesi del Golfo.
Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato di aver rilevato e intercettato due missili balistici lanciati dall’Iran, secondo quanto riferito dal ministero della Difesa emiratino. I missili sarebbero finiti in mare.
A Dubai è scattato un allarme alla popolazione dopo la segnalazione di una minaccia missilistica e sono state attivate le difese aeree. Sono state inoltre riferite esplosioni nell’area.
È un ulteriore segnale di quanto il conflitto rischi di coinvolgere direttamente un’area molto più vasta rispetto al solo confronto tra Washington e Teheran.
Anche l’Oman finisce nel mirino
Particolarmente delicata è la posizione dell’Oman.
Il Paese ha cercato di svolgere un ruolo di mediazione e di favorire un’intesa sulla gestione e sulla riapertura dello stretto.
Trump ha però minacciato di colpire l’Oman se dovesse ostacolare un accordo americano con l’Iran. Una minaccia particolarmente grave perché l’Oman è anche un partner degli Stati Uniti.
In altre parole, proprio il Paese che potrebbe contribuire a trovare una via diplomatica rischia di diventare parte del problema.
E i negoziati?
Per il momento le prospettive non sono incoraggianti.
Trump ha dichiarato che non sono in corso né sono previsti colloqui con l’Iran.
Teheran, dal canto suo, insiste sulle proprie condizioni per la riapertura dello stretto.
La diplomazia sembra quindi nuovamente bloccata, proprio mentre la situazione militare torna a farsi più pericolosa.
Perché Hormuz interessa anche a noi
Può sembrare una crisi lontanissima dall’Italia e dall’America Latina.
Non lo è.
Quando una parte importante del petrolio mondiale deve attraversare un unico corridoio marittimo e quel corridoio viene minacciato dalla guerra, le conseguenze possono arrivare rapidamente anche nelle nostre economie.
Carburanti più costosi significano trasporti più costosi.
E trasporti più costosi possono significare aumenti dei prezzi di molti prodotti.
La crisi di Hormuz, dunque, non è soltanto una questione militare.
È anche una questione economica globale.
Una provocazione che può diventare qualcosa di molto serio
Definire Hormuz “nuovo territorio degli Stati Uniti” può sembrare, a prima vista, soltanto l’ennesima dichiarazione provocatoria di Donald Trump.
Ma stavolta la frase arriva in un contesto estremamente pericoloso: guerra, traffico marittimo fortemente limitato, minacce tra Stati, missili lanciati verso i Paesi del Golfo e negoziati praticamente fermi.
Ecco perché sarebbe un errore considerarla soltanto una battuta politica.
Lo Stretto di Hormuz è uno dei punti più delicati del sistema economico mondiale.
Se la tensione dovesse aumentare ancora, il problema non rimarrebbe confinato al Golfo Persico.
Potremmo accorgercene tutti.
Alla pompa di benzina, nelle bollette e nei prezzi dei prodotti che arrivano da migliaia di chilometri di distanza.
Per questo, mentre a Washington e Teheran si alzano i toni, il resto del mondo guarda a Hormuz con crescente preoccupazione.
