Addio al Senatùr: è morto Umberto Bossi, il padre della Lega Nord e del sogno padano
Ieri si è spento Umberto Bossi, fondatore della Lega Nord, movimento politico nato nel 1984 per rappresentare le istanze del Settentrione contro “Roma ladrona”. Aveva 84 anni. Era ricoverato da mercoledì nell’ospedale di Circolo di Varese, dove è deceduto nella serata di giovedì.
Figura complessa e contraddittoria, capace di grandi successi ma anche di profonde cadute, ha lasciato un segno indelebile nella storia della Repubblica italiana. Come lo definì Pierluigi Bersani, ex leader del Pd, in occasione degli 80 anni: “uno strano personaggio a metà tra Lenin e Tex Willer”.
Il sogno della Padania
Nato nel 1941 a Cassano Magnago, Bossi fondò negli anni Ottanta la Lega Autonomista Lombarda, che nel 1989 si trasformò nella Lega Nord, federazione dei movimenti autonomisti del Nord Italia. Con lui il partito entrò con forza nella politica nazionale, diventando una delle principali forze della Seconda Repubblica.
Il suo progetto politico era radicale: non la semplice autonomia del Nord, ma la sua indipendenza. Nel 2007 dichiarò: “Il federalismo non basta più, la Padania un giorno sarà uno Stato libero, indipendente e sovrano; saremo liberi con le buone o con le meno buone!” L’apice di questa stagione fu nel 1996, quando raccolse la famosa ampolla di acqua del Po, rafforzando la componente mitica della sua leadership politica.
Il linguaggio che ha cambiato la politica italiana
Con il Senatùr nacque “Roma ladrona”, che divenne una formula magica per conquistare l’elettorato dell’Italia settentrionale. A essa accompagnava spesso “La Lega non perdona”: poche parole per restituire l’idea di un Nord produttivo e industriale in contrapposizione a un Centro-Sud rappresentato come parassitario.
Bossi costruì gran parte del suo successo politico attraverso un linguaggio volutamente lontano dal tradizionale “politichese”. Preferiva un modo di parlare semplice, immediato e diretto, capace di arrivare subito alla gente, anche a costo di essere provocatorio o ruvido. Non si risparmiava provocazioni: del presidente del Consiglio Mario Monti disse in pubblico “Monti vaffan…”, e nel 1997 fu condannato definitivamente a un anno e quattro mesi per vilipendio alla bandiera italiana.
Si allontanava dalla televisione come mezzo principale per raccogliere proseliti, privilegiando la piazza e il contatto diretto, specie sul pratone di Pontida, dove ancora oggi una volta all’anno si riunisce quella che è diventata la nuova Lega.
La caduta e gli ultimi anni
Nel 2004 fu colpito da un grave ictus che ne compromesse la salute, costringendolo a rallentare l’attività politica. Nel 2012 Bossi si dimise da segretario della Lega, in seguito allo scandalo sull’uso improprio dei fondi del partito. Gli succedettero Roberto Maroni e poi Matteo Salvini, che abbandonò via via le questioni care all’elettorato padano in favore di una svolta nazionalistica, una scelta che Bossi non perdonò mai.
Il cordoglio della politica
La premier Giorgia Meloni ha scritto: “Con la sua passione politica, ha segnato una fase importante della storia italiana e ha dato un fondamentale apporto alla formazione del primo centrodestra.”
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha espresso il suo cordoglio, definendolo “un leader politico appassionato e un sincero democratico”.
La frase che Bossi amava ripetere ai suoi, e che i compagni di una vita gli hanno ricordato nell’ultimo saluto, era in dialetto lombardo: “Mai mulàr”. Non mollare mai.
