Alessandro Crocco, presidente del Comites di New York: “Il sogno americano è sempre vivo, bisogna crederci”.
“Si emigra per realizzarsi, per inseguire un sogno, per soddisfare la voglia di fare e d’investire soprattutto su se stessi, ma necessariamente ci si porta dietro la propria storia, la propria identità, stolto sarebbe o è chi non lo fa. Quando si decide di partire, oggi forse è anche sbagliato usare il termine ‘emigrare’, perché si è cittadini del mondo, e si trova casa dove le tue aspirazioni trovano concretezza. Non si rinnegano le proprie radici, ci si rifiuta di far parte di un sistema che non ti appartiene e che è limitante per colpa dell’assenza di opportunità, dettate da una cattiva politica che ha relegato il sud, la Calabria ancora di più, ad essere vittima di una mancanza di prospettive e crescita.
Ma anche questo, va rivisto e letto in una nuova ottica e visione, che è quella che chi ‘emigra’, nella maggior parte dei casi, lo fa per scelta, non è più l’unica soluzione, quella che avevano i nostri nonni e ancora più indietro. Non si parte più con le valigie di cartone, ma con consapevolezza, determinazione, preparazione, per poter raggiungere obiettivi e realizzarsi”.
Sono parole di Alessandro Crocco, un giovane calabrese che, 11 anni fa, è arrivato a New York e in poco tempo, con capacità e caparbietà non comuni, è riuscito a “farsi un nome” non solo nella Grande Mela ma anche in tutti gli Stati Uniti, dove è molto conosciuto e apprezzato.
Crocco, presidente del Comites di New York, è nato 35 anni fa ad Acri, piccolo centro della provincia di Cosenza.
Dopo aver studiato all’Università Santa Croce, a Roma, è andato a vivere negli “States” dove ha completato gli studi conseguendo un Bachelor in Business e Relazioni Internazionali all’Università del Minnesota.
Vive a White Plains, New York, con la moglie, Annamaria, e la figlia, Serena.
È un imprenditore nel settore food and beverage con interessi nella ristorazione ed importazione, ricopre il ruolo di CEO e Financial Analyst di diverse aziende, nel business immobiliare e capital investiment. “Occupo molto del mio tempo nel settore non profit – dichiara -, in azioni filantropiche e come vicepresidente di sviluppo presso diverse organizzazioni a carattere umanitario”.
Nel 2021, è stato eletto, come il più votato in tutti gli Stati Uniti, Presidente dei Comites di New York, New Jersey e Connecticut. Da poco ha ricevuto la nomina di Consultore, della ‘Consulta dei Calabresi all’estero’, l’organismo attraverso il quale viene perseguita la politica regionale in materia di relazioni con le comunità calabresi nel mondo.
Quando gli si chiede che cosa ricorda della sua Calabria, risponde subito: “Tutto! In Calabria c’è la mia famiglia, i miei affetti, molti amici. Ci sono i ricordi, c’è la mia infanzia e porto con me quei valori che mi hanno forgiato. Ad Acri torno spesso, appena posso.
A soli 35 anni Alessandro Crocco è già un imprenditore affermato: White Plans, “Papi, pasta e pinsa”, tanto per citare alcuni dei suoi locali di successo. Quali sono i suoi futuri obiettivi?
“Si, sono partito investendo nella ristorazione e nel Made in Italy, ma ho poi deciso di percorrere altre strade investendo in diversi settori, come già espresso.
Per quanto riguarda ‘White Plans. Papi, pasta e pinsa”, oggi classificata tra le pinserie certificate nel mondo, invece, mi piace considerarla come una grande scommessa vinta, su cui ancora stiamo lavorando e investendo molto. Il progetto è quello di recuperare l’interesse verso la cucina italiana, puntando su un concept che parte dai nostri prodotti tipici, come la pasta e la pizza, ne esalta la genuinità e la qualità degli ingredienti, altamente salutari e che sono alla base della nostra Dieta Mediterranea, e arriva, in una sorta di storytelling, a raccontarne la storia. In un piatto italiano non ci sono solo gusto e sapori ma è condito con gli ingredienti delle tradizioni, culture, della convivialità e dell’ospitalità che contraddistinguono il Bel Paese”.
Cosa fa nel suo tempo libero?
Bella domanda! Non ho molto tempo libero perché considero tutto un impegno, anche lo stesso volontariato. Ma sicuramente quello che ho lo dedico alla mia famiglia e soprattuto a mia figlia Serena e viaggiare. Scelgo una metà è parto.
Crocco rivela la sua fede calcistica per i colori nerazzurri dell’Inter, “ma sono appassionato anche degli sport americani, come il baseball e vivendo a New York, seguo gli ‘Yankees’ “.
Gli chiediamo, per curiosità, qual è l‘ultimo libro che ha letto, l’’ultimo film che ha visto, il tipo di musica che predilige.
Libro, sto leggendo Deep Work, Cal Newport. Ultimo film: Top Gun. Non ho particolari preferenze sul tipo di musica.
La comunità italiana a New York, e più in generale negli Stati Uniti, è molto importante oltre che numerosa. Le nuove generazioni quanto sono legate al nostro Paese? Lo chiedo, in particolare, al presidente del Comites di New York. È ancora vivo il cosiddetto “sogno americano? E, se c’è, qual è il suo “sogno americano” non ancora realizzato?
Ormai da qualche anno e, in particolar modo, nelle ultime generazioni vi è una riscoperta dell’appartenenza al Paese dei propri avi. E questo spinge sempre di più verso la conoscenza delle proprie radici e della storia delle proprie terre. È vero, esistono molte ‘Little Italy’ nel mondo, a New York sono tantissime. È possibile incontrare connazionali dal background più disparato, dai ricercatori e professori universitari, business ed imprenditoria, figure istituzionali e politici ma anche cultura e spettacolo. E in tutti ho riscontrato la grande volontà di lavorare insieme e di riscoprire, promuovere quell’italianità che è un carattere distintivo in tutto il mondo.
Probabilmente, e lasciatemelo dire, siamo più noi oriundi ad apprezzare e ad amare l’Italia e i suoi patrimoni che l’Italia stessa. Vivere a Roma non è lo stesso che osservarla con gli occhi di chi ci ritorna per tanti e ovvi motivi. La sensazione di grandezza e magnificenza che ti trasmette è indiscutibile, al di là delle problematiche, delle vicissitudini che la toccano e, comprendo, che per chi ci vive sono importanti ma è anche vero che, per cambiare le cose, devi prima riconoscerne il valore, farti meravigliare, e poi reagire per migliorare la situazione. E questo l’ho imparato qui.
È vero che s’insegue il ‘sogno americano’, si, ancora vivo e in cui credono in molti, ma per raggiungerlo c’è bisogno di determinazione, sacrificio, lavoro, tanto lavoro. Vi deve essere la consapevolezza che nulla ti viene ‘offerto’ o ‘regalato’. L’America non ha steccati, non è pregiudizievole verso chi non ha le possibilità ma grande intelligenza, è senza dubbio meritocratica (quello che forse manca all’Italia e in particolare modo nel Meridione dove se ne avverte di più il vuoto) ma è anche molto selettiva. Realizzi quel sogno se lo meriti!
Io mi ritengo molto fortunato, ho già realizzato forse molto di più di quello che immaginavo, arrivando qui 11 anni fa. Ho 35 anni, non credo assolutamente di essere arrivato, in nessun senso e soprattutto, come diceva qualcuno, ‘nel mezzo del cammin di nostra vita’, anzi… spero e se Dio vuole, di averne altrettanti per realizzare altre cose. Cosa, non lo so…
A proposito di Comites, quali sono i progetti su cui state lavorando?
I Comites rappresentano un grande strumento per tutto ciò che ho detto: riscoperta dell’italianità, conoscenza delle proprie radici, rinsaldare i legami con il proprio Paese, instaurare rapporti economici e di business. C’è bisogno di una nuova visione e di nuove prospettive dove considerare quel ponte mai reciso con l’Italia e i propri paesi d’origine non soltanto da un punto di vista affettivo ma riconoscendo un valore ancor maggiore che deve concretizzarsi in una comunione d’intenti e d’interesse bipartisan. Riportare l’Italia nei contesti internazionali e valorizzare il Made in Italy è un percorso che bisogna intraprendere insieme, riconoscendo ad entrambi, a chi è partito e a chi è rimasto, lo stesso valore.
Ecco perché i Comites sono anche lo strumento per portare avanti questioni e battaglie che ancora non hanno trovato soluzione, come quella sulla cittadinanza italiana per coloro che l’hanno ingiustamente persa o sulla riforma del voto all’estero. Ed altre problematiche a cui, in questo caso, la politica deve rispondere.
E poi c’è l’aiuto e il sostegno che possiamo e dobbiamo dare ai residenti all’estero: sanità, sociale, studio, lavoro, economia. In fondo è quello che ci appartiene di più, proprio come italiani, l’essere comunità!
La lingua italiana è una delle più belle, se non la più bella, del mondo. Come farla conoscere e imparare ai giovani italoamericani che non la conoscono o la conoscono poco? Così pure, come incentivare la nostra cultura, illustrare le nostre tradizioni, ma non solo, dare alle nuove generazioni la giusta immagine di un Paese moderno?
Incentivare, prima di tutto la conoscenza: della cultura e delle tradizioni italiane, e la lingua n’è la massima espressione, degli usi, costumi, dei grandi patrimoni materiali e immateriali, attraverso iniziative, eventi, momenti di aggregazione e condivisone. E in realtà è quello che stiamo già facendo con il Comites, e i tanti eventi che ci hanno visto, nell’ultimo periodo, protagonisti ne sono una prova.
Durante le celebrazioni del Columbus Day, ho espresso un mio pensiero che va anche in questa direzione e che mi piace condividere con voi: “L’orizzonte americano è vasto e le radici italiane sono fortissime. Dobbiamo preservarle, andando oltre il passato e correggendo gli errori del passato. L’Empire State Building, il più famoso grattacielo di New York, costruito proprio grazie al lavoro, nella maggior parte, degli immigrati italiani, viene colorato con il tricolore della bandiera italiana, a sottolineare di quanto questa giornata sia di notevole importanza per entrambi i Paesi. Tutto questo assume un significato ancora più rilevante: rinnovare un legame antico, riconoscere un grande patrimonio espresso attraverso chi ha creduto in quel sogno e ancora oggi lo trattiene nella memoria e diventa esempio da trasmette alle nuove generazioni. In onore di quei grandi uomini, di quella visione che deve continuare a muovere il mondo, globalizzato ma fatto di comunità che disegnano il futuro delle nazioni”.
Cosa si fa negli Usa per incentivare il cosiddetto “Turismo delle radici”?
Il ‘Turismo delle Radici’ rispecchia quello che fin qui abbiamo detto. Il bisogno e la voglia di riscoprire le proprie origini ha creato un ponte con i territori e le realtà che hanno dato i natali ai propri avi. Le iniziative sono tante, l’Italia sia a livello di governo sia regionale sta investendo molto su questo. Lo stesso PNRR contempla una fetta cospicua d’investimenti per incrementare e sviluppare il Turismo delle Radici e che s’intersecano necessariamente con progetti e programmi d’interesse comune, a cui anche gli USA stanno rispondendo in maniera positiva. Perché ciò contribuisce, inoltre, a ridare dignità ai connazionali all’estero ritenendoli un grande patrimonio da riscoprire e su cui, come in questo caso, investire.
In cosa consiste la sua attività di consultore per gli USA della Consulta dei Calabresi nel Mondo.
La Consulta sin dalla sua definizione, con la legge regionale n. 8 del 2018, ha ripensato il rapporto con le comunità dei Calabresi nel mondo e con la variegata compagine degli organismi, delle associazioni, federazioni e comunità, intessendo rapporti sempre più sinergici e di collaborazione. Il mio impegno sarà quello d’intensificare, rendendo maggiormente operativa e continuativa, la funzione della Consulta, attraverso azioni ancora più mirate e determinate e proponendo spunti di riflessione su cui confrontarsi e costruire una visione nuova che diventi viatico d’interessi e opportunità comuni. La Calabria è una terra che ha sofferto e continua a soffrire molto e ha invece grandi potenzialità.
Collabora anche con la Arcidiocesi, specialmente per quello che è chiamato “l’Obolo del Cardinale”. Ce ne vuole parlare?
‘L’Obolo del Cardinale’ offre un’azione pastorale e caritativa verso le famiglie e le persone bisognose, sostenendo economicamente le parrocchie che ne hanno bisogno. Inoltre sostiene iniziative di evangelizzazione e educazione ai principi e valori cattolici ed è impegnata a formare i sacerdoti di domani.
Consiglierebbe a un connazionale di emigrare negli Stati Uniti? E, in caso positivo, quali sono i settori, e i luoghi, dove con più facilità potrebbe trovare lavoro?
La risposta a questa domanda l’ho già data, rappresentando il perché oggi si parte, quali sono a monte le motivazioni e gli interessi per i quali si scegli di lasciare la propria terra e la propria famiglia. Non esiste la certezza di riuscire a realizzare ciò che si spera, come al contrario è possibile andare oltre le proprie aspettative e superare i propri sogni. Non c’è, quindi, un lavoro, un settore o un luogo più determinato o determinante degli altri perché tu possa realizzarti. L’importante è partire e investire su se stessi e trovare ciò che più ti rappresenta e nel quale sai di poter fare la differenza. Bisogna essere dei grandi sognatori e visionari, porsi degli obiettivi e delle mete continue, non fermarsi al primo traguardo o alla prima caduta ma imprimere in quello che fai una forte accelerata e andare sempre oltre.
L’ho già detto, non si parte con la valigia di cartone, oggi si esportano menti non solo braccia. Quindi qualcuno arriva con già un suo mestiere e un suo background su cui può investire, altri devono e possono trovarlo. Ciò che fa la differenza è credere di potercela fare, andare oltre le difficoltà, e all’inizio credetemi sono davvero tante e pesanti. Determinazione, caparbietà, studio, lavoro sono questi gli ingredienti del successo. E il successo non è quello quantificabile in denaro ma quello che ti rende libero e felice. È questo il vero ‘sogno americano’!”
