Ashura a Milano e il paradosso dell’Italia che tace: identità in bilico, legge dimenticata
Nel cuore di Milano si celebrano rituali islamici con donne velate e spazi separati, mentre ai discendenti italiani viene negata la cittadinanza. E la legge sul volto coperto? Dimenticata.
Leggo che lo scorso 6 luglio, a Milano, oltre 1.300 musulmani sciiti hanno sfilato per le vie del centro per commemorare l’Ashura, ricorrenza religiosa che rievoca il martirio dell’Imam Husayn. Una manifestazione pacifica — sì — ma carica di simboli e contraddizioni. Tra questi: donne velate, separate dagli uomini da un telo nero, in pieno spazio pubblico. Una scena che ha colpito molti cittadini, ma che ha lasciato indifferenti le istituzioni.
È in momenti come questo che ci si interroga sul senso di tolleranza e su quanto sia diventata, in certi casi, resa culturale.
L’Italia, Paese che ha bandito il crocifisso da alcune scuole per “non urtare la sensibilità altrui”, oggi permette riti religiosi pubblici dove le donne vengono emarginate visivamente, in contrasto non solo con il nostro spirito repubblicano, ma anche con leggi precise.
In Italia è vietato, per legge, circolare con il volto coperto in modo da rendere difficile l’identificazione. La norma risale alla Legge 22 maggio 1975, n. 152, comunemente nota come Legge Reale, all’articolo 5:
“È vietato l’uso di caschi protettivi, o di qualunque mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico.”
La legge è stata confermata e rafforzata nel tempo, persino con l’obiettivo di contrastare eventuali abusi legati al burqa o al niqab. Ma a Milano, durante la manifestazione, molte donne erano integralmente velate. Possibile che nessuno abbia notato questa violazione? O, peggio, che non si voglia più applicare la legge per paura di essere accusati di islamofobia?
Mentre si consente ogni forma di espressione pubblica a culture che non hanno nulla a che vedere con la nostra, ai discendenti degli italiani all’estero — milioni nel mondo — si chiudono le porte della cittadinanza. Con la nuova legge in discussione, i requisiti per il riconoscimento dello ius sanguinis diventano più rigidi, rendendo ancora più difficile per i figli e i nipoti degli emigrati italiani riottenere quel legame con la patria dei loro nonni.
Loro parlano italiano, celebrano i nostri santi, cucinano le nostre ricette, insegnano ai figli chi era Garibaldi. Ma per l’Italia, non sono italiani. Al contrario, chi arriva e non condivide nulla dei nostri valori ottiene spazio, voce, perfino rispetto legale — anche quando la legge verrebbe, teoricamente, violata.
Oriana Fallaci, inascoltata e derisa, lo aveva scritto vent’anni fa: l’Europa si sta trasformando in Eurabia. La profezia sembra essersi avverata. Le moschee crescono ovunque, i simboli cristiani arretrano, il presepe diventa “facoltativo” e il Natale si svuota di significato. Intanto, nelle nostre piazze si celebrano rituali lontani, mentre i nostri valori vengono messi all’angolo in nome di un relativismo che non ci chiede più di capire l’altro, ma di annullarci per non disturbarlo.
Non è xenofobia. È amor di patria. È difesa della nostra identità culturale e giuridica. È chiedere coerenza: se la legge vale per tutti, allora valga per tutti. Se la cittadinanza è un diritto, allora lo sia anche per chi ha sangue italiano nelle vene.
In nome della libertà, stiamo perdendo noi stessi.
