Brasile. Oggi è il giorno degli italiani
Il 21 febbraio di ogni anno è in Brasile il giorno nazionale dell’immigrazione italiana. La data è stata istituita nel 2008 con una legge federale, nel corso di una cerimonia ufficiale cui hanno partecipato anche l’ambasciatore italiano e tutti i consoli, e vuole essere un omaggio al contributo che l’emigrazione italiana ha fornito alla cultura, all’economia e al carattere nazionale del Brasile.
Si è scelto questo giorno perché il 21 febbraio 1874 è la data a cui è fatto risalire il primo sbarco in Brasile degli emigranti veneti, a Vitória, nello stato brasiliano dell’Espírito Santo. Come scrive Sandro Addario, a quel tempo, il Brasile stava importando manodopera e dal 1870 al 1920 arrivarono oltre 1,4 milioni di immigrati italiani. Molti andarono a lavorare nelle piantagioni di caffè; altri vivevano in insediamenti, principalmente nella regione meridionale. Altri ancora andarono nelle città di São Paulo e Rio de Janeiro, dove furono impiegati nella nascente industria e commercio.
Da poco, l’Italia aveva vissuto le guerre di indipendenza. Alla fine di queste guerre, l’economia italiana era rimasta debilitata, con alti tassi di crescita demografica e di disoccupazione. Gli Stati Uniti d’America, che attraevano il maggior numero di immigranti, iniziarono a porre barriere all’ingresso degli stranieri. Tali fattori portarono, a partire dagli anni 1870, all’inizio di una massiccia emigrazione di italiani verso il Brasile. Sono anni in cui nel paese si dibatte sempre più sull’abolizione della schiavitù (che sarà abolita ufficialmente nel 1888) e che portano a un diffuso timore di carenza di manodopera: da qui la scelta del governo di finanziare il viaggio dei braccianti italiani, bianchi e cattolici e dunque – negli anni in cui è in voga il darwinismo sociale e l’eugenetica – preferiti rispetto alle etnie locali non bianche, considerate inferiori. Gli italiani immigrati in questo momento storico letteralmente sostituirono gli schiavi nei campi.

Nello stato di Santa Caterina la maggior parte degli immigrati arrivò dal Veneto, dalla Lombardia, dal Friuli Venezia Giulia e dal Trentino Alto Adige (non a caso qui nacquero città come Nova Treviso, Nova Veneza e Nova Belluno), mentre in Minas Gerais prevalevano abitanti della Sardegna e dell’Emilia Romagna e a Rio de Janeiro (a quei tempi capitale dello stato) vi era un gran numero di persone originarie di Cosenza, Salerno e Potenza, ma anche di Napoli e Reggio Calabria.
Le condizioni di lavoro erano pessime e nel 1902 il governo italiano emise il decreto Prinetti, che proibiva l’immigrazione sussidiata dei cittadini italiani in Brasile. Il flusso degli immigranti diminuì bruscamente, poiché a partire da allora ogni cittadino italiano che voleva emigrare in Brasile doveva avere il denaro necessario per pagarsi il passaggio.

Nonostante le difficili condizioni di vita, alcuni discendenti dei primi immigrati italiani sono diventati persone di spicco del panorama socio-politico-culturale del Brasile. Solo per fare alcuni esempi: Candido Portinari, nato in una fazenda di caffè nel 1903, e considerato uno dei maggiori pittori brasiliani non solo del secolo scorso ma di tutti i tempi; i membri della storica famiglia Matarazzo, che arrivarono a possedere centinaia di imprese in diversi rami, dal tessile al chimico, dal commerciale e bancario a quello alimentare; Vicente Celestino, nato nel 1894 da una famiglia calabrese, divenne un cantante, attore e compositore celebre; Adoniran Barbosa, nato in una umile famiglia veneta, arrivò a essere considerato il padre della samba paulista.
Il Brasile fu il terzo paese per numero di italiani immigrati fra gli anni 1880 e la Prima guerra mondiale, subito dopo gli Stati Uniti (cinque milioni di italiani fra il 1875 e il 1913) e l’Argentina (2,4 milioni). Secondo il Fanfulla, lo storico giornale degli italiani in Brasile dal 1893, “oggi si calcola che siano circa cinque milioni gli italiani e loro discendenti che vivono nella Grande San Paolo”. Quasi un quarto della popolazione (21 milioni di abitanti) che vive nell’area metropolitana. In tutto lo stato di San Paolo gli italo-brasiliani sono 13 milioni su 45 milioni di abitanti, mentre in tutto il Brasile il numero sale a 22 milioni su una popolazione complessiva di 210 milioni.
La grande maggioranza degli italo-brasiliani è nel Sud e nel Sud-Est del Brasile, ma ci sono italo-brasiliani anche in altre zone del paese; alcuni italo-brasiliani parlano ancora italiano e altri dialetti regionali tra cui il veneto che ha dato origine al talian, una lingua mista col portoghese. Molti giovani oggi parlano solo il portoghese, sebbene siano sempre più numerosi i corsi di lingua italiana a cui partecipano queste nuove generazioni.

Il 21 febbraio (“Dia nacional do imigrante italiano”), sull’impronta della medesima iniziativa presa dall’Argentina nel 1995 (che ricorda l’immigrazione italiana il 3 giugno), celebra le influenze profonde che la massiccia immigrazione italiana ha lasciato nella cultura, nei costumi, nelle tradizioni, nella cucina brasiliana e da cui, a sua volta, è stata toccata e cambiata.
A San Paolo in particolare le attrazioni della festa del 21 febbraio si tengono nei quartieri Bela Vista, Brás e Mooca, dove vivono la maggior parte di italiani e oriundi. Nelle scuole di lingua italiana si svolgono conferenze sulla storia dell’immigrazione e, ci ricorda ancora Sandro Addario, non mancano eventi gastronomici. Molti gli spettacoli, le danze tipiche (in tempi pre-Covid), le funzioni religiose in italiano nella chiesa di Nossa Senhora Achiropita, dal nome della cattedrale di Nostra Signora di Achiropita a Rossano Calabro, uno dei principali luoghi di provenienza dei primi immigrati italiani in Brasile.
È un giorno di festa, di memoria senz’altro, e che sarebbe probabilmente opportuno ricordare anche in Italia. Perché da questo periodo storico sono nate influenze e contaminazioni ancora oggi evidenti e che potrebbero rappresentare un arricchimento dell’orizzonte culturale nazionale e perché – se spesso viene ripetuto che anche gli italiani un tempo sono stati stranieri in terra straniera – questo potrebbe essere un punto di partenza, per fissarlo davvero. Immigrare non è mai stato facile, per nessuno. L’Italia, oggi, dovrebbe iniziare a ricordare.
da ytali.com
