British Columbia. Il lungo viaggio e la lunga ricerca nelle opere di Joseph Ranallo
Seduto vicino alla finestra del ristorante mentre osserva il via vai della gente e l’incessante nastro luminoso dei fari d’automobile che scorrono lungo Robson Street, Joseph Ranallo ha l’aria di un adolescente affascinato dalla grande città. Spesso interrompe la nostra conversazione sull’intervista che lo vede protagonista per raccontare barzellette e storielle di una comicita` irresistibile, scaturite dalla fonte apparentemente inesauribile delle sue esperienze giovanili come studente improvvisatosi operaio stagionale nei cantieri e miniere della Columbia Britannica. Appare rilassato e sembra apprezzare con genuino interesse tutto quello che accade intorno a lui, mentre si esprime nel suo inglese elegante e fluido che alterna all’italiano, preciso e puntiglioso, animato da un accento inconfondibilmente molisano. La cameriera arriva e Ranallo inizia ad ordinare le portate dal menu con un diluvio di istruzioni meticolose; la conversazione si sposta allora sul tema dello stile di vita piú consono alla salute e sulla medicina alternativa. Da piú di venti anni egli studia e pratica l’agopuntura e altre discipline orientali e probabilmente questi suoi interessi scientifici e spirituali hanno contribuito ad accentuare quei tratti di saggezza, equilibrio ed umorismo che lo caratterizzano. Nel congedarsi, mi lascia un dattiloscritto delle sue poesie e quando piu` tardi inizio a sfogliarne le pagine e ad inoltrarmi nel suo mondo poetico di immagini di struggente bellezza, provo un senso di meraviglia per la complessa natura dell’uomo, per la sua ricerca di una verità che continua a sfuggirgli come sfugge alla maggior parte di noi durante il nostro viaggio terreno: “…And my children have grown up and left home/in search of identities of their own./I feel less certain that I used to be/About precisely who I am/Or where I have been/ For the past thirty years.”
Ranallo e` nato a Vinchiaturo nel 1941; quando aveva 11 anni è emigrato in Canada, nella Columbia Britannica, la provincia canadese affacciata sul Pacifico. Vive a Rossland, una cittadina di quattromila persone “…dove c’è un solo semaforo”, e la sua carriera di docente presso un distaccamento della Università della Columbia Britannica si è svolta soprattutto nella regione del Kootenay occidentale che circonda Rossland, una frontiera di montagne, laghi e foreste dalla
bellezza ancora pristina. È autore di un testo accademico dal contenuto innovatore: “Teaching and Assessment Strategies for the Transition Age” scritto in collaborazione con Marlane King; le sue poesie sono apparse nell’antologia Roman Candles (1978), in The Anthology of Italian-Canadian Writing (1998) e in “The Toronto Review” (1998).e Accenti. Al momento sta lavorando ad un romanzo di ispirazione autobiografica che segna il suo passaggio dalla poesia alla narrativa.
Anna Foschi: Joseph, in molte tue poesie ricorre il tema della separazione. Alcuni dei tuoi versi più intensi descrivono la tua partenza da Vinchiaturo diretto verso “.…the naked indignant assault/ of the Pier 21 aggressive medical staff…” [1]. Puoi parlarci dell’esperienza del Pier 21, sia come esperienza collettiva nella vita degli emigranti sia come metafora dei cambiamenti fatali dell’esistenza?
Joseph Ranallo: Hai ragione, in molte delle mie opere si avverte un senso di perdita, di separazione. Ci sono delle ragioni, posso indicartene subito almeno tre. Ho perso mio padre quando avevo sette anni: la morte di un genitore è sempre un trauma, a qualsiasi età, ed è interessante notare che tale trauma è spesso strettamente connesso con la creatività, come diceva molti anni fa il mio professore Robin Skelton, il fondatore del programma di scrittura creativa all’Università di Victoria..
Dopo la morte di mio padre, quando avevo undici anni, mia madre mi condusse a vivere in Canada. In Italia ero sempre vissuto in un piccolo podere, dove avevamo solo qualche animale, una mucca, un asino ed un maiale che consideravamo quasi come animali domestici. Il podere era il mio “Fern Hill” dove ero il padrone assoluto del “regno delle mele”, come il bambino nell’opera di Dylan Thomas. Prima di partire per il Canada, mia madre vendette tutto quello che poté ricavare dal podere e dato che sapeva che la vendita di queste cose mi avrebbe fatto soffrire, fece del suo meglio per condurre le sue trattative durante la settimana, quando io ero a scuola, smantellando lentamente e metodicamente quel podere che rappresentava per me il solo universo che avessi mai conosciuto. Ogni giorno, tornando da scuola, capivo che se n’era andato un altro frammento della mia infanzia, in un processo di disgregazione che infliggeva sofferenza a me e a mia madre. L’ultima persona adulta che ho visto prima di salire sull’autobus che dal nostro villaggio nelle vicinanze di Campobasso ci avrebbe portato ad imbarcarsi a Napoli è stato il nonno, che io adoravo. Il Nonno aveva sostituito mio padre nella mia esistenza e nel dirgli addio capii che non c’era ritorno, che non l’avrei mai più rivisto Questo ed altri distacchi si sono impressi da allora nella mia mente e anche a distanza di tanti anni fanno ancora male, se mi abbandono ai ricordi.
La tua seconda domanda riguarda il Pier 21. Le cose che avevo perduto erano cose ed episodi della mia infanzia trascorsa nel piccolo podere in Molise, mentre il Pier 21 fu il primo contatto con il mondo dove si sarebbe svolta la mia adolescenza e la mia vita in Canada.
L’Italia che avevo lasciato alle spalle quando arrivai ad Halifax, al Pier 21, aveva una struttura di classe ben delineata. In breve, diciamo che in Italia o si apparteneva alla classe privilegiata o si apparteneva al proletariato. Sui transatlantici Saturnia e Vulcania c’era gente proveniente da tutte le regioni italiane e la linea di demarcazione fra le classi sociali era molto netta , lo si poteva vedere da come erano assegnati i posti a tavola, dal tipo di cabina e soprattutto da chi frequentavi. Quando attraccammo al Pier 21, tutte le complicate gerarchie del vecchio mondo scomparvero, diventammo all’improvviso tutti uguali, tutti “una mandria”, per parafrasare una espressione dal film “Full Metal Jacket” di Stanley Kubrick a proposito della guerra del Vietnam. Come animali e schiavi da vendere, fummo esaminati, palpeggiati, vaccinati e selezionati secondo la qualità della merce. Quando uscimmo dal Pier 21 entrammo in un universo senza ricordi. Tutti abbiamo ricominciato in quel momento, allo stesso livello, senza piú traccia della posizione sociale che ci aveva contraddistinto in Italia. È stato questo ripartire da zero che ha permesso ai “cafoni”, ai contadini di prosperare: in meno di venti anni molta gente che era venuta in Canada senza niente si è guadagnata una posizione economica e piu` tardi ha acquistato un peso politico, cose che in Italia sarebbe stato impossibile anche solo sognare. Cosí per molti di noi, specialmente quelli del Mezzogiorno, il Pier 21 è piú che simbolico: come i serpenti d’acqua che il marinaio benedisse al momento di raggiungere gli ultimi gironi della sua discesa in Purgatorio, rappresenta l’anello di congiunzione nella grande catena dell’essere, il portale cosmico verso il nostro nuovo stato.
Anna Foschi: In Italianity, Chinatown ed in altri poemi tu parli (e dubiti) dell’Italianità. Che cosa accade ad una cultura, ad un popolo, ad uno scrittore quando debbono confrontarsi con una immagine parallela di se stessi, di ciò che sono o potrebbero essere stati?
Joseph Ranallo: L’Italianità è un concetto molto sfuggente.L’Italia, come del resto altre nazioni, non è una entità omogenea, è un agglomerato di genti il cui comune denominatore consiste nel fatto che loro o i loro antenati hanno vissuto in quella fluttuante espressione geografica chiamata Italia. Fino a pochi decenni fa, la gente in Italia tendeva a rimanere nel paese o città natale o nelle immediate vicinanze, e sviluppava un forte attaccamento a quei luoghi . Saggiamente, il sistema di leva militare italiano fece il possibile per indebolire questi legami: nel periodo di leva i soldati provenienti da una regione venivano spediti verso la regione piú lontana nella speranza che durante il servizio militare imparassero a vedere il mondo in maniera globale piuttosto che in una ristretta ottica regionale. Qualche volta la faccenda funzionava e qualche volta no: diciotto mesi non bastano per cambiare una mentalità che si è formata nel corso di piú di un millennio.
Gli italiani che si stabilirono in Canada formarono comunità che accoglievano gente di tutte le regioni, e dove trevisani, toscani, marchigiani, abruzzesi, calabresi e siciliani si sono trovati a vivere gomito a gomito. Quando questo è accaduto, il concetto di italianità. come accade ai virus ed ai batteri che si spostano da un organismo ospite all’altro, è mutato: gli italo-canadesi non si sentono tanto uniti dalle similarità del loro gruppo quanto dalle loro differenze rispetto agli altri gruppi etnici. Accettano la definizione di “italiani”soprattutto perché si considerano diversi dagli ebrei, dai serbi, dagli anglosassoni, dai francesi, dagli orientali, dagli aborigeni , dagli africani e da una miriade di altre culture.Ma i toscani non si considerano simili ai calabresi e viceversa, per cui il concetto di italianità è ancora piú difficile da definire in un paese come il Canada; non essendo piú connesso al luogo di nascita, rimane sfuggente ed inafferabile.
Il compito dello scrittore è davvero immane. Tutto quello che gli scrittori possono fare è di definire il mondo come essi lo percepiscono in un dato periodo. Al momento in cui si accingono a scrivere, come il merlo di cui parla Wallace Steven, il concetto è già cambiato irreversibilmente e tutto quello che uno scrittore può fare è ricrearne una impressione storica.
Anna Foschi: Al centro di “Making the Grade”, il brano del tuo romanzo che hai letto alla Conferenza Nazionale degli Scrittori italo-canadesi del 1998, c’è una vibrata denuncia
dell’ ingiustizia sociale, della soppressione culturale operata dalla classe dominante ai danni della classe contadina. Questo tema viene ripetuto anche in altre tue opere. Pensi che la cultura sia un privilegio dei ricchi? O non è piuttosto una espressione complessa dell’intelletto umano che trascende le barriere sociali?
Joseph Ranallo; Spero che per te la cultura sia sinonimo di espressione artistica. Se questo è il caso, posso almeno tentare di rispondere a questa tua domanda molto provocatoria.
L’espressione artistica (il bisogno di scrivere, disegnare, danzare, scolpire,cantare, dipingere, comporre musica, recitare etc.) non è limitato ad una classe sociale.Tutti hanno il desiderio, la spinta e la necessità di esprimersi nel senso estetico, ma la capacità e l’opportunità di farlo sono drasticamente limitate dallo stato sociale ed economico. Chi appartiene all’aristocrazia può accedere all’istruzione e sviluppare il proprio talento latente: Franz Liszt aveva il potenziale per diventare un genio e l’educazione ricevuta permise al suo genio di fiorire. Lo zingarello che egli tentò di trasformare in un violinista classico possedeva il talento innato di un grande musicista, ma negli anni della formazione non aveva ricevuto l’insegnamento che gli avrebbe permesso di sostenere la rigorosa disciplina necessaria ad un musicista classico. Quando fu scoperto da Liszt, era ormai troppo tardi, il ragazzo aveva già investito le sue energie nella libera esistenza degli zingari. E come aveva sentito dire da suo nonno, gli zingari sono come uccelli, felici quando nel volo e non è possibile insegnare ad un uccello quando è in pieno volo. Cimabue invece si imbatté in Giotto nel momento in cui la trasformazione e la transizione dalla classe contadina all’aristocrazia erano ancora possibili e cosí Giotto ottenne fama e denaro, ma non divenne famoso sino a quando smise di fare il pastore e divenne un aristocratico. Se avesse solo badato alle pecore invece di incidere cerchi e forme sulle pietre, sarebbe probabilmente vissuto e morto in oscuritá.
Spesso è l’aristocrazia che decide cosa è cultura e cosa non lo è , per cui i classici sono spesso prodotti originati dalle classi privilegiate. Lo schiavo africano che canta gli spirituals, il pastore che suona la zampogna sulle colline abruzzesi e i contadini greci che danzano come Zorba non diventano icone culturali né lo diventa la loro arte, ma questo non significa che il loro pensiero sia meno profondo o i loro sentimenti meno intensi di quelli del cantante lirico, del pianista o del danzatore classico. Sino a tempi molto recenti, l’arte di una nazione era l’arte della classe privilegiata. Oggi dato che l’educazione è diffusa e accessibile a tutti, le masse hanno la responsabilità di creare la propria arte e di esprimere non solo i propri sentimenti ma anche quelli dei propri antenati, ridotti al silenzio dall’oppressione e dall’ignoranza. Cosí, tornando alla tua domanda, l’espressione artistica non è limitata ad una sola classe sociale, anche se, spesso, la capacità di riconoscerla lo è.
Anna Foschi: Tu sembri possedere una comprensione molto profonda dei sentimenti femminili e direi una profonda immedesimazione nell’universo femminile. Mythologies, Dreams, Marylin Monroe, ed i poemi che parlano di tua madre ne sono un chiaro esempio.
Joseph Ranallo: La mia intera esistenza è stata influenzata e spesso dominata da donne estremamente intelligenti, forti, decise e sicure di sé. Da bambino sono cresciuto in un mondo quasi totalmente privo di uomini. Questo era il mondo che Nino Ricci descrive in maniera cosí vivida nella prima parte di Lives of the Saints. Nell’Italia degli anni Quaranta, gli uomini validi erano in guerra o a lavorare in terra straniera. I villaggi come quello dove sono cresciuto erano popolati soprattutto da donne, bambini, vecchi e invalidi. Mia nonna, mia madre, le mie zie erano donne forti e coraggiose, dovevano esserlo, per sopravvivere e prender cura dei loro figli. Quando avevo trent’anni mi sono occupato attivamente di politica nel campo dell’istruzione; erano gli anni Settanta e le nuove femministe controllavano la programmazione politica dell’istruzione: come mia madre, mia nonna e le zie, quelle pioniere del femminismo dovevano essere forti e ricche di iniziative per sfidare e cambiare un ambiente dominato dagli uomini. Adesso che sto avvicinandomi al termine della mia carriera subisco ancora l’influenza di questo tipo di donne volitive: lavoro in un ufficio di quattro persone, di cui tre sono donne. Il mio immediato superiore e due mie colleghe sono donne, e cosí pure il mio sovrintendente, il rettore associato, il rettore ed il presidente della facoltà. Il mondo che ho conosciuto da bambino è cambiato in maniera drastica, generalmente in meglio.
Nel corso degli ultimi venti anni ho sviluppato un forte interesse per la medicina alternativa, un campo della “New Age” in cui le donne sono spesso presenti in gran numero. Questa costante presenza femminile, e quella di mia figlia e di mia moglie, mi ha insegnato molto: ho avuto molte occasioni di osservare le loro azioni, i loro sentimenti, pregiudizi e punti di vista.
Per molti anni ho apprezzato gli scritti di D.H. Lawrence e mi sembra che a volte Lawrence sia piú in sintonia con i sentimenti femminili di quanto lo siano le donne stesse.
Così non deve del tutto sorprendere se alcuni dei miei scritti rappresentano un modesto sforzo di comprendere le donne, che sono molto piú preparate degli uomini nell’affrontare gli aspetti della sopravvivenza, dell’amore, della solitudine, della compassione e della comprensione, temi che toccano la vita di quasi tutti gli uomini, sia che essi ne siano consapevoli o meno.
Anna Foschi: Quali sono i tuoi programmi per la tua opera di scrittore? Parlaci del romanzo che stai scrivendo e degli altri tuoi progetti.
Joseph Ranallo: Anche se come insegnante che ha avuto una formazione accademica di tipo inglese-nordamericano lo scrivere in diversi campi ha costituito una parte essenziale della mia vita, non mi sono mai preoccupato troppo di pubblicare i miei scritti, almeno sino a poco tempo fa. Mi sono in genere accontentato di pubblicare qualche poesia, articoli ed un paio di testi in maniera sporadica e non sistematica. Adesso che sto avvicinandomi alla fine della mia carriera di insegnante, mi trovo a lottare contro la realtà di obbiettivi non raggiunti e provo maggior desiderio di vedere i miei lavori pubblicati. Ma le mie ambizioni rimangono modeste: nel prossimo futuro sarei felice di pubblicare tre opere: una antologia delle mie poesie, il romanzo a cui sto lavorando ed un libro sulla medicina alternativa.
Il romanzo che sto scrivendo traccia le fasi della vita di un emigrato italiano cresciuto in una cittadina dell’Ovest canadese in cui vive una minuscola comunità italiana. Il personaggio arriva all’Università negli anni Sessanta, in pieno clima di trasformazioni ed esperimenti. In parte a causa della sua origine etnica, in parte a causa dei cambiamenti fondamentali che avvengono intorno a lui, si trova a lottare invano con una profonda crisi di identità.
Anna Foschi: I tuoi interessi sono veramente vasti, spaziano dalla medicina alla musica, dalla letteratura all’insegnamento. La tua visione dell’esistenza è permeata di genuina compassione. Se ti chiedessi, ora, chi veramente sei o senti di essere, cosa risponderesti? C’è una risposta?
Joseph Ranallo: Chi può veramente dire di conoscere la propria identità? Molti di noi credono di saperlo, ma è una illusione fuggevole. Quando ero ancora a scuola ero certo che una volta completati i miei studi avrei capito con certezza chi ero. Avevo l’errata impressione che quello che ci definisce come uomini è ciò che facciamo, non quello che siamo. Adesso, dopo trent’anni, mi sento molto piú incerto di quando ero studente quando cerco di capire e definire chi sono. Quello che ho imparato nel corso di tre decadi si riduce al fatto di non sapere chi io sia realmente. Gli interessi che ho sviluppato nel corso degli anni forse sono genuini, o forse sono solo una illusione; forse sono un riflesso dei disperati tentativi di uno spirito inquieto in cerca della propria identità. Oppure sono distrazioni che mi aiutano a non pensare troppo ossessivamente a quell’interrogativo. Forse sono i miei tentativi inconsci di di seguire le parole di Eliot : “Creiamoci un volto per andare incontro agli altri volti che incontriamo”. A volte, nel bel mezzo di un qualche lampo di illuminazione, mi accade di pensare che forse io sono un poco come il ladrone impenitente che venne crocifisso alla sinistra di Cristo. Al contrario di quanto mi è stato detto, io credo fermamente che, come il ladrone alla Sua destra, anche l’altro chiese e ottenne perdono prima di morire fra atroci tormenti. Penso che lo fece quando il centurione romano che ne ha tramandato il racconto si era allontanato per badare a qualche altra faccenda da qualche altra parte del Golgota. Come quel ladrone, e come il terzo dei Re Magi, quello che era sempre in ritardo, a volte penso che sono nato per essere testimone di qualche grande avvenimento, uno di quegli avvenimenti che cambiano la faccia del mondo e la mia paura è che quando finalmente scoprirò di quale avvenimento si tratta, sarà forse troppo tardi perché io possa farci qualcosa.
[1] Il Pier 21 ad Halifax nella Nova Scotia è stato dal 1928 al 1971 la stazione di sbarco ed il centro di smistamento e controllo degli emigranti che arrivavano in Canada dopo aver attraversato l’oceano sulle navi di linea.
