Dalla guerra alla trattativa: se l’invasore siede al tavolo della pace
Tre anni fa, l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha scosso l’Europa e il mondo. Il 24 febbraio 2022 le truppe russe entrarono in territorio ucraino, dando inizio a un conflitto che ha provocato centinaia di migliaia di vittime, distruzioni immani e milioni di sfollati.
Oggi, nel 2025, la narrazione si è spostata: si parla sempre più spesso di “trattative di pace”, di “soluzioni diplomatiche”, di “compromessi”. Anche con Vladimir Putin, l’uomo che quella guerra l’ha iniziata.
Ma è possibile costruire la pace trattando con chi ha violato il diritto internazionale?
La risposta, come spesso accade, non è semplice. Da un lato ci sono i fatti: è stata la Russia a invadere l’Ucraina, a bombardare le città, a provocare la crisi umanitaria più grave in Europa dalla Seconda guerra mondiale. Dall’altro, Mosca ha da sempre avanzato le sue giustificazioni: la minaccia dell’espansione NATO verso est, la presunta necessità di difendere le comunità russofone del Donbass, l’idea – controversa e discutibile – di una “denazificazione” dell’Ucraina.
Per molti osservatori queste ragioni non giustificano affatto l’aggressione. Per altri, rappresentano invece il segnale di un malessere geopolitico profondo che l’Occidente ha forse sottovalutato.
Oggi il dilemma è politico e morale: la pace è sempre giusta, ma non può ignorare le responsabilità.
Trattare con Putin – e forse concedergli qualcosa – può sembrare l’unica via per fermare il sangue e garantire stabilità. Ma a che prezzo? Con quale messaggio? Che chi invade, alla fine, ottiene voce in capitolo?
È un equilibrio sottile. L’Ucraina continua a chiedere giustizia, sicurezza, riconoscimento del proprio diritto a esistere come Stato sovrano. La comunità internazionale, divisa tra pressioni interne ed esterne, si muove tra realismo politico e il rischio della memoria corta.
Una pace duratura deve basarsi su verità e responsabilità. Non solo su interessi.
La diplomazia ha il compito di fermare le guerre. Ma la storia ci insegna che la pace costruita sulla paura o sulla stanchezza può diventare solo una pausa prima di nuovi conflitti. È giusto sedersi al tavolo. Ma ricordiamoci bene chi lo ha rovesciato per primo.
Le tappe principali del conflitto Russia–Ucraina
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Febbraio 2014 – La Russia annette la Crimea, dopo un referendum non riconosciuto dalla comunità internazionale. Inizia il conflitto nel Donbass tra forze ucraine e separatisti filorussi sostenuti da Mosca.
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Dicembre 2021 – Gennaio 2022 – Crescono le tensioni: la Russia ammasssa truppe al confine ucraino. Gli USA e l’Europa lanciano i primi segnali di allarme.
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24 febbraio 2022 – Inizia l’invasione russa su larga scala dell’Ucraina. Attacchi a Kiev, Kharkiv, Mariupol e altre città. Condanna internazionale e prime sanzioni.
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Primavera 2022 – L’Ucraina resiste e contrattacca. L’esercito russo si ritira da Kiev e dal nord del Paese.
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Estate – Autunno 2022 – La guerra si concentra nel Donbass e nel sud. Mariupol cade. L’Ucraina riconquista Kherson a novembre.
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2023 – Il conflitto si stabilizza in una guerra di logoramento. Aumentano i bombardamenti su infrastrutture civili e centrali energetiche. L’Occidente continua a inviare aiuti militari e umanitari.
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2024 – Tentativi di mediazione da parte di Cina, Turchia e altri attori globali. Si parla di “linee rosse” e “cessate il fuoco temporanei”, ma senza accordi reali.
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2025 – Cresce la pressione internazionale per una soluzione diplomatica. L’Ucraina continua a chiedere garanzie, mentre la Russia punta a legittimare le aree occupate.
