Enzo Odoguardi, ambasciatore del turismo di ritorno
Sono calabrese fino alla punta dei capelli. Nato e cresciuto in Calabria. Ci sono rimasto fino a 18 anni, e se oggi dovessi dirle qual è la mia terra di origine direi che è Cosenza e Trebisacce. Nato a Cosenza, vissuto a Trebisacce, conosco quella zona come le mie tasche. Poi ho studiato prima all’Università degli Studi di Reggio Calabria, poi in Erasmus in UK. Da lì sono andato a Boston per un corso di perfezionamento, e non sono più rientrato in Italia per motivi di lavoro. Mio padre avrebbe voluto che prendessi il suo posto come ufficiale postale, allora il posto fisso era l’obbiettivo principale di ogni famiglia calabrese, il sogno di ogni padre per un proprio figlio, ma è stato più forte di me. Un giorno ho trovato il coraggio di dire a mio padre che volevo partire per conoscere il mondo, perché viaggiare mi avrebbe permesso di conoscere altri mondi, e io avevo la necessità fisica di lasciare la Calabria e di evadere. Ho preferito la soluzione più rischiosa, certamente quella più complessa, ma venendo io da una famiglia umile, il mio sogno era quello di diventare un imprenditore, e sentivo che avrei potuto farlo da un’altra parte del mondo, lontano insomma dal silenzio e dalla monotonia della mia Trebisacce».
Doppia nazionalità, Italiana e Statunitense, originario di Cosenza, 58 anni appena compiuti, ricercato, elegantissimo, un fisico da atleta educato alla fatica della corsa, Enzo Odoguardi è oggi uno degli uomini di successo italiani più conosciuti a Boston, città capoluogo della contea di Suffolk e capitale del Commonwealth del Massachusetts, la città più grande dello Stato del New England.
Professionista affermato, frequentatore dei club più esclusivi di New York, interprete e immagine fisica del successo materiale e finanziario di intere generazioni italiane che oggi vivono e producono qui in America. Vive in una bellissima casa a Malden, una città che conta poco più di 50 mila abitanti, cuore geografico della contea di Middlesex nello stato del Massachusetts. I fotografi lo aspettano davanti a Palazzo Madama per via di una serie di incontri programmati già da settimane con il senatore Ricardo Antonio Merlo, membro del Gruppo Misto, Sottosegretario di Stato per gli Affari Esteri e la Cooperazione Internazionale sotto il Governo Conte 1 e poi ancora il Conte 2, oggi Presidente del MAIE, imprenditore docente universitario e giornalista nato a a Buenos Aires e rappresentante della circoscrizione elettorale dell’America Meridionale in Senato. Di cosa avranno parlato i due nessuno lo sa, ma di certo degli interessi economici che la grande comunità italiana delle Americhe coltiva sin dalla prima ondata di emigrazione italiana in USA e Canada, e dei bisogni impellenti della grande comunità italiana che vive quei paesi e quelle terre così lontane dall’Italia. Nessuno meglio di loro due sa infatti di cosa parliamo, e nessuno meglio di loro due potrebbe spiegare meglio agli osservatori politici italiani lo “stato di fatto” del nostro Made in Italy in America del Nord.
Alle spalle Enzo Odoguardi ha un curriculum di tutto rispetto. Doppia laurea vecchio ordinamento in Architettura, prima all’ Università di Liverpool in Inghilterra, poi alla Università Mediterranea di Reggio Calabria, poi ancora alla Nord Est University di Bo- ston in USA. Si laurea brillantemente con una tesi sperimentale sulle prospettive architettoniche e urbanistiche di uno dei quartieri più degradati di Liverpool, tesi che discute felicemente con un professore italiano che aveva scelto Liverpool come sua sede ideale di vita e di crescita accademica. Oggi Enzo Odoguardi vanta la frequenza di prestigiosissimi corsi di perfezionamento in Inghilterra, Francia e Stati Uniti. Ha un curriculum alle spalle di grande impatto, da giovanissimo ricopre per un breve periodo persino l’incarico di “assistente” presso la cattedra di Urbanistica all’ Università Mediterranea di Reggio Calabria, ma desideroso di viaggiare per il mondo e mettere alla prova le sue competenze lascia molto presto la Calabria e vola al di là dell’oceano.
«Anni ’80, dopo aver concluso il mio ciclo di studi ho davvero incominciato a girare il mondo. Non ho mai fatto l’architetto e neanche l’urbanista. Ho lavorato in Africa, in Europa, nei paesi del Baltico, in Russia, Estonia Lettonia Lituania, nei Caraibi, e in tante altre zone calde del mondo. Ho fatto prevalentemente il direttore tecnico di multinazionali famose, e per lunghi anni sono stato responsabile di grossi progetti, come hotel e centri commerciali. Pensi che abbiamo fatto noi il più grande hotel italiano a Sharm-El-Sheikh in Egitto, il Coral Bay Hotel, ed abbiamo cooperato e partecipato alla realizzazione del più grosso centro commerciale d’Europa, di quell’epoca certamente, a Madrid, lo Xanadu. Ma questi sono solo due dei tantissimi esempi che potremmo fare. Nel 2000, sempre per realizzare un centro commerciale di dimensioni anche lì enormi, sono andato a vivere in Repubblica Dominicana, dove abbiamo messo in piedi il “Mega Centro” di Santo Domingo, allora era il più grande centro commerciale dei Caraibi. Poi lì mi sono fermato, perché ho trovato un campo aperto dal punto di vista imprenditoriale, un paese che cresceva esponenzialmente, una prateria tutta da conquistare, e soprattutto sotto il profilo paesaggistico uno dei posti più belli del mondo. Sarebbe stato un peccato non fermarsi laggiù».
Oggi Enzo Odoguardi parla correntemente inglese, spagnolo, francese, arabo, russo, portoghese, ma ha conservato un eccellente italiano. Negli Stati Uniti la sua nuova vita professionale riparte come Direttore Generale di società multinazionali quotate in borsa, in cooperazione con RTKL, Domina Hotel e Resorts, Mills Corp, Loews Cineplex, De Laurentis Cineplex, e per anni lavora tra l’Europa, l’Africa, l’Asia, gli Stati Uniti e i Caraibi dove oggi risiede abitualmente. Iscritto all’AIRE, a Boston dal 1998, nel 2009 il Presidente della Repubblica gli conferisce la solenne onorificenza di “Commendatore” dell’Ordine della Stella della Solidarietà. Dottorato PHD, in Town Planning, Corso di perfezionamento in Urbanistica a Lille in Francia, Master in International Business a Lovanio in Belgio, a un certo punto della sua vita da giramondo Enzo Odoguardi diventa “Console Onorario” nella Repubblica Dominicana. La sua sede ufficiale diventa “La Romana”, città che conta quasi 150 mila abitanti, una delle città più ricche della Repubblica Dominicana distante circa 130 km dalla capitale Santo Domingo, la terza città del Paese, sede di un aeroporto i n t e rn az i o n a l e che è uno scalo di grande importanza perché crocevia fondamentale delle mete turistiche che si trovano nelle vicinanze, Bayahibe e Casa de Campo, il più grande e lussuoso villaggio turistico di tutto il paese e probabilmente di tutti i Caraibi insulari, con territorio esteso fino a Bavaro Punta Cana.
“Il ruolo di Console Onorario oggi è ancora utilissimo, è una missione, da Console onorario puoi aiutare meglio i nostri connazionali all’estero, e puoi farlo più di quanto io stesso non immaginassi. Console onorario vuol dire lavorare per gli altri, e vuol dire farlo con spirito di servizio per quanti hanno bisogno di qualcosa, e io l’ho fatto in questa dimensione e la cosa mi ha riempito di mille gratificazioni. Molti immaginano che fare il Console onorario sia una vacanza, un incarico di prestigio e di rappresentanza, in parte lo è anche ma non solo. Guai però a pensare che i Consolati onorari non abbiamo un ruolo. Essi coprono i buchi sul territorio che non sempre la diplomazia ufficiale riesce a fare e lo si fa in forma assolutamente volontaria. Esperienza davvero esaltante, perché ti permette di incontrare continuamente la tua gente, italiani come te, figli di italiani come te, che con il paese di origine hanno lo stesso afflato e rapporto di amore viscerale che io ho con la Calabria. Fare il Console onorario come l’ho fatto io significa essere parte del tuo paese oltre Oceano ed essere un pezzo della storia della Repubblica Italiana. Non è poco mi creda».
La conoscenza del territorio e la sua alta managerialità porteranno Enzo Odoguardi ai vertici della Camera di Commercio Dominico Italiana, di cui diventa anche Presidente, così come diventa anche Presidente della Camera di Commercio Europea, l’Eurocamara, con sede a Santo Domingo, incarico questo che gli permette di portare a casa l’onorificenza di Gran Priore dell’Ordine Bizantino del Santo Sepolcro di Malta OBSS, e di Gran Ufficiale dei Cavalieri Templari.
Alla base della onorificenza di “Commendatore”, che gli viene invece dal suo Paese, l’Italia, nel 2009, la motivazione ufficiale fa riferimento a progetti e atti di solidarietà tra la Repubblica Dominicana e l’Italia nel settore dello sviluppo imprenditoriale. È l’anno in cui l’Ambasciata d’Italia in Repubblica Dominicana congiuntamente con la Camera di Commercio Dominico-Italiana gli conferisce il “Premio Marco Polo” per l’imprenditoria Italiana di successo in Repubblica Dominicana. Ma non basta, nel 2020, viene insignito del Premio Leonardo Da Vinci con il titolo di “Ambasciatore per la imprenditoria Italiana in Nord America e Canada”.
Come italiano, dicevamo, e soprattutto come manager europeo Vincenzo Odoguardi vanta oggi un’esperienza esclusiva nella Repubblica Dominicana. Residente dall’ anno 2000 per il completamento del Centro Commerciale più grande dei Caraibi, il famosissimo “Mega Centro” di Santo Domingo, dal 2002 al 2005 costruisce circa 860 immobili di proprietà nella area di Boca Chica per incrementare il turismo italiano. Parliamo di una delle perle rare del turismo mondiale. Dal 2005 rileva un gassificatore di LPG nell’area di Azua di Compostela (OPUVISA) e importa il gas propano da Trinidad e Tobago, in Venezuela, per migliorare la vita sociale nella parte sud ovest della Repubblica Dominicana e Haiti, elevando la vendita della OPUVISA dal 2% al 24 % del fabbisogno nazionale in 24 mesi. Poi dal 2010 inizia a costruire hotels nell’area di Bahyaibe incrementando ulteriormente i rapporti economici e di lavoro con Italia.
Il suo profilo professionale parla di un manager che ha impiegato per questo investimento oltre 1000 persone, tra impiegati e operai, con un bacino di utenza utile di circa 2500 famiglie tra diretti e indiretti, numeri che non sono passati inosservati alla grande stampa economica degli States. Ma non a caso, dal 2010 Presiede la CCDI, che è la Camera di Commercio Dominico Italiana, riconosciuta dal governo italiano nel 1983, incrementando le transazioni di lavoro di industrie Italiane nell’isola pari a 74 milioni di euro circa, dati ufficiali riferiti al 2014, con un attivo di 19 nuove imprese Italiane presenti sul territorio Dominicano, investimenti supportati da una sinergia firmata tra la CCDI e il CEI RD.
Nel 2014 Presiede la Eurocamara, la Camera di Commercio Europea, sotto la tutela dell’Ambasciata Europea a Santo Domingo, e dal Marzo 2014 ricopre prima l’incarico di Viceconsole Onorario e successivamente di Console Onorario d’Italia servendo con il proprio lavoro cittadini italiani e dominicani nelle funzioni Consolari Onorarie.
«Noi vogliamo aiutare gli italiani ad essere imprenditori, a diventarlo, favorendo l’imprenditoria degli italiani che vivono all’estero, mettendo insieme idee e progetti possibili da realizzare. L’emigrazione italiana è cambiata anche da noi in America del Nord. Chi emigra nel 2020 spesso non è più un operaio, ma è invece un professionista, un giovane manager, un potenziale giovane manager, e noi abbiamo il dovere di aiutarlo a crescere in questa realtà che lui ancora non conosce bene».
Concretamente cosa vuol dire?
«Pensi che una delle prime iniziative che abbiamo preso è il progetto di una Camera di Commercio del New England, che una volta realizzata consentirà maggiori transazioni economiche e commerciali con l’Italia. Io sogno che essa possa avere la sua sede finale a Boston. Ne faranno parte imprenditori tutti giovani, provenienti soprattutto da Massachussetts, Maine, New Hampshire e qualcuno dal Rhode Island. Per far questo cerchiamo nuovi progetti da promuovere e da proporre, cerchiamo giovani professionisti che vogliano sviluppare le loro peculiarità imprenditoriali. Siamo sempre insomma alla ricerca del meglio del Made in Italy in America, e lavoriamo continuamente alla promozione di imprenditori italiani che vogliano arrivare a veder realizzati i loro obbiettivi».
Solo investimenti economici? È solo pura finanza?
«Sarebbe un errore pensare questo. La finanza senza un cuore che batte non va da nessuna parte, mi creda. Per fare tutto questo cerchiamo soprattutto di preservare i nostri usi, costumi, soprattutto la lingua italiana nelle diverse aree del Paese. Dietro ogni imprenditore non lo dimentichi mai c’è sempre una storia familiare, un paese ombra che è lontano da qui e dove ognuno di loro è nato, ci sono sempre dei genitori e dei nonni che il giorno di Natale vogliono tutti a tavola e attorno allo stesso tavolo».
A cos’altro state lavorando?
«Un altro progetto in cui credo molto, e che stiamo portando avanti e quello di riuscire a dare ai nostri connazionali che vivono all’estero più servizi, agenzie insomma che possano sopperire ai famosi disservizi consolari. I nostri connazionali all’estero vanno aiutati a capire come fare per ottenere i documenti necessari per la cittadinanza, superando quella che è la “proverbiale” nostra burocrazia italiana, ma senza però mai tralasciare gli aspetti di aggregazione delle comunità in cui vivono».
Cosa intende dire?
«Che la vita dei nostri connazionali all’estero non è fatta solo di pratiche e di progetti economici. È fatta anche di mille altre cose diverse. Pensi per esempio alle nostre feste civili e religiose, che ognuno di noi si è portato dietro e dentro dall’Italia come un tesoro incommensurabile. Pensi al significato che per ogni italiano che vive all’estero può essere la processione del proprio santo patrono, o la stessa Via Crucis della Settimana Santa. Sa quanta gente partecipa alla tradizionale Via Crucis di College Street a Toronto ogni anno? Almeno centomila persone, soprattutto italiani, ha idea di cosa significhi tutto questo per la Little Italy dell’Ontario? E vuole sapere quanti italiani ogni anno partecipano alla Festa di San Francesco di Paola che si tiene il prossimo mese di agosto a Chicago, nel cuore del polmone verde della City? Almeno 50 mila calabresi mi dicono, a cui si aggiungono poi le tante famiglie americane legate alla nostra Little Italy. Un vero e proprio raduno nazionale nel cuore dell’Illinois e ai margini del grande Lago Michigan. Nasce da queste considerazioni un altro nostro progetto interessante, e che presenteremo molto presto in Italia. Lo abbiamo chiamato “Il ritorno alle radici”, e questo permetterà ai nostri connazionali all’estero di fare turismo in Italia riscoprendo naturalmente le terre degli avi che sono emigrati in ogni parte dell’America ormai da generazioni».
In una parola sola?
«Promuovere il successo dei nostri italiani all’estero. Far sì che gli italiani possano continuare a contribuire alla crescita economica di questo nuovo paese che per loro è diventato il loro secondo paese di adozione. Ma far sì che lo facciano restando forte- mente collegati e legati alla propria terra di origine».
Per lei è stato tutto molto semplice quando è arrivato in America?
«Mi prende in giro? Quando io sono arrivato per la prima volta in America ero solo con me stesso, solo con i miei ricordi, solo con l’affetto lontano della mia famiglia, solo con i miei sogni. Ho lavorato duro, ho lavorato tanto e alla fine ho realizzato quello che desideravo di più nella mia vita. Ma nulla è semplice, e quando la tua meta è anche il successo economico, allora devi lavorare più di tutti gli altri e senza mai fermarti. Sa qual è la regola di vita per un manager affermato qui negli Stati Uniti? Lavorare 365 giorni all’anno. E come diceva mio padre, “perseverare”. Mai come in questo vale il detto che “Chi si ferma è perduto”».

Architetto perché ha scelto di fare architettura?
«Perché già da ragazzo avevo capito che l’architettura sarebbe stata la materia che mi avreppe permesso di capire meglio i sistemi urbanistici del mondo. Architettura vuol dire colori forme disegni strutture fisiche, tutto ciò che ci appartiene e che si muove attorno a noi è architettura, e solo studiando bene l’architettura un ragazzo come me che aveva vissuto in un paesino di appena 8 mila abitanti, come allora lo era Trebisacce, avrebbe potuto sperare di uscire una volta per tutte da quel guscio che allora i
grandi urbanisti ricordo chiamano “La periferia del sud” e spiccare il volo. Architettura non è soltanto arte. Architettura è tutto quello che il genere umano è riuscito e ha saputo costruire e realizzare all’interno di un ambiente che noi definiamo “nostro”».
Che famiglia aveva alle spalle?
«Padre, madre, una sorella. Mio padre Domenico era il direttore dell’ufficio postale di Trebisacce. Ricordo ancora la sua delusione e il suo smarrimento quando io gli comunicai che avevo deciso di lasciare la Calabria per cercare lavoro altrove. Allora in Italia c’era la possibilità di poter prendere il posto del padre che lavorava alle Poste senza nessun concorso particolare, e lui aveva messo in conto che al suo posto sarei entrato io una volta laureato.
Era la magia del posto fisso che gran parte delle nostre famiglie rincorrevano per tutta la vita. Credo che per molti versi e molti nuclei familiari sia così ancora oggi in Italia».
Un giorno lei decide di partire, e suo padre come la prese?
«Quando lui mi chiese una spiegazione gli dissi la verità. Questo posto mi sta stretto. Ho bisogno di spazi più grandi. Ho bisogno soprattutto di capire cosa è meglio per la mia vita futura, ma sapevo perfettamente bene che Trebisacce non era il posto ideale per quello che io avrei voluto fare da grande. Volevo dimostrare a me stesso che avevo i numeri e la voglia per una evoluzione copernicana della mia vita, e comunque di quella che era stata la mia giovinezza a Trebisacce, senza nulla togliere alle mille cose belle che avevano segnato la mia infanzia calabrese».
Era una addio definitivo alla sua terra di origine?
«Assolutamente no. Almeno allora. Io allora sapevo di dover partire, sapevo di dover crescere, sapevo di dover conoscere altri mondi, ma sapevo anche che una volta completato il mio corso di formazione professionale sarei potuto tornare al mio paese e provare a essere utile alla mia gente e agli amici rimasti. Alla mia città, alla mia regione, alla mia nazione. Poi in effetti non sono più riuscito a tornare a casa in Calabria, ma ogni mia iniziativa, ogni mio progetto, ogni mia avventura professionale è sempre stata immaginata e realizzata come se io un giorno avessi dovuto far rientro in Calabria e ricominciare da dove ero partito».

«In Calabria ho lasciato la parte più bella della mia vita. A Trebisacce ci sono ancora mia madre e mia sorella Angela, i suoi bambini, e quindi davvero la parte più bella della mia vita. Riesco a tornare da loro due tre volte all’anno, ma è quanto basta perché io mi senta ancora parte viva della mia terra e del mio passato».
Architetto cosa rappresenta per lei il ritorno in paese?
«Il ritornare puntualmente a casa mia, in media tre volte all’anno, mi aiuta a capire meglio cosa abbiamo lasciato oggi al di là dei nostri confini nazionali, e provare a fare il paragone con quello che abbiamo invece all’interno dei confini calabresi e nazionali. Mi fa capire soprattutto cosa possiamo cambiare rispetto alle novità che trovo invece in ogni parte del mondo, innovazioni o sperimentazioni che in Calabria non sono ancora arrivate. Tutto questo andare su e giù continuamente mi aiuta anche a capire come si sono trasformate le varie generazioni, e cosa manca di più ai nostri connazionali all’estero del loro paese di origine, e soprattutto cosa di quello che essi ancora ricordano è rimasto in vita o è invece scomparso per sempre, distrutto dal tempo e dalla modernità della vita».
E a cosa serve tutto questo?
«A capire cosa si può ancora fare per i nostri connazionali che non vivono più in Calabria o in Italia, e cosa si può fare per loro per rendere meno pesante la loro condizione di emigrati all’estero. Questo confronto, questa analisi continua, questa interazione, questo raf- fronto tra ciò che era e ciò che è, tra ciò che vogliono e ciò che non è più possibile trovare, ci permetterà un giorno di realizzare all’estero un microclima, chiamiamolo così, ideale per tutti».
La sua a volte mi sembra quasi un’analisi sociologica, quasi antropologica.
«I miei maestri all’Università di Liverpool, e poi ancora di più alla Est University di Boston mi hanno insegnato che l’architettura è anche tutto questo messo insieme, e cioè questa voglia di studiare i popoli, di indagare i loro bisogni, di analizzare le varie generazioni che si sono succedute nel tempo, di interagire con loro e costruire per loro le condizioni ottimali per la loro sussistenza, una sorta di progetto umanitario, ma quando parlo dei colori dell’architettura intendo anche questo».
Trent’anni in giro per il mondo, ogni qual volta lei rientra in Calabria che idea si fa della sua terra? Come la ritrova?
«Vuole la verità? La ritrovo abbastanza immobile. È come se il tempo laggiù si fosse fermato per sempre. È come se i nostri paesi fossero avvolti in un foglio di cellofan, immobili, spaesati, isolati, bloccati da ogni condizionamento esterno, fissi nel loro silenzio arcaico e tradizionale».
Lei che ha costruito i più grandi complessi turistici del mondo, come la immagina la sua costa?
«Una potenziale miniera di ricchezza. La Calabria con le sue bellezze naturali non ha pari al mondo. Si potrebbe davvero fare di tutto laggiù. Si potrebbe realizzare in Calabria quello che è stato poi il modello caraibico nel mondo, grandi alberghi, grandi infrastrutture turistiche, grandi aree attrezzate, attrezzate di tutto, per far venire dalle zone fredde del mondo milioni di turisti tutto l’anno. Da ragazzo a Trebisacce e sul mio mare Ionio non ricordo di aver mai usato un cappotto o una sciarpa, se non per ripararmi dal vento di mare d’inverno. Ma il clima che abbiamo noi da quelle parti è come il clima che c’è in Florida e che potrebbe davvero cambiare il volto della mia terra. Sono sempre più convinto che la Calabria abbia oggi tutte le peculiarità ideali per uno sviluppo turistico globale, ma non solo quello».

“Vede noi italiani quando parliamo di turismo immaginiamo in genere e per lo più il turismo da spiaggia. Ma il mondo è già pieno di turismo da spiaggia. È arrivato il momento di capire e di convincerci che c’è anche un turismo alternativo alla spiaggia del mare. In questo periodo io vado su e giù da Boston ai Caraibi, alle Bahamas, dove ci sono le spiagge più belle del mondo, ma in Calabria abbiamo molto di più, ma davvero molto di più.
La Calabria è un caleidoscopio, in Calabria si potrebbe fare quello che non si può invece fare in gran parte del mondo, mare montagna, laghi, valli e colline, ma quale altra regione ha le bellezze che ha la nostra, con le testimonianze ancora vive della Magna Grecia, fino alla Costa dei Saraceni. Ma ha idea il mondo di cosa parliamo? Pensi solo ai castelli che abbiamo, e che potrebbero diventare mete da visitare e da riscoprire, e che segnano il passaggio di dominazioni e di conquiste le più varie e le più variegate. Ma nessuno forse ci ha mai pensato. Pensi alle fortune immense che per l’America sono stati Parchi Nazionali, ma noi in tema di Parchi naturali non abbiamo da invidiare nulla a nessuno»
E qual è l’Italia che oggi viene vista e giudicata?
«Nel mondo l’Italia per fortuna viene vista così come in realtà è. Il mondo guarda all’Italia come ad una delle terre più belle del mondo. L’Italia è così poliedrica e affascinante che diventa difficile assimilare in un viaggio soltanto la sua magia. Ecco perché oggi molti la considerano la terra del sogno, perché chi ci viene per la prima volta poi vuole ritornarci, perché si rende conto che quello che ha visto o assaporato è soltanto una piccola parte di essa».
Posso chiederle qual è oggi il dato distintivo dell’Italia all’estero?
«Senz’altro la ristorazione. Oggi la cucina italiana è una delle cucine più amate e più imitate nel mondo. In ogni parte del mondo troverai sempre e comunque un ristorante italiano che fa scuola. La nostra dieta mediterranea ha conquistato i 5 continenti e i nostri sapori sono unici al mondo, classificati ed etichettati come tali, riconosciuti e riconoscibili come tali. Non c’è migliore ambasciatore italiano dei nostri ristoratori, e dovunque un italiano decida di aprire un luogo di ristoro là troverai la tradizione italiana moltiplicata per mille. La gente ne parla, e di parola in parola, quel ristoratore e quel ristorante diventano di fatto a tutti gli effetti un’isola italiana in quel posto, anche il più lontano della terra.
E quando parlo di sapori e di tradizioni italiane parlo di sapori regionali, di tradizioni provinciali, di retaggi paesani, perché l’Italia all’estero è fatta di ognuno di noi, che porta a suo modo i ricordi del proprio passato e trasferisce il proprio passato in cucina o suoi luoghi di lavoro e di svago, qualunque sia la situazione presa in esame. È questa la vera bellezza dell’Italia nel mondo».
Che infanzia è stata la sua a Trebisacce?
«Un’infanzia molto felice devo dire. Avevamo poco, ma ci divertivamo con quel poco che avevamo. E ci bastava anche. Ricordo che giocavamo con i tappi delle bottiglie e ci sentivamo i ragazzi più appagati del mondo. O con i sassi, cercando di colpire e di far cadere le figurine dei giocatori Panini che all’epoca erano il nostro desiderio forse più recondito.
Credo che la Panini faccia ancora le figurine con cui noi passavamo in- tere giornate a giocare. Un’infanzia per niente tecnologica come quella che vivono oggi invece i nostri figli. Si stava quindi tutti insieme, fuori, per strada, difesi e guardati a vista dal quartiere dove vivevamo, mai immaginando che il futuro dei nostri figli sarebbe dipeso dagli smartphone o dai tablet.
La strada era la nostra vita. La strada era il nostro essere ragazzi. La strada era anche la certezza del nostro futuro».
E quale era la sua strada a Trebisacce?
«La strada dove noi vivevamo e dove io giocavo si chiamava Via Redipuglia. Poi col passare degli anni ne hanno cambiato il nome».
Architetto, ma la sua mam- ma non le chiede mai “Enzo perché non torni”?
«Non più. Sono passati ormai troppo anni da quando sono andato via, e nella vita si fa l’abitudine anche alla lontananza. Quando a casa apriamo questo discorso da cosa mi dice? Ma Enzo di cosa ti lamenti? Tu che hai l’ufficio sotto le palme e con il mare di fronte?».
Ma è mai venuta la sua mamma a vedere il suo mondo?
«Assolutamente sì, sia mamma Maria che mia sorella Angela. Le ho sempre invitate a casa mia, ma non solo qui in America oggi. Mia mamma oggi ha 82 anni, meravigliosamente ben portati, completamente indipendente, vive con mia sorella ma da sola, a casa sua, davanti al mare, dietro ha il giardino, si coltiva ancora da sola i suoi ortaggi, fa il suo vino e il suo olio, e lei è venuta a trovarmi anche quando stavo in Africa, e poi ancora quando mi sono trasferito in Russia, e poi naturalmente nella mia casa ai Caraibi. Come tutte le mamme dei nostri paesi c’è sempre stata, e ci sarà per sempre. Lei ha sempre seguito la mia vita, e ha sempre saputo tutto della mia crescita professionale. Spero solo che stia sempre bene».

«Ho una moglie straniera e quattro figli. Gli ultimi due arrivati sono due gemellini, bellissimi mi creda, un maschio e una femmina, Christof e Chanelle Marie, ma i primi due, Domenico e Alessandro, sono già adulti e lavorano a Boston».
In che lingua parlano alla nonna italiana e alla zia Angela?
«In italiano naturalmente. Rigorosamente in lingua italiana. Tutti gli anni io ho mandato i miei primi due figli grandi in Italia a casa dalla nonna perché conoscessero la mia terra di origine e la mia gente, ma soprattutto perché imparassero l’italiano. E poi li ho mandati a casa dalla nonna perché imparassero quello che io ritengo sia la regalità della lingua italiana, e cioè il dialetto delle mie terre. Oggi loro parlano correntemente almeno tre lingue diverse, più il dialetto calabrese. E per rafforzare la loro conoscenza del dialetto calabrese, in America a casa nostra, io ho parlato tantissime volte con loro proprio in dialetto calabrese, perché restasse sempre viva in tutti loro la bellezza superlativa di questa nostra lingua di origine. Quando stiamo tutti insieme a casa per delle feste o delle ricorrenze importanti, tra di noi passiamo senza colpo ferire dall’inglese all’italiano allo spagnolo e al dialetto, come se fosse la cosa più naturale di questo nostro mondo. Ed è bellissimo».

«Non credo sia più possibile farlo. Ci sono varie stagioni della vita, e la mia stagione calabrese si è conclusa il giorno in cui ho deciso di partire. Gli interessi di vita e di lavoro ormai sono così radicati qui in America che mi diventa davvero difficile, quasi impossibile, pensare di tornare a casa per sempre. Almeno per me. Tornare in Italia significherebbe fermare un processo di crescita che è iniziato tanti anni fa, il giorno in cui scelsi di lasciare Trebisacce e il mio mare».
Architetto qual è oggi il suo progetto ideale futuro?
“Lavorare per aiutare i nostri italiani all’estero a vivere meglio la propria condizione di emigrati all’estero. Lavorare per rafforzare la memoria storica dei giovani, figli di italiani che sono nati all’estero, e che dell’Italia hanno solo poche conoscenze. Fare l’impossibile per farli rientrare almeno una volta all’anno nei paesi di origine dei loro genitori, permettere loro di poter incontrare i vecchi parenti rimasti in Calabria, magari i vecchi nonni, fargli conoscere le loro origini direttamente, portandoli fisicamente sui territori dei loro padri, e convincerli che sono eredi di un Paese bellissimo e unico al mondo. Lavorare per rafforzare la fierezza di essere italiani, e di sentirsi diversi e migliori degli altri. Questo è il mio sogno. Questo sarà il mio progetto futuro. Dopo aver lavorato tanto per me stesso e per la mia famiglia, ora voglio dedicarmi agli altri, che sono arrivati in America o in altre zone del mondo come sono trent’anni fa ci arrivato io, da solo, e senza una lira in tasca. Ma con tanti ricordi nel cuore».
di Pino Nano – da Calabria Live
