Fermato l’assassino di Sharon Verzeni: è Moussa Sangare, un trentunenne italiano di origini maliane. La confessione choc: “L’ho uccisa tanto per farlo!”
Convocato inizialmente dai carabinieri come persona informata sui fatti, Moussa Sangare ha ceduto, schiacciato dalle tante contraddizioni, crollando e confessando l’omicidio: “Ho avuto un raptus improvviso, non so spiegare perché. L’ho vista e l’ho uccisa, tanto per farlo”. E subito la Lega si scatena: “Sono questi i nuovi italiani che vuole il PD!”
Cala il sipario sul “giallo” dell’estate: Sharon Verzeni, la trentatreenne di Terno d’Isola uccisa il 30 luglio con quattro coltellate, è stata vittima di Moussa Sangare, un trentunenne nato a Milano da genitori maliani. Reduce da un passato da aspirante rapper – quando poco più che ventenne collaborò con Izi ed Ernia e tentò il salto con “X Factor” – Sangare si è ritrovato a fare i conti con un presente amaro, fatto di disoccupazione, droga, denunce e segnalazioni ignorate. E così, da misterioso ciclista ripreso mentre cercava di allontanarsi dal luogo del delitto, si è rivelato essere l’assassino, senza movente e senza rimpianti, della povera Sharon, barista in un tranquillo comune di ottomila abitanti nella provincia di Bergamo.
Attorno a questo caso, che sembra uscito dalla penna di Giorgio Faletti o da un film di Dario Argento, gravitano diversi dettagli agghiaccianti che riflettono la deriva della nostra società. Primo fra tutti, la scoperta di una sagoma di cartone a forma di essere umano nell’appartamento di Sangare, usata per esercitarsi a lanciare coltelli. Ma c’è di peggio: due giorni dopo aver ammazzato Sharon, Sangare ha partecipato tranquillamente a un barbecue con amici, come se nulla fosse accaduto.
Ma come in tutti i gialli che si rispettano, c’è dell’altro, dell’altro che non riguarda solo vittima e carnefice, ma ciò che a loro ruota intorno.
Inquietante almeno quanto gli squilibri di Sangare è la “lucidità” di chi, convinto di avere tutte le risposte, ha puntato il dito su chiunque potesse sembrare il colpevole. In tanti erano pronti a scommettere che l’omicida fosse il compagno di Sharon. Dopo i casi di Impagnatiello, Turetta e altri disgraziati che hanno tolto la vita alle donne che dicevano di amare, per alcuni era scontato che fosse così anche stavolta, dimostrando quanto sia difficile liberarsi dai soliti luoghi comuni.
Analoga inquietudine si prova di fronte alla strumentalizzazione di questa tragedia da parte dei soliti “politicanti”, pronti a sfruttare qualunque fattaccio per raccattare consensi.
A questi signori ricordo che, come diceva Freud, “Ogni uomo, almeno una volta nella sua vita, ha sentito la pulsione di ammazzare”. Questa pulsione, che ahimè non tutti riescono a controllare, può colpire chiunque, a prescindere dal colore della pelle o dall’orientamento politico. Sì, strumentalizzare un omicidio come quello di Sharon Verzeni è forse l’aspetto più miserabile di questa tragica vicenda.
