Gli Stati Uniti non possono dimenticare da dove vengono
Negli ultimi giorni, #Minneapolis — e con essa l’opinione pubblica americana e mondiale — è stata scossa, come abbiamo riferito anche su Fatti Nostri, da eventi che dovrebbero farci riflettere profondamente sul significato dell’“American Dream” e su cosa significa davvero essere una nazione di immigrati. Durante l’operazione federale di contrasto all’immigrazione irregolare promossa dall’amministrazione Trump, un’agente dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) ha sparato e ucciso #Renee Nicole Good, una cittadina americana di 37 anni, nel corso di un’azione dell’ICE nella città del Minnesota.
Le immagini e i video dell’incidente — che hanno mostrato Good colpita e cadere sulla strada mentre osservava o documentava le attività degli agenti — hanno provocato indignazione e proteste in tutto il paese, raccogliendo migliaia di cittadini sui marciapiedi gelidi di Minneapolis.
A seguire, sempre nella stessa città, un altro cittadino statunitense, l’infermiere #Alex Pretti, è stato ucciso durante uno scontro con agenti federali. Anche in questo caso, le circostanze rimangono controverse e ampiamente dibattute, mentre numerosi media e comunità locali denunciano un uso sproporzionato della forza da parte delle autorità federali.
Questi fatti non sono episodi isolati di semplice “applicazione della legge”, come talvolta vengono descritti dalle autorità. Sono invece il riflesso di una deriva nel modo in cui gli Stati Uniti stanno affrontando la questione dell’immigrazione: una politica che spesso tratta esseri umani come numeri o minacce, piuttosto che come persone che cercano sicurezza, opportunità, lavoro e dignità.
In primo luogo, va ricordato che la stragrande maggioranza delle persone che attraversano i confini non sono criminali, ma persone che hanno lasciato i loro paesi per cercare un futuro migliore: famiglie, lavoratori, giovani — non “banditi” o “mercenari”. Dietro ogni richiesta d’asilo, dietro ogni notte passata in un centro di detenzione, c’è un essere umano con un sogno, con speranze non molto diverse da quelle di milioni di americani i cui antenati sono arrivati con una valigia di cartone o addirittura senza niente. È ironico e tragico che oggi qualcuno possa essere ucciso o arrestato per aver cercato di avvicinarsi a quel sogno di libertà e di opportunità che per secoli ha definito gli Stati Uniti.
In secondo luogo, l’uso di tattiche militarizzate — sparatorie, idranti, arresti di massa e operazioni nelle aree urbane — ha provocato reazioni durissime da parte delle comunità locali, delle autorità cittadine e di migliaia di cittadini che scendono in piazza per protestare. A Minneapolis il sindaco, il governatore e gruppi civici hanno chiesto trasparenza, giustizia e il ritiro degli agenti federali.
Gli Stati Uniti sono la nazione dei sogni: il sogno di chi arriva con poco, il sogno di chi lotta per costruirsi una vita dignitosa, il sogno di chi crede nella libertà come diritto fondamentale. Oggi più che mai, questo sogno è messo a dura prova da politiche che sembrano dimenticare che la maggioranza del popolo americano discende da immigrati che un tempo affollavano le stive delle navi, attraversavano deserti o valicavano montagne pur di arrivare su questa terra di promesse.
Condannare la violenza indiscriminata non significa essere “contro la legge” o “contro l’ordine”: significa piuttosto ricordare che la giustizia deve essere umana, non brutale; deve proteggere la dignità umana, non schiacciarla. Se una nazione perde la sua umanità nel nome dell’applicazione della legge, allora ciò che resta da proteggere non è il #sogno americano, ma un incubo di paura, divisione e ingiustizia.
