Haiti, le bande usano la popolazione come scudo: barricate, reclutamenti forzati e manifestazioni contro i militari
I gruppi criminali di Chen Mechan e 400 Mawozo preparano la resistenza all’offensiva internazionale. Secondo un’inchiesta di AyiboPost, abitanti costretti a costruire sbarramenti e giovani obbligati a partecipare alle proteste contro le truppe straniere. Intanto, nelle strade di Canaan centinaia di persone manifestano contro l’intervento salvadoregno. La Repubblica Dominicana osserva con preoccupazione gli sviluppi della crisi.

La guerra contro le bande armate di Haiti sta assumendo caratteristiche sempre più preoccupanti. Non si tratta soltanto dello scontro tra forze di sicurezza e organizzazioni criminali che controllano interi quartieri e importanti vie di comunicazione. La popolazione civile rischia di essere trasformata in uno strumento della strategia dei gruppi armati, utilizzata per ostacolare l’avanzata dei militari e rendere più complicate le operazioni di riconquista del territorio.
È quanto emerge da un’inchiesta pubblicata il 1° novembre dal giornale haitiano AyiboPost, secondo la quale le organizzazioni criminali stanno preparando una vera e propria strategia di resistenza in vista dell’offensiva delle forze internazionali, rafforzate dall’arrivo di oltre duemila militari salvadoregni inviati dal presidente Nayib Bukele.
L’inchiesta raccoglie testimonianze di residenti e persone informate sulle attività delle bande. Il quadro descritto è quello di una popolazione intrappolata, sottoposta a intimidazioni e minacce, spesso impossibilitata a lasciare le proprie abitazioni.

Barricate costruite anche con il lavoro forzato degli abitanti
Tra i gruppi maggiormente impegnati nella preparazione delle difese figurerebbe quello guidato da Claudy Célestin, conosciuto come Chen Mechan, attivo nella pianura del Cul-de-Sac.
Secondo AyiboPost, i criminali stanno bloccando le principali strade con tronchi d’albero, camion carichi di pietre e altri ostacoli, con l’obiettivo di impedire o rallentare il movimento dei mezzi blindati delle forze di sicurezza.
Le barricate sarebbero state segnalate in diverse località, tra cui Lillavois, Lizon, Marin, Lathan, Carrefour Shada, Santo, Damien, Santo 11, Santo 17 e Croix-des-Missions.
Ma l’aspetto più grave riguarda il coinvolgimento forzato dei residenti. Secondo le testimonianze raccolte, alcuni abitanti sarebbero stati obbligati a partecipare alla costruzione degli sbarramenti. Chi si rifiuta rischia ritorsioni.
I gruppi armati starebbero inoltre reclutando giovani contro la loro volontà e impedendo a numerose famiglie di lasciare liberamente le zone sotto il loro controllo. In alcuni casi, secondo le testimonianze, chi fugge viene persino avvertito che dovrà pagare per poter tornare nella propria abitazione.
Non siamo quindi soltanto di fronte a una strategia militare improvvisata, ma a un sistema di intimidazione che trasforma intere comunità in prigioni a cielo aperto.
Manifestazioni contro i militari: spontaneità o intimidazione?
Un altro elemento particolarmente significativo riguarda le manifestazioni contro la presenza delle forze straniere.
Secondo l’inchiesta di AyiboPost, alcuni gruppi armati avrebbero cercato di mobilitare la popolazione contro l’intervento internazionale, costringendo giovani e residenti a partecipare alle proteste.
Un insegnante di Santo ha raccontato che due suoi studenti gli avrebbero riferito di essere stati obbligati a prendere parte a una marcia organizzata il 30 ottobre. Altre testimonianze parlano di almeno due tentativi di imporre manifestazioni contro le autorità e i militari stranieri.
Una marcia prevista verso Lizon, secondo una delle fonti citate dal giornale, sarebbe stata in gran parte disertata dalla popolazione.
È importante, tuttavia, non confondere tutte le proteste con manifestazioni organizzate dalle bande. Il 3 novembre, a Canaan, centinaia di haitiani sono scesi in strada per contestare l’arrivo dei militari salvadoregni, esprimendo la paura che le operazioni possano provocare nuove vittime tra i civili.
Alcuni rappresentanti della comunità hanno denunciato il rischio che gli abitanti vengano considerati indistintamente complici dei criminali soltanto perché vivono in territori controllati dalle bande.
La distinzione è fondamentale: il diritto di manifestare contro un intervento militare deve essere rispettato. Ben diversa è la situazione di chi viene costretto a scendere in strada sotto minaccia.
Bukele rilancia la sfida alle bande
Nel frattempo, Nayib Bukele continua a mostrare pubblicamente la presenza dei propri militari ad Haiti. Il presidente salvadoregno ha diffuso immagini e video di soldati impegnati nei pattugliamenti e di elicotteri utilizzati durante operazioni contro gruppi armati.
Il suo messaggio è stato particolarmente aggressivo: ha invitato apertamente le bande a radunarsi per affrontare le forze salvadoregne.
L’arrivo di oltre duemila militari rappresenta un rafforzamento considerevole della presenza internazionale, ma non significa che tutti operino sotto la stessa struttura di comando. Le Nazioni Unite hanno precisato che soltanto una parte, circa duecento uomini, rientra nella catena di comando della Gang Suppression Force sostenuta dall’ONU.
Questa situazione solleva interrogativi importanti sulla responsabilità delle operazioni, sulle regole d’ingaggio e sulla protezione della popolazione civile.
Intanto, la polizia haitiana ha ritrovato il veicolo carbonizzato utilizzato dai quattro tecnici militari salvadoregni scomparsi dopo l’imboscata del 18 ottobre. Il ritrovamento, avvenuto nella zona di Santo, non ha però ancora chiarito che fine abbiano fatto i quattro uomini.
Il rischio di una popolazione intrappolata tra due fuochi
La questione più delicata è proprio quella dei civili. Medici Senza Frontiere ha segnalato un aumento delle vittime e dei feriti durante l’intensificarsi degli scontri. Nei giorni successivi alla scomparsa dei quattro salvadoregni, l’organizzazione ha riferito di trenta persone, comprese donne e bambini, ferite da colpi d’arma da fuoco ed esplosioni di droni nell’arco di otto giorni.
L’organizzazione ha inoltre espresso preoccupazione per le difficoltà di movimento e pericolosità degli spostamenti verso le strutture sanitarie.
Il pericolo è evidente: se le bande impediscono agli abitanti di lasciare i quartieri e li costringono a partecipare alla costruzione delle barricate o alle manifestazioni, qualsiasi operazione militare diventa più rischiosa. I soldati devono muoversi in un ambiente nel quale criminali armati e civili possono trovarsi a pochi metri di distanza.
È una condizione che favorisce le organizzazioni criminali e aumenta il rischio che a pagare siano proprio le persone che non hanno alcuna responsabilità nella violenza.
La Repubblica Dominicana guarda alla frontiera
Per la Repubblica Dominicana, gli sviluppi della situazione haitiana rappresentano una questione di sicurezza nazionale. L’intensificazione delle operazioni militari, la possibile fuga di abitanti dalle zone di combattimento e l’eventuale spostamento dei gruppi criminali richiedono una vigilanza costante lungo tutto il confine.
Occorre però distinguere i rischi dalle notizie non confermate. Le segnalazioni di possibili attraversamenti di gruppi armati non equivalgono a un’incursione accertata di bande criminali in territorio dominicano. Non è disponibile, al momento, un bilancio verificato di eventuali pandilleros entrati nella Repubblica Dominicana.
Santo Domingo ha il diritto e il dovere di proteggere il proprio territorio, rafforzando i controlli e mantenendo alta l’attenzione sulle conseguenze delle operazioni in corso.
Ma la questione non può essere affrontata soltanto attraverso la sorveglianza della frontiera. La crisi haitiana ha ormai una dimensione regionale e richiede un impegno internazionale molto più ampio.
Combattere le bande non basta: bisogna restituire il Paese ai suoi cittadini
Quanto sta accadendo dimostra ancora una volta che la battaglia per Haiti non si vince soltanto con il numero dei soldati impiegati o con la potenza dei mezzi militari.
Le bande hanno imparato a controllare il territorio, a intimidire la popolazione, a bloccare le strade e a utilizzare la paura come strumento di potere. Per sconfiggerle occorre liberare i territori, ma anche garantire che gli abitanti possano tornare a vivere senza minacce, ricostruire le proprie attività e affidarsi a istituzioni capaci di proteggerli.
L’intervento internazionale può rappresentare un passaggio necessario, ma deve essere accompagnato da una strategia politica, giudiziaria e sociale. Senza un progetto di ricostruzione dello Stato, il rischio è che le bande vengano allontanate da un quartiere per poi ritornarvi quando le forze di sicurezza si saranno ritirate.
La Repubblica Dominicana non può permettersi di ignorare ciò che accade oltre la frontiera. Ma non può neppure essere lasciata sola ad affrontare le conseguenze di una crisi che la comunità internazionale non è ancora riuscita a risolvere.
La vera vittoria per Haiti non sarà vedere le bande sconfitte in una battaglia, ma restituire ai suoi cittadini la libertà di uscire di casa, percorrere una strada, andare a scuola e manifestare senza paura di essere uccisi o costretti a obbedire agli ordini dei criminali.
Perché quando una banda può decidere chi deve scendere in piazza, chi deve costruire una barricata e chi può lasciare la propria casa, non controlla soltanto un territorio: ha già sottratto allo Stato una parte della vita dei suoi cittadini.
