I Pearl Jam, tra studio e live
Un dibattito musicale a cui capita di assistere da qualche anno ormai è quello sullo status dei Pearl Jam.
Non c’è praticamente dubbio sul fatto che siano una delle rock band migliori che vi può capitare di vedere dal vivo. Se si passa a parlare degli album, apriti cielo: facile leggere critiche pesanti, anche tra i fan. Si dice che non azzeccano un album da tempo, che si sono persi, che era meglio una volta, e così via. Argomentazioni che hanno motivazioni anche reali: la discografia di studio degli ultimi 15 anni è rarefatta: 4 album, con pause tra i 3 e i 6 anni tra l’uno e l’altro, con prove decisamente non memorabili come “Backspacer”. Ma anche un po’ eccessive, secondo me: si tratta di album comunque dignitosi, con alti e bassi, come è comprensibile per una band in questa fase della carriera. Eccoci quindi a parlare di nuovo di “Gigaton”, uscito due anni fa e appena ripubblicato in versione espansa.
Gigaton, l’album migliore dei PJ da 15 anni
In mezzo a questo discorso, dove sta “Gigaton”? Un disco uscito in pieno lockdown, con le versioni fisiche ritardate di mesi, un tour programmato e partito solo dopo due anni. I Pearl Jam scelsero di pubblicarlo lo stesso, a differenza di chi in quel periodo rimandò le uscite in attesa di tempi migliori.
Rimango dell’idea della mia prima impressione: è il disco più solido del gruppo dai tempi di “Avocado” del 2006. Buone canzoni e un bel suono (grazie anche a Josh Evans), un po’ di novità nella traduzione, con pezzi classici come “Who Ever Said” (rimane la mia preferita) e assieme a sperimentazioni come “Dance Of The Clairvoyants”, un bel finale di ballate intense, che arriva alla struggente “River cross”.
La tour edition
Se non mi sbaglio, è la prima volta che i Pearl Jam pubblicano una versione espansa di un loro disco, eccezion fatta per le ristampe celebrative dei primi album. Quella delle “Deluxe edition” è una pratica discografica diffusa per rilanciare gli album a poco tempo dall’uscita. La band ne sempre stata alla larga, limitandosi a qualche bonus track sparsa, ma scegliendo inizialmente di pubblicare outtake e brani live sui singoli, quando esistevano (come il leggendario “Live in Atlanta” del ’94, pubblicato su tre versioni diverse di “Dissident”). Poi sono arrivati i bootleg ufficiali, le raccolte etc.
La pratica della “Tour edition” è in realtà diffusa da ancora più tempo, da decenni, anche se un po’ dimenticata negli ultimi anni: si ripubblica un album con un secondo CD di materiale vario sfruttando il rilancio offerto dai concerti.
In questo caso la scelta è interessante: c’è l’album, risuonato dal vivo per intero. O quasi: la tracklist è leggermente diversa, una canzone spostata (“Who ever said”) e una assente (“Comes Then Goes”, ma suonata live). Si tratta di performance tratte dai pochi concerti del 2021 e assemblate – non una esecuzione “back to back” , come pure hanno fatto diverse volte in passato, sia con dischi recenti (a Torino nel 2006 suonarono per intero “Avocado”) che con album storici (nei bootleg ufficiali si trovano performance notevoli non solo di “Ten” ma anche di “No code” e “Yield”).
Se l’idea è buona, l’esecuzione un po’ meno: il fatto che siano performance diverse si sente e toglie un po’ di tensione, la band era ferma da due anni e le canzoni non ancora del tutto rodate.
Insomma, un po’ di ruggine – ma relativa, perché parliamo sempre dei Pearl Jam. Come diceva Neil Young, “Rust never sleeps”: questa tour edition non è nulla di fenomenale, considerando che sono già disponibili i bootleg delle date americane del 2022 e tra poco arriveranno quelli delle date europee. Ma restituisce comunque un po’ di attenzione ad un album sfortunato e di buon livello.

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TRACKLIST
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