Il Congo color “rosso sangue italiano”
Quando mancano pochi mesi alla tragica ricorrenza dei 60 anni dell’eccidio di Kindu, il Congo torna a entrare negli incubi dell’Italia e il Continente Nero prende il colore del rosso. Rosso sangue. Era infatti il 1961 quando l’Italia visse una delle pagine più tristi della sua politica estera e del suo impegno in favore della Pace. E come allora, anche oggi tutto avvenne sotto l’egida dell’ONU.
L’Italia piange l’ambasciatore Luca Attanasio e il carabiniere Vittorio Iacovacci, uccisi in un’imboscata nei pressi di Goma mentre viaggiavano a bordo di un convoglio del World Food Programme. Il gruppo di uomini armati ha aperto il fuoco contro i mezzi nel tentativo di sequestrare l’ambasciatore italiano nella Repubblica Democratica del Congo, stroncando la vita del diplomatico, 44 anni da compiere (che lascia una moglie e tre figlie), e del carabiniere Vittorio Iacovacci, di 30 anni (oltre all’autista congolese del mezzo a bordo del quale viaggiavano).
L’agenzia Onu specifica che il viaggio era stato autorizzato su quella strada senza una scorta di sicurezza, certificando di fatti una fiducia mal riposta nella sicurezza del territorio. La stessa fiducia che avevano i tredici aviatori che nel novembre del 1961 si trovavano a Kindu, trucidati senza pietà dai soldati del Congo. Gli equipaggi dei due “Vagoni volanti” C-119 della 46^ Aerobrigata di Pisa assegnati al contingente delle Nazioni Unite in Congo (Maggiore pilota Amedeo Parmeggiani, 43 anni, di Bologna, comandante della missione, Sottotenente pilota Onorio De Luca, 25 anni, di Treppo Grande, Tenente medico Francesco Paolo Remotti, 29 anni, di Roma, Maresciallo motorista Nazzareno Quadrumani, 42 anni, di Montefalco, Sergente maggiore montatore Silvestro Possenti, 40 anni, di Fabriano, Sergente elettromeccanico di bordo Martano Marcacci, 27 anni, di Collesalvetti, Sergente marconista Francesco Paga, 31 anni, di Pietrelcina , Capitano pilota Giorgio Gonelli, 31 anni, di Ferrara, Sottotenente pilota Giulio Garbati, 22 anni, di Roma, Maresciallo motorista Filippo Di Giovanni, 42 anni, di Palermo, Sergente maggiore montatore Nicola Stigliani, 30 anni, di Potenza, Sergente maggiore elettromeccanico di bordo Armando Fausto Fabi, 30 anni, di Giuliano di Roma, Sergente maggiore marconista Antonio Mamone, 28 anni, d’Isola di Capo Rizzuto) sarebbero dovuti tornare in Italia il 23 novembre del 1961 e atterrarono all’aeroporto vicino Kindu, una cittadina ai margini della foresta equatoriana, non lontana dal confine con il Katanga, la regione nella quale era montata la sanguinosa guerra civile che minacciava la giovane repubblica africana, la cui indipendenza era stata proclamata appena il 30 giugno 1960.
Nulla faceva presagire l’imminente tragedia. I due aerei trasportavano i rifornimenti per i “caschi blu” malesi della guarnigione di Kindu, ottemperando a una missione che l’aviazione militare italiana portava avanti dall’estate 1960 provvedendo a circa il 70% delle esigenze di trasporto aereo del contingente ONU. Una missione come tante, in quella fetta di Africa che si era appena riscattata dal colonialismo belga che aveva lasciato il paese in un completo caos politico e amministrativo e fomentando anzi atavici odi tribali con l’aiuto dei vari attori internazionali che miravano a controllare le vaste risorse minerarie del paese, favorendo la secessione della più ricca delle sue province: il Katanga.
In un paese dilaniato dalla lotta tra le fazioni del presidente Joseph Kasa-Vubu, (con le truppe comandate dal generale Mobutu che controllavano le regioni occidentali) quelle lumumbiste di Antoine Gizenga (con le truppe del generale Lundula sostenute dai sovietici che controllavano le province orientali) e quelle katanghese di Moise Ciombe (con i gendarmi sostenuti da mercenari bianchi, soprattutto belgi) gli italiani arrivarono subito dopo l’uccisione di Patrice Lumumba, ex primo ministro che aveva tentato di liberare il paese dalle ingerenze esterne. Il mandante dell’omicidio di Lumumba era Moise Ciombe, leader della provincia del Katanga, appoggiato dal presidente della repubblica Joseph Kasa-Vubu e dal capo delle forze armate Joseph-Désiré Mobutu, il quale avrebbe in seguito retto le sorti del paese come dittatore per circa quarant’anni.
La mattina di quel sabato 11 novembre 1961 i due aerei decollarono dalla capitale Leopoldville per portare rifornimento alla piccola guarnigione malese dell’ONU in una città dove poco meno di due mesi prima era morto Raffaele Soru, un volontario della Corpo militare della Croce Rossa Italiana, rimasto ferito a morte nel corso di scontri tra ribelli e soldati. Gli aviatori atterrarono il tempo di scaricare e di mangiare qualcosa ma non sapevano che in città tra i duemila soldati del regime di Stanleyville si era sparsa la voce che fosse imminente un lancio di paracadutisti mercenari al servizio del regime di Ciombe.
Gli aviatori erano senza armi perché i rapporti con la popolazione erano stati sempre buoni e pertanto vennero completamente sorpresi dai militari che fecero irruzione nell’edificio. I circa 80 soldati congolesi sopraffecero rapidamente gli occupanti della palazzina malmenandoli duramente, accanendosi in particolare contro gli italiani scambiati per mercenari belgi al soldo dei katanghesi.
Durante l’assalto l’ufficiale medico Remotti tentò la fuga ma fu subito ucciso. Il comandante malese, maggiore Maud, tentò inutilmente di convincere i capo del presidio locale che gli aviatori erano italiani dell’ONU. I dodici italiani, costretti a trasportare con loro il corpo di Remotti, furono caricati a forza sui camion e portati in città, per poi essere rinchiusi nella piccola prigione locale.
Mentre il maggiore Maud e il suo vice discutevano se fosse meglio trattare il rilascio pacifico degli italiani o tentare un’azione di forza per liberarli, quella notte giunsero all’aeroporto di Kindu da Leopoldville il generale Lundula e alcuni funzionari dell’ONUC che tentarono di contattare il comando del presidio per avviare un canale di trattative, senza alcun successo.
Nella notte i miliziani fecero irruzione nella cella dove erano detenuti i dodici aviatori italiani e li uccisero tutti a colpi di mitra; abbandonati i corpi sul posto, questi furono pietosamente spostati poche ore dopo dal custode del carcere che, temendone lo scempio, li trasportò con un camion nella foresta e li seppellì in una fossa comune.
Per giustificare il massacro, i miliziani congolesi accusarono gli italiani di fornire le armi ai secessionisti, e diffusero la notizia secondo la quale questi fossero in volo verso il Katanga e fossero stati ingannati e convinti ad atterrare a Kindu dai responsabili della torre di controllo.
L’inviato speciale de La Stampa, Alberto Ronchey riuscì però pochi giorni dopo a dimostrare che la torre di controllo non funzionava da molti mesi, smontando pertanto tale teoria. Per giorni non si seppe nulla della sorte degli aviatori, e lo stesso comando delle truppe ONU temporeggiò per evitare di scatenare una rappresaglia contro gli italiani, senza sapere che questi erano già stati uccisi. Solo alcune settimane dopo l’eccidio il custode del carcere si mise in contatto con i fratelli Arcidiacono, due italiani residenti da tempo a Kindu: questi riuscirono a ricostruire le circostanze dell’eccidio e a contattare le autorità ONU per organizzare il recupero dei resti.
Nel febbraio del 1962 un convoglio della Croce Rossa austriaca, scortato da un contingente di caschi blu etiopi e accompagnato da due ufficiali della 46ª Aerobrigata ritrovò la fossa comune dove erano stati seppelliti gli italiani nel cimitero di Tokolote, un piccolo villaggio sulle rive del Lualaba ai margini della foresta.
L’11 marzo 1962 le loro salme arrivarono a Pisa a bordo di un velivolo statunitense con la scorta d’onore di caccia dell’Aeronautica Militare per essere poi tumulate presso il Sacrario dei caduti di Kindu, il tempio aeronautico costruito all’ingresso dell’aeroporto militare di Pisa grazie a una sottoscrizione pubblica lanciata all’indomani della notizia dell’eccidio.
I piloti e gli assistenti di volo uomini dell’Alitalia richiesero che la loro divisa fosse dotata della cravatta nera in luogo della precedente blu, in segno di lutto perenne per i 13 aviatori uccisi. La cravatta nera rimase in dotazione agli equipaggi Alitalia fino a giugno del 2015 quando la compagnia di bandiera decise di sostituire la cravatta degli assistenti di volo con una più vivace fantasia regimental.
I piloti continuano però a indossare la cravatta nera d’ordinanza per perpetuare il ricordo di quei 13 sfortunati militari al servizio della pace.
