La memoria a senso unico e i profughi dimenticati
Il Giorno del Ricordo, così come viene oggi celebrato, è diventato l’ennesimo terreno di scontro ideologico. La destra lo utilizza per ridurre la complessità storica a una condanna monocorde di Tito e del comunismo jugoslavo; la sinistra risponde accusando la destra di rimuovere o giustificare i crimini commessi dall’Italia fascista nei Balcani. In questo gioco di accuse reciproche, entrambe le parti dimostrano una sorprendente incapacità di andare oltre le proprie reazioni condizionate. Il risultato non è memoria, ma tifoseria.
Ciò che colpisce davvero, però, non è solo la strumentalizzazione dell’esodo giuliano-dalmata, ma l’assoluta rimozione di altri esodi italiani, ugualmente drammatici e documentati. Tra questi, quello dei profughi trentini durante la Prima guerra mondiale rappresenta uno dei casi più evidenti e più scomodi.
Tra il 1915 e il 1917, con l’avanzata del fronte, decine di migliaia di abitanti del Trentino furono sfollati dall’esercito italiano. Non erano cittadini italiani: erano sudditi austro-ungarici, spesso di lingua e cultura italiana, ma questo non li rese meno sospetti. Furono distribuiti in oltre 300 comuni della Penisola, alloggiati in case private, conventi, scuole, ospizi, spesso in condizioni igieniche e sanitarie disastrose. L’accoglienza fu improvvisata, disorganica, profondamente diseguale.
Molti riuscirono a trovare lavoro nell’agricoltura o nell’industria del Nord Italia; altri sopravvissero grazie a sussidi statali. Ma su di loro gravava un sospetto costante: quello di essere “austriacanti”. Bastava una voce, un gesto, un’abitudine culturale per diventare un problema di ordine pubblico. Nel febbraio 1918, ad esempio, la prefettura di Milano chiese l’allontanamento di profughi della Valsugana da Lodi sulla base di un semplice “si dice” secondo cui avrebbero brindato all’esercito austriaco. Nessuna prova certa, nessuna testimonianza sicura: eppure 13 persone furono internate e inviate a Lipari per “ragioni di sicurezza”.
Le testimonianze dirette raccontano una realtà ancora più dura. Amabile Maria Broz ricorda come, in Vallarsa, l’ordine di sgombero fu imposto da militari italiani che insultarono la popolazione, accusandola di tradimento, minacciando la fucilazione e persino il bombardamento del paese. A Obra, intere famiglie furono costrette a partire sotto minaccia armata. Non si trattò di scelte libere, ma di coercizione.
Emblematico è il caso della comunità di Vallarsa, sfollata nel maggio 1916 e inviata al campo fiera di Legnago, in condizioni definite dagli stessi funzionari come disastrose. Episodi minimi, come indossare abiti tradizionali in occasione del compleanno dell’imperatore Francesco Giuseppe, venivano interpretati come atti sovversivi e puniti con l’internamento. Dodici persone furono allontanate non tanto per ciò che avevano fatto, ma perché la punizione doveva servire da “esempio”. La repressione aveva una funzione pedagogica: disciplinare, intimidire, spezzare.
Questi profughi furono apolidi fino al 1920, quando il trattato di Saint-Germain concesse loro la cittadinanza italiana. Nel frattempo avevano perso case, beni, comunità. Molte abitazioni furono distrutte, spesso dagli stessi italiani, per esigenze militari. Non ricevettero un riconoscimento pubblico, né una politica di sostegno paragonabile a quella riservata ad altri esodi successivi.
Di loro non si parla perché la loro storia è una ferita aperta nella narrazione nazionale. Racconta di italiani che cacciarono, umiliarono e discriminarono altri italiani (o futuri tali). Smonta la retorica della Grande Guerra come guerra di liberazione, soprattutto in territori dove nessuno chiedeva di essere “liberato”. Mette in crisi il mito del buon soldato italiano.
È scomoda per la destra, perché incrina l’idea di una nazione sempre giusta e vittima. È scomoda per la sinistra, perché quei profughi non erano socialisti, ma spesso cattolici, patrioti, nazionalisti, come ricordava Adone Tomasselli, che denunciava come venissero trattati da “nemici”.
Eppure, nella memoria pubblica, sembra esistere un solo esodo legittimo: quello giuliano-dalmata. Tutto il resto è silenzio.
Se vogliamo davvero una giornata della memoria, allora essa deve ricordare tutti i profughi italiani. Anche quelli che non hanno lobby, né monumenti, né convenienza politica. Altrimenti non stiamo facendo memoria: stiamo scegliendo chi merita di essere ricordato e chi può essere dimenticato. E questa, più di ogni altra, è una colpa che continua nel presente.
