L’amore al tempo dei femminicidi
Il femminicidio di Giulia Cecchettin, la ventiduenne della provincia di Venezia massacrata dall’ex boyfriend, pur non essendo un delitto né meno drammatico né più disumano di altri è diventato, in breve tempo, un “caso” capace di sconvolgere e coinvolgere il “Belpaese” con una prepotenza mediatica raramente vista prima.
Il casus belli capace di trasformare la morte di una brillante studentessa prossima alla Laurea in uno scontro ideologico tra femministe e patriarchi nonché tra progressisti e conservatori sono state le parole pronunciate dalla sorella della vittima subito dopo il ritrovamento del cadavere.
L’assassino di Giulia, secondo la sorella della giovane, “non è un mostro ma un figlio sano del patriarcato!”
Una denuncia tanto tranchant quanto discutibile, ca va sans dire, non poteva non creare accesi dibattiti e riflessioni di ogni genere.
Ai tanti che con toni più o meno educati hanno risposto alla sorella di Giulia (qualche genialoide ha anche accusato la ragazza di voler politicizzare il proprio dolore per ottenere una certa notorietà) si sono aggiunti gli altrettanti che attraverso i giornali, le radio e le TV hanno scritto le proprie teorie e argomentato le loro opinioni.
Qualche esempio?
Secondo il Direttore de ‘Il Foglio’ Claudio Cerasa difendere il modello occidentale è l’unico modo per non chiudere gli occhi sul dramma dei femminicidi.
Per la psicotapeuta Mariolina Ceriotti Migliarese l’immaturità affettiva nei ragazzi deriva dallo squilibrio della famiglia.
Lo scrittore Enrico Galiano suggerisce di educare al rispetto ricordando però che la prima scuola deve essere la famiglia.
Per lo scrittore Francesco Piccolo non esistono i maschi progressisti e infine, secondo lo Psichiatra Massimo Ammaniti, dobbiamo smettere di pensare alla società gender fluid così da poter iniziare a educare i sentimenti.Dopo aver letto cotante pillole di saggezza, inevitabilmente, ho sentito anch’io il bisogno di condividere i miei punti di vista.
Secondo me, alla luce del fatto che molti assassini si siano rivelati individui incredibilmente intelligenti e istruiti, non può essere solo un problema culturale; altresì non si possono certo colpevolizzare quelle donne forti, libere, autonome ed emancipate che secondo qualcuno avrebbero disorientato il maschio contemporaneo.
Gli abusi, i soprusi, le crudeltà e i delitti perpetrati nei confronti delle donne non sono una peculiarità esclusiva di questi ultimi anni; che gli uomini non cambiano e che pur essendo figli delle donne non saranno mai come chi li ha messi al mondo lo sapeva anche la mai troppo compianta “Mimì” Martini e, a proprie spese, l’hanno scoperto centinaia di donne di ogni età tra le quali voglio ricordare le sventurate Angelina Zampieri (uccisa nel 1913), Graziella Recupero (1956), Rosaria Lopez (1975), Monia Del Pero (1989), Elisa Claps (1993), Annalisa Baldovin (2001), Saman Abbas (2021), Alessandra Matteuzzi (2022) e Giulia Tramontano (2023).
La rabbia e l’indignazione aumentano se pensiamo che fino al 5 agosto del 1981 uccidere una donna era anche “concepibile” in virtù dell’abominevole convinzione che un delitto commesso nei confronti di un’adultera fosse un crimine al quale andassero riconosciute delle attenuanti!
Ma perché molti uomini, di oggi e di ieri, sono incapaci di empatizzare con le donne che dicono di amare?
Una possibile risposta potrebbe essere ricercata nell’istinto predatorio che per innatismo è ben radicato nei maschi di molte specie fin dalla loro venuta al mondo?
Rispondere a queste domande significherebbe risolvere il problema ma, a dispetto dei tanti suggerimenti proposti dai soliti noti dell’universo massmediale nostrano, la triste verità è che, al momento, nessuno è in grado di fornire una vera soluzione e così, allo stato attuale delle cose, la parola “Femminicidio”, questo neologismo coniato nel 1990 dalla docente Jane Caputi, continuerà a farci paura e a farci scoppiare il cuore nel petto ogni volta che una figlia, una nipote o un’amica ritarderà a un appuntamento.
