L’Italia degli uccisori
La realtà sta superando la fantasia. L’inspiegabile ondata di violenza che sta sconvolgendo il paese ricorda un vecchio fumetto pubblicato nel febbraio del 1987
L’efferato assassinio della trentatreenne Sharon Verzeni, la trappola mortale tesa da un diciassettenne alla quarantaduenne Maria Campai e l’aggressione di un sedicenne nei confronti di un imprenditore sessantenne massacrato a colpi di mazza da Baseball. Tre storie di straordinaria follia con un unico comun denominatore: i carnefici non conoscevano le proprie vittime, scelte a caso tra decine, centinaia, migliaia di altre possibili vittime.
L’irrefrenabile impulso di colpire e ammazzare un perfetto sconosciuto senza nessun motivo (ammesso che, legittima difesa a parte, possa davvero esistere un valido motivo per uccidere un altro essere umano), mi ricorda un vecchio albo di Dylan Dog dal titolo “Gli Uccisori” nel quale l’indagatore dell’incubo veniva chiamato a fare i conti con una Londra in preda ad un’estasi omicida causata da un fantomatico contagio capace di trasformare chiunque in uno spietato assassino.
Pur non credendo che le cause che spingono ad uccidere un perfetto sconosciuto (o, come nel caso del nuorese Roberto Gleboni, anche a compiere una strage senza apparente movente) siano da ricercare in un virus sconosciuto – magari un ceppo modificato della rabbia, che, secondo qualcuno provvisto di non poca fantasia, potrebbe, un giorno, causare una pandemia zombi – ritengo che, effettivamente, l’umanità sia alle prese con uno dei momenti più bui, cupi e poveri della sua storia.
Ma come siamo arrivati a questo? Forse gli anni duri del Covid, passati a tremare e a cantare sul balcone nell’attesa di uscirne migliori e di poter tornare a una quotidianità nella quale avremmo abbracciato il vicino e lo sconosciuto, ci hanno, in realtà, solo imbruttito? O forse il logorio della vita moderna, che già negli anni ’60, come diceva Ernesto Calindri nello spot della Cynar, minacciava la nostra esistenza, ha ormai raggiunto il suo scopo? Qualunque sia il motivo che ci ha portato a un centimetro da punto di non ritorno, noi tutti abbiamo il dovere di fermarci. Se non per noi, almeno per i nostri figli.
