Montreal. I “Capelli bianchi” di Anna Panunto
Anna Panunto è una scrittrice canadese di origine italiana. È nata e vive a Montreal, Quebec.
Anna scrive in tre lingue, italiano, inglese e francese. Ha una laurea Bachelor of Arts e un Master of Education conseguite a McGill University e ha insegnato per 22 anni. Insegna attualmente a EMSB ed è lettrice a Mcgill University.
Anna è una poetessa, una scrittrice freelance e ha pubblicato poesia, racconti, articoli, e una commedia radiofonica in molte riviste letterarie e accademiche.
Il racconto “Capelli bianchi”, del quale ha concesso la pubblicazione su Italian’s News, parla dell’immigrazione italiana in Canada e del viaggio verso la nuova patria vissuto attraverso gli occhi di un ragazzino.
Capelli bianchi – piccolo Antonio….
In memoria del mio caro papa, Antonio Panunto
Scritto da Anna Maria Panunto
Traduzione A CURA DI NICOLA MATTEINI

18 dicembre, 1956, Italian Line Ship, Naples, Halifax
Arrivammo finalmente in Canada dopo ben undici giorni di viaggio in un transatlantico chiamato The Italian Line Ship, la nave che trasporta tutti gli emigranti italiani diretti verso il Canada. Il viaggio è stato interminabile! Se per caso ti venisse in mente di raggiungere un altro paese via mare, ti consiglio di ripensarci perché l’esperienza potrebbe rivelarsi un vero incubo: le navi sono scomodissime, specie durante le tempeste! Sono veramente contento che questa avventura sia finita. In Italia, mamma non parlava d’altro che del nostro viaggio in Canada. Faceva le ore piccole per rammendare gonne, pantaloni e calzini.
Dopo la guerra era cambiato tutto, comprese le persone. Alcuni reduci soffrivano lo shell shock. Per molte famiglie, la vita non fu più la stessa. Vedevo i padri di alcuni amici vagare per la piazza con lo sguardo triste, perso nel vuoto. Alcuni non uscivano più di casa. Papà non era così, era sempre allegro. È un musicista, suona la fisarmonica. Credo che sia questo a renderlo così felice.
Sono nato due anni prima che la guerra finisse, nel gennaio del 1943. Mi hanno chiamato Antonio, come il fratello maggiore di mio padre. Credevano fosse morto durante la guerra, ma in effetti si sbagliavano: infatti Antonio riapparve subito dopo la mia nascita. Così, per celebrare l’evento, mi diedero il suo nome.
I miei genitori avevano tanti amici. Gli amici di mamma parlavano molto, forse anche troppo! Talvolta con le loro chiacchiere mi provocavano il mal di testa. Nel paesello, mamma è nota come «la moglie del musicista». Questo perché papà non si separava mai dalla sua fisarmonica. La portava sempre con sé: a casa, in piazza, dagli amici e naturalmente alle feste. Diceva che la musica ha il potere di portare ovunque la gioia. Sinceramente non vado matto per la fisarmonica, preferisco costruire oggetti!
Mamma chiacchierava con gli amici fino a notte fonda e spesso l’ho sentita dire che papà le mancava tantissimo. Quante volte l’ho sentita piangere! Quante volte ho visto gli amici abbracciarla, per consolarla.
La mia stanza si trovava vicino alla finestra. Non era solo mia, poiché la condividevo coi miei due fratelli. Odiavo questa cosa! Un materasso per tre fratelli e, come se non bastasse, io ero il più piccolo. Mamma ripeteva sempre che il cibo non era sufficiente perché la fattoria non produceva abbastanza. Benché avessimo graziosi alberi da frutto, non potevamo certo sopravvivere nutrendoci esclusivamente del loro prodotto. In compenso, con quella frutta mamma era solita preparare torte davvero squisite. Non so che darei per mangiare un fico fresco, in questo momento! I miei preferiti sono quelli verdi.
Papà era partito alcuni anni fa con zio Antonio, suo fratello. Ricordo perfettamente il giorno della loro partenza: la piccola valigia, l’aria triste di papà e mamma che piangeva un poco. «Coraggio, coraggio Donato», gli diceva. Naturalmente lui portò con sé la sua fisarmonica. Sarebbe morto, senza! Era un giorno di pioggia e mamma gli diede l’unico ombrello che avevamo. Papà si raccomandò con noi di comportarci bene e di prenderci cura di nostra madre.
Mio Dio, qui si muore di freddo! Indosso orribili pantaloni marroni, macchiati e bucati in tre punti. Le mie scarpe sono così consumate che le suole sono sul punto di staccarsi. Un vento gelido mi ferisce il volto. Anche la mia giacca grigia è bucata. Mamma ha fatto del suo meglio per rammendarla, ma durante il viaggio i buchi si sono riaperti. I miei abiti appartenevano al mio fratello maggiore, Cosmo. Non è facile essere il più piccolo di tre fratelli, se la tua famiglia è povera: indosserai sempre abiti di seconda mano!
Né io né mamma mangiammo tanto, durante il viaggio, poiché stavamo sempre male. Mi sentivo come in prigione, su quella nave. Avevamo una minuscola cuccetta in classe turistica. Ogni volta che osservavo l’oceano attraverso l’oblò, mi veniva da vomitare. Spero di non vedere mai più un sacchetto di carta in vita mia!
I miei fratelli stavano bene, perciò gironzolavano per la nave e questo permise loro di farsi nuovi amici. Mi riferirono che c’erano molti italiani su quella nave, benché non tutti fossero nostri conterranei. Noi veniamo da Ripabottoni, in provincia di Campobasso, un minuscolo paesino con una splendida vista sulle montagne. Amo la montagna per via dell’aria fresca che vi si respira. Avevo l’abitudine di sedere sulla sommità di una collina non lontana dalla mia scuola, per riflettere. In Italia abbiamo il mare Adriatico. Ricordo che da bambini ci portavano al mare ma sinceramente non posso dire di amarlo molto, perché tutta quell’acqua un po’ mi spaventava.
Il cibo nella nave era buono ma io non mangiavo gran che. Credo di essere dimagrito durante il viaggio, perché mi cadevano i pantaloni. Mi erano diventati larghi; più larghi del solito, almeno. Ci servivano tre pasti al giorno: una leggera colazione, a pranzo un piatto di minestra, poi la cena. Oggi mi sento decisamente meglio perché finalmente non ho vomitato. Abbiamo preso solo caffè e biscotti. I miei fratelli erano molto emozionati quando mamma ci disse che molto presto avremmo rivisto papà e zio Antonio.
Già mi mancano i miei amici. Avevo tre amici del cuore: Vincenzo, Pepe e Giovanni. Non è stato facile separarmi da loro. Gli altri miei amici erano già partiti per il Canada e due di loro erano emigrati con le loro famiglie negli Stati Uniti, chissà quando li avrei potuti rivedere! Mi sento molto triste … Quanto mi sono divertito con loro! Giocavamo a calcio in un campo abbandonato, non lontano da casa. Mi piaceva moltissimo giocare a calcio, anche se il nostro pallone era moto vecchio. Solo che nessuno aveva i soldi per comprane uno nuovo. Altre volte andavamo in giro con le nostre bici scassate e di tanto in tanto accendevamo un falò. Quando volevamo fare una marachella, ci mettevamo a fumare. Anche se rimediare sigarette non era facile, perché dovevamo rubarle agli adulti. Se ci beccavano erano guai!
Mamma diceva che in Canada la nostra vita sarebbe migliorata. Le chiesi se in Canada ci fossero molte auto, adoro le auto! Mi rispose che in Canada c’era tutto. Poi le chiesi se avrei dovuto frequentare la scuola anche in Canada e lei rispose di sì. Hummm … Non credo parlino italiano qui.
Ho terminato gli studi un anno fa. La scuola non era male, la mia materia preferita era la matematica: svolgevo calcoli a mente con estrema facilità. Aiutavo spesso un mio compagno di classe di nome Joe, che in aritmetica aveva qualche difficoltà. Mi piace aiutare le persone. Il mio insegnante di matematica diceva che ero molto sveglio. In compenso, odio la scrittura! Buttare giù i miei pensieri su un pezzo di carta mi riesce particolarmente difficile, ci impiego un’eternità!
In quinta c’era una ragazzina veramente graziosa di nome Rosa, che sorrideva spesso e con quel suo sorriso m’incantava. Forse le piacevo! In fondo sono un ragazzo carino. Lei viveva a poche case di distanza da me, così ci capitava spesso di passeggiare assieme. A volte era particolarmente loquace ed aveva la curiosa abitudine di saltare quando si emozionava! Ciò che più amavo di lei era la sua intelligenza. Mi piacciono le ragazze carine, ma per colpirmi devono essere anche brillanti. Sognava di diventare un dottore e sono sicuro che ci riuscirà. Due anni fa si trasferì negli Stati Uniti con la famiglia, spero sia felice.

Ciò che odiavo della scuola era che tutti mi deridevano per via dei miei capelli. Ora sono più scuri ma quando avevo sei \ sette anni erano color biondo platino: capelli bianchi. Dicevano tutti che ero strano.
Non capisco perché i miei capelli fossero praticamente bianchi! Dopotutto, che importa? Sono capelli. Non voglio diventare calvo come mio padre. Dicono che papà abbia perso tutti i capelli all’età di diciannove anni, io ora ne ho quasi tredici. Ogni mattina quando mi alzo e ogni notte, prima di coricarmi, controllo la mia capigliatura. Massaggio energicamente le radici dei miei capelli per renderli più forti. I miei fratelli mi giudicano strano per questo. Mio fratello Domenico ha ventun anni ed è quasi calvo. Cosmo, che ha tre anni più di me, sembra cominci anche lui a perdere i capelli e ciò mi rattrista …
Evviva, comincio a vedere terra! Mamma mia, tutto sembra così piatto e vuoto! Quanta gente vivrà in questo luogo? Dove sono le montagne? Vedo uomini serissimi nelle loro uniformi scintillanti. Mi piace il colore di quelle divise: verde, rosso e blu. Li osservo gesticolare soffiando nei loro fischietti, mentre tutti si mettono in fila. Quante file! Mamma mi chiama, dobbiamo sbarcare. Fa così freddo! Ora il vento soffia più forte! Mamma ci aveva avvertito che in Canada faceva molto freddo, ma non immaginavo fino a questo punto! Ok, ora siamo tutti in fila. Mamma ha le mani colme si scartoffie. Dice che uno di quei documenti mi riguarda: è la mia carta d’immigrazione e io riesco a leggere il numero di serie. Hmmm … 673! Che sia il mio numero fortunato? Siamo tutti in piedi, al freddo, in attesa del treno. Ma quando arriva? Sento mescolarsi diversi dialetti. Inverno, inverno. Si muore in inverno?
Il treno … Mi sembra di vederlo! Sì, eccolo finalmente!!! Chiedo a mia madre quando mangeremo. Mi dice di calmarmi:«Siamo tutti affamati – mi rimprovera, mentre i miei fratelli mi prendono a scappellotti – taci!». Sembra che ci attenda un lungo, noioso viaggio in treno. Spero almeno che ci servano del buon cibo. Voglio del pane fresco! Quando mamma aveva denaro per comprare del pane, lo conservava il più a lungo possibile. Talvolta acquistava pane raffermo per poi immergerlo nell’acqua, così si ammorbidiva di nuovo – un trucco che le aveva insegnato sua madre – poi lo condiva con olio di oliva e una manciata di origano, rendendolo davvero delizioso. Amavo i miei nonni, erano sempre molto gentili con me ed ogni volta che andavo a trovarli mi offrivano latte caldo e biscotti.
Ok, siamo in treno finalmente. I sedili sono davvero scomodi, i colori deprimenti: grigio scuro e nero. C’è anche uno strano odore: si direbbe un misto di sudore, fumo e metallo. Molti stanno fumando. Comincio a guardarmi attorno e sento il mescolarsi di molte lingue, oltre all’italiano. Vedo alcuni coetanei, ma anche ragazzi più giovani. Ok, ora noto qualcuno che si avvicina. Chissà se finalmente ci porteranno del cibo? Stavolta non apro bocca, i miei fratelli mi hanno appena zittito. Odio quando mi insultano, perché non se la smettono? Vorrei tanto avere una sorella, le sorelle sono molto più gentili dei fratelli. I miei amici hanno sorelle. Ricordo che durante la festa di Sant’Antonio, l’estate scorsa, comprai delle noccioline e un paio di occhiali da sole! I miei fratelli, gelosi, mi chiesero dove avessi trovato il denaro. Dissero che l’avevo rubato a mamma. Non l’avevo rubato! Stupidi fratelli! Avevo venduto degli skateboard. Sì, la mia piccola attività: avevo trovato la maniera di costruire degli skateboard con del legno avanzato che avevamo. Dovevo semplicemente sottrarlo di nascosto e trovare delle ruote ancora in buone condizioni. Il mio piano funzionò.

Adoro i lavori manuali, sono così divertenti! Mangiavo con gusto le mie noccioline! In tasca, i miei occhiali da sole. Erano miei e nessuno poteva portarmeli via.
Ecco il cibo! Ma cos’è? Un uomo alto e magro mi allunga qualcosa di veramente strano. Chiedo spiegazioni a mamma, lei mi risponde che si tratta di pane canadese! Yuk! Non posso mangiare questa roba – mio fratello ride di me – questo pane sa di vomito! È bianco e soffice, così sottile e ricoperto da una buffa crosta. C’è pure un buchetto, al centro. Mia madre m’impone di mangiare in silenzio. Accanto al pane, qualcosa di molto dolce: mi spiegano che è un piccolo dessert. Rispondo che non può trattarsi di un dessert, poiché non è formaggio. Mamma m’impone nuovamente di tacere. Da bravo ragazzo obbedii, anche se trovavo quel cibo assolutamente disgustoso! Un giorno nessuno mi avrebbe detto ciò che dovevo o non dovevo fare!
Ok, ora stiracchio le mie gambe e cerco di rilassarmi prima di arrivare a Montreal. Mi giro attorno cercando con lo sguardo mia madre, che sembra stanca e preoccupata nello stesso tempo. Immagino stia pregando, dato che le sue mani sono intrecciate.
Mamma è una donna forte, può sollevare qualsiasi peso. Penso che per lei non sia stato facile andare avanti con papà che era emigrato trasferito in Canada, talvolta la facevamo letteralmente impazzire! Doveva mandare avanti da sola la nostra piccola fattoria. Odiavo aiutarla, la parte che detestavo maggiormente era il vederla uccidere le galline. Non lo faceva spesso perché ci servivano le loro uova. Adoro le uova! Come sapete, avevo l’abitudine di rubarne alcune per venderle. Lo feci per molto tempo finché non mi scoprirono. Quel giorno fu un brutto giorno per me!
Ricordo quando mamma mi cucinava uno dei miei piatti preferiti: la polenta. Un piatto a base di mais, ricoperto di salsa al pomodoro.
Non capisco l’espressione sul viso di mamma e dei fratelli, sembrano voler ridere e piangere contemporaneamente. Appena riapro gli occhi vedo uno spazio più vasto, ora il paesaggio è decisamente cambiato! Fattorie! Wow! Automobili! Balzo giù dal mio sedile, mamma mi fa cenno di rimettermi a sedere. Ora però mi gira la testa, ho le vertigini, così vado in bagno. Oh, quanto rumore in questo treno! Di fronte a me c’è un vecchio che mi scruta, che avrà da fissarmi in quel modo? È per via dei miei vecchi abiti bucati? Mi guardo, poi fisso lui che immediatamente gira lo sguardo in un’altra direzione. Bene! Smetti di squadrarmi, vecchio. L’abito elegante che indossa deve costare parecchio, le sue scarpe sono così lucide! Nere e lucenti. Scommettete che un giorno anch’io indosserò scarpe eleganti come quelle?
Eccoci finalmente a Montreal! È così dunque che appare una città: piena di luci, non come al paesello. Mamma sembrava decisamente nervosa, talvolta s’innervosisce senza motivo. Ci comunicò che papà ci attendeva alla stazione ferroviaria. Mi disse di pettinarmi per avere un aspetto presentabile; perciò tirai fuori il mio vecchio, minuscolo pettine. Mentre si alza dal suo sedile, mamma si fa velocemente il segno della croce poi sussurra una breve preghiera. La osservai e notai che per la prima volta non era nervosa. Spaventata, forse. Non l’avevo mai vista così. Una volta, forse … quando da piccolo la vidi inseguire qualcuno con un’ascia in mano.
Papà ci stava aspettando. Sembrava più magro e più calvo, a dire il vero. Indossava una giacca marrone, pantaloni neri e un paio di buffi scarponi. Prima abbracciò mamma. Rimasero abbracciati a lungo e per tutto il tempo mamma rideva e piangeva contemporaneamente, sussurrandogli qualcosa nell’orecchio. Tuttavia non potei udire le sue parole. Poi papà le baciò la fronte, le guance e le labbra! Non li avevo mai visti baciarsi sulle labbra! Papà sembrava cambiato, sembrava orgoglioso. Appena mi vide, mi diede dei colpetti sulla testa. Mi disse che ero cresciuto, che ormai ero un uomo. «Lo so – fu la mia risposta, poi – guarda papà, ho ancora i capelli!». «Bene, bene», rispose.
Andiamo a casa! Ci dirigemmo così verso la nostra nuova casa. Eccoci, la nostra famiglia si è finalmente riunita! Nei dintorni noto una chiesa che m’incuriosisce. Chissà dentro come sarà? Parleranno italiano lì? Sembra più grande e più nuova della chiesa del nostro paesello. Quanti preti ci sono? Nella nostra chiesa ci sono soltanto due sacerdoti, Padre Mario e Padre Costanzo. Mamma ci andava ogni venerdì e ogni domenica. Mi piace la sensazione che si prova stando in chiesa, anche se non amavo confessarmi. Dovevo confessarmi almeno una volta al mese, poiché mamma diceva che dovevo confidare al prete tutti i miei peccati. Al prete raccontavo che un giorno sarei stato ricco, lui mi guardava e scoppiava a ridere. «Ricco? Come farai a diventare ricco?» Non lo so, ma accadrà. Avrò anche un’auto bianca. Comunque qui in Canada non voglio andare a confessarmi. Ora che sono un uomo, posso fare ciò che voglio. Amo osservare le chiese e le case, cerco sempre di immaginare in che modo sono state costruite. Nel mio paesello non ci sono molti edifici, ma quelli che abbiamo sono veramente graziosi. Talvolta, da bambino, sedevo solo soletto davanti alla chiesa e mi facevo tante domande. Che strumenti avevano utilizzato per costruirla? Quanti uomini avevano lavorato in quel cantiere? Ora mi chiedo cosa potrei costruire qui in Canada.
Mio Dio, c’è neve ovunque qui! Il Canada non assomiglia affatto all’Italia. Adoro queste strade, così larghe e spaziose! Chi ha costruito questa città deve essere davvero in gamba, sicuramente sono italiani! Ci sono auto ovunque! Alcune, parcheggiate ai lati delle strade, sono sepolte sotto uno spesso strato di neve. Come faranno a liberarle da tutta quella neve? Sui marciapiedi ricoperti di ghiaccio, scivolare è un attimo! Rischiai di cadere un paio di volte. Queste auto sono enormi e di diversi colori: marroni, blu, nere e perfino bianche! Sono fantastiche! Un giorno comprerò un’auto bianca, come ho raccontato al prete, e dentro vi saranno ragazze molto carine!
La nostra casa si trova in Papineau street. «Papineau», che buffo nome! La porta d’ingresso è molto particolare. È di un colore marrone chiaro, di legno, con una strana grossa serratura. Anche la chiave è davvero strana, mai vista una chiave del genere. Nell’aprire la porta, papà disse che ne avremmo avuta una a testa. Così entrammo, finalmente. C’erano molte pareti bianche in quell’appartamento, un po’ sporche a dire il vero. Ci rallegrò la vista di un bel bagno, molto diverso da quello della nostra vecchia casa. La cucina è graziosa e dentro c’è anche una buffa stufa. Le pareti … fa’ vedere … una, due … tre stanze! Chissà se finalmente ne avrò una tutta per me, odio condividere il letto coi miei fratelli. Tuttavia questo posto non ha un buon odore, puzza di sudore e le finestre sono umide. Oltretutto fa anche freddo.
Appena entrati nell’appartamento, silenzio generale! Ci guardavamo negli occhi senza dire una parola. Cosmo sembrava triste e io volevo piangere, ma mi trattenni … Poi mamma ruppe il silenzio e disse che bisognava mettersi a pulire. Così cominciò a pulire, pulire, pulire … Mio Dio, non riusciva a fermarsi!
Poi finalmente mangiammo vero cibo! Papà aveva fatto la spesa in modo che mamma e zia potessero preparare un buon pasto e questo rese mamma così felice! Granturco, carne, pane, pasta, frutta … Era stupendo vedere tutto quel cibo! Il tavolo – un tavolo rotondo, di legno – non era grandissimo. Credo che Antonio lo abbia costruito con del legno avanzato; lo so perché sono anch’io un «costruttore», he he he! In fondo avevo pur costruito degli skateboard con le mie mani! A tavola eravamo in sette, compresi Antonio e sua moglie, zia Maria. Sinceramente zia Maria è una gran chiacchierona, più di mamma, addirittura! In più ha una buffa risata: quando ride mostra un incisivo rotto e sembra sempre sul punto di soffocare. Naturalmente, aiutava sempre mamma in cucina e nei lavori di casa. Mamma ripete sempre che zia Maria ha un grande cuore. È anche molto simpatica, a dire il vero, e io l’adoro nonostante sia così chiacchierona. Talvolta papà rivelava un temperamento lunatico ma ora sembrava così felice, era bello vederlo sorridere! Diceva che ora con due donne in casa le cose sarebbero andate bene. Lo aiutavamo nei lavori di falegnameria. Adoro lavorare con le mie mani, soprattutto quando si tratta di misurare il legno: è la parte che preferisco. Poi uscimmo ad esplorare i dintorni e papà ci spiegava le regole del buon vicinato. Devo dire che camminare in mezzo alla neve era tutt’altro che facile! Stavo per scivolare … la chiesa, un parco, dei negozi, perfino una fermata dell’autobus e la metropolitana! Non avevo idea di cosa fosse una metropolitana! Papà disse che era stata realizzata da poco. Aveva una sorpresa per me: arachidi! Un enorme sacchetto di arachidi! Mi misi a mangiare come un matto! Mi resi conto che ero buffo, quando mi accorsi che la gente ci fissava. Tutti parlavano una strana lingua che non riuscivo a comprendere. Papà ci disse che in questa città si parla inglese e francese, inglese soprattutto. Gli chiesi se avesse imparato queste due lingue e lui rispose di sì. Un paio di vicini lo salutarono, ma erano italiani. Papà in Italia non aveva terminato gli studi, perciò scriveva molto male – questo è ciò che diceva mamma – amava solamente la musica e il duro lavoro dei campi. Adora il lavoro manuale, all’aperto.
È giusto ora di cena! Mamma e zia avevano preparato della pasta e della carne. Avevo una fame da lupi! Come sempre mi servirono per ultimo e come sempre mi spettò il pezzo di carne più piccolo, tutt’osso. Zia sorprese tutti col mio dolce preferito: torta al limone. Ne chiesi un bel po’ e lei di nascosto me ne affettò una grossa fetta! Com’ero felice!
Gli adulti ridendo bevevano del vino, mentre papà suonava la fisarmonica. Lui suona sempre, al mattino appena alzato e la sera prima di andare a dormire. Ci ha raccontato che qui in Canada si alza alle quattro del mattino per andare al lavoro e torna tardi la sera. Prima di uscire suona la fisarmonica, dice che questo lo fa sentire vivo e lo rende felice. Mamma batteva le mani e danzava al suono della sua musica, quanto le era mancato il suo musicista!
Io e i miei fratelli ci annoiavamo seduti su un divanetto, nella stanza accanto. Papà invitò mio fratello Domenico a dargli il cambio, Domenico suona bene la fisarmonica e questo rende papà molto orgoglioso. Tuttavia vorrei che Domenico sorridesse di più. È un ragazzo così scontroso, spesso tormenta l’altro mio fratello Cosmo. Credo proprio che Cosmo lo odi per questo. Papà ci annunciò che presto Domenico si sarebbe sposato, la futura moglie si chiamava Lina ed era una nostra compaesana. Subito dopo le nozze, sarebbe venuta a vivere con noi. Mamma mia! Un’altra persona in questo appartamento!
Papà stava sorseggiando del vino, gli piace bere. Avrebbe voluto che imparassi a suonare la fisarmonica, come i miei fratelli. Risposi che non mi interessava e questo lo fece arrabbiare. «Come puoi dire di essere mio figlio se non suoni la fisarmonica?» Non gli risposi, avevo imparato a non replicare.
Dopo un po’ cominciammo a sentirci tutti molto stanchi. Il viaggio era stato davvero lungo: 11 giorni di navigazione! Papà ci disse che solo per quella notte io e Cosmo avremmo dormito sul pavimento. L’indomani avrebbe acquistato per noi due materassi. Non eravamo entusiasti ma che potevamo farci? Domani è un altro giorno.
Qui in Canada tutto è possibile, dobbiamo semplicemente andare a dormire e fare del nostro meglio per riposare. Recitai mentalmente una breve preghiera, chiedendo a Dio di prendersi cura di me che sono ancora piccolo:« Fammi diventare ricco, dammi una bella famiglia, desidero una ragazza carina tutta per me».
Domani avrà inizio la mia nuova vita da uomo, in Canada … Buona notte!

Un messaggio di tua figlia
Io e te, due metà dello stesso lago.
L’uno nell’altra si specchia,
raggio di luna il nostro silenzio.
Come il lago iniziò a lacrimare,
dell’incessante vento si udì la voce.
Io e te, due metà separate
dello stesso specchio d’acqua.
Stelle del mattino che si chiamano per nome.
Come stella perduta,
nuova vita attende.
Lacrime salate
lambiscono la mia solitudine.
Lo sguardo verso il vuoto di una terra deserta.
Il tempo si è fermato e con lui il battito del mio cuore.
Ogni notte, accanto al mio letto, veglia l’angelo della misericordia.
Vedo la tua nascita in guerra, al tramonto.
La mia nascita in terra libera, al sorgere del sole.
Sciolta ogni catena,
vivrò secondo libertà.
