Non saranno famosi… La ricchezza di una identità vissuta senza clamori
Quando si parla di comunità italiane, ovunque esse si trovino, è necessario porci una domanda. Ci si riferisce agli italiani in genere, di cittadinanza e di origine, o solamente a coloro che alla vita delle comunità partecipano, mantenendo perciò legami più o meno stretti con l’Italia? È una premessa indispensabile per poter prendere in considerazione alcune realtà concrete. Si è visto, infatti, che il rilevamento anagrafico, sia periferico che romano, non coincide affatto con le enormi cifre enunciate anni orsono in sede di pre-conferenze e conferenze dell’emigrazione, quando non si erano ancora inventati gli «italiani nel mondo»: anche se tali da sempre eravamo, con in più l’esperienza dell’emigrazione, parola e realtà della quale non ci vergognamo perché è la storia della nostra vita. Senza storia e senza memoria non si approda a nulla.
Le decine di milioni di italiani nel mondo (comprensivi degli oriundi di varia generazione) sono diventati sulla carta circa quattro milioni: cittadini con diritto di voto, controverso e temibile ago della bilancia per partiti e partitini nazionali, eternamente combattuti tra la voglia di dimenticarci e quella di utilizzarci. Peccato. Non si è ancora capito che l’autentico rapporto con la patria d’origine non passa attraverso la politica e alcune sue istituzioni, riservate ad un numero sempre più ristretto di addetti ai lavori. A parte i funzionari statali dislocati nelle sedi estere, i dipendenti di aziende private operanti nei vari Paesi e pochi altri, chi manifesta un interesse immediato alle cose politiche italiane?
L’interesse di chi se n’è andato da anni o da decenni, soprattutto di chi è nato fuori d’Italia, è piuttosto rivolto alla storia e alla cultura italiane, allo sviluppo della società civile, al progresso dell’economia nelle sue componenti interne e internazionali. Quando l’interesse c’è, proviene dalle realtà maturate nei Paesi di accoglienza o di nascita, dal prestigio conseguito. A seconda del periodo storico e delle condizioni sociali di emigrazione, gli italiani hanno preservato – facendole conoscere e apprezzare
– la cultura artigiana e contadina, la cultura del lavoro e del sacrificio, le antiche usanze e i linguaggi regionali, la concezione sacra della famiglia. Sono stati anche veicoli indispensabili per la commercializzazione (e spesso la produzione) di prodotti italiani, in primo luogo quelli alimentari. Tramite le molte associazioni e la diffusissima rete dei mezzi di comunicazione locale, sono diventati promotori di arte, musica, moda, made in Italy.
Laddove le comunità italiane si sono formate (inizialmente in modo autonomo e autosufficiente, come a Vancouver, dove i pionieri erano arrivati alla fine del secolo scorso; e dove la prima associazione di mutuo soccorso, la Sons of Italy, risaliva al 1905, e la seconda, la Veneta, al 1911), solo molto più tardi è arrivato il governo italiano, con l’insediamento dei Consolati e degli Istituti di cultura. Sono poi nate le Camere di commercio. E per ultimi i Comites. Per dire che la strada della presenza ufficiale italiana è stata aperta sempre e comunque dagli emigrati: all’epoca popolo anonimo, senza voce e rappresentanza, che da solo ha innalzato il tricolore nel mondo, mentre con le rimesse in valuta pregiata contribuiva alla ricostruzione del Paese in difficoltà. Unico conforto, dove possibile, l’assistenza dei missionari dei migranti. Unici punti di riferimento le parrocchie, centri educativi e culturali della prima ora: scuole di lingua italiana, ma soprattutto scuole di vita. Come si può dimenticarlo oggi? A vantaggio di chi e di che cosa? Con quale esempio per le giovani generazioni?
Quando dalle stanze del potere ci si rivolge alle comunità italiane nel mondo nell’intento di lavorare insieme – augurandoci che ciò avvenga alla pari e senza trucchi
– ci si dovrebbe riferire non tanto ai personaggi illustri (i cosiddetti notabili), ai grandi oriundi, senz’altro meritevoli di ammirazione, rispetto e simpatia, e alle voci autorevoli ma solitarie della cultura, della scienza e dell’imprenditoria, quanto invece a coloro che lavorano e testimoniano nell’ombra della quotidianità, aspettandosi solo il riconoscimento della propria coscienza, l’affetto della famiglia e degli amici, forse la gratitudine dei figli e il ricordo dei nipoti. È un esercito di gente autentica: uomini e donne, anziani e giovani mai stanchi di essere fedeli a un’idea, pronti a dare senza presentare il conto. Sono i volontari delle nostre comunità italiane. Non tutto è facile come sembra, ma la vita non è mai facile.
@amzpan
