Repubblica Dominicana: prezzi in salita, salari fermi. Verso una nuova tensione sociale?
Fare la spesa oggi nella Repubblica Dominicana è diventato, per molti, un esercizio di resistenza quotidiana. Non servono statistiche per capirlo: basta entrare in un supermercato o in un colmado di quartiere. I prezzi salgono, settimana dopo settimana. I salari, invece, restano fermi.
E il divario tra ciò che si guadagna e ciò che si spende si allarga.
Ufficialmente, l’inflazione nel Paese è sotto controllo: nel 2025 si è mantenuta intorno al 4,9%, dentro i parametri considerati “normali” dal Banco Central .
Ma la realtà quotidiana racconta un’altra storia.
I prodotti che pesano di più sul bilancio familiare — alimenti, trasporti, servizi — sono proprio quelli che sono aumentati di più . E non si tratta di beni occasionali, ma di quelli che si comprano ogni settimana: pollo, verdure, prodotti di base.
Non a caso, il costo della canasta básica ha superato ormai i 48.000 pesos mensili , mentre il salario medio formale si aggira attorno ai 34.000 pesos .
Il risultato è evidente: lavorare non basta più per vivere con tranquillità.
Di fronte a questa pressione, i consumatori stanno cambiando abitudini. Cresce il ricorso alle cosiddette “marche bianche”, più economiche, nei supermercati .
Si compra meno, si sceglie il prezzo più basso, si rinuncia alla qualità.
È un segnale chiaro: quando una società passa dalla scelta al risparmio forzato, significa che qualcosa si sta incrinando.
La domanda inevitabile è: può questa situazione sfociare in un’esplosione sociale?
Nel breve termine, probabilmente no. La Repubblica Dominicana mantiene ancora una certa stabilità economica e politica, con crescita sostenuta e turismo forte.
Ma nel medio periodo, i segnali di tensione ci sono tutti:
- aumento del costo della vita percepito come ingiusto
- stagnazione salariale
- crescente disuguaglianza
- frustrazione soprattutto nelle classi più basse
La storia latinoamericana insegna che le crisi sociali non esplodono per un singolo evento, ma per accumulo.
E quando la popolazione sente che “non ce la fa più”, il punto di rottura arriva improvvisamente.
Oggi il Paese vive in una sorta di equilibrio fragile:
l’economia cresce, ma non tutti ne beneficiano allo stesso modo.
Finché il turismo regge e l’occupazione tiene, la tensione resta latente. Ma se uno di questi pilastri dovesse vacillare, il malcontento potrebbe emergere con forza.
