Sanità per gli iscritti AIRE: una legge già nata vecchia?
Doveva essere una giornata storica per gli italiani residenti all’estero. E invece, a poche ore dall’approvazione definitiva della nuova legge sulla sanità per gli iscritti AIRE, è già scoppiata una tempesta di critiche.

Il Parlamento ha approvato il provvedimento che consente agli italiani residenti nei Paesi extra UE ed extra EFTA di accedere nuovamente al Servizio Sanitario Nazionale mediante il pagamento di un contributo annuale di 2.000 euro. I promotori parlano di una conquista storica. Molti italiani all’estero parlano invece di un’occasione mancata.
Le obiezioni più frequenti sono semplici e difficili da ignorare.
La prima riguarda il costo. Duemila euro all’anno non sono pochi. Numerosi connazionali fanno notare che, con una cifra simile, in molti Paesi è possibile stipulare una buona assicurazione sanitaria privata, usufruendo delle cure direttamente nel luogo di residenza senza dover affrontare viaggi intercontinentali e lunghe attese.
La seconda critica riguarda proprio i tempi della sanità italiana. Pagare 2.000 euro per poter accedere a un sistema nel quale, in molte regioni, una visita specialistica o un esame diagnostico possono richiedere mesi di attesa non convince molti iscritti AIRE. «Perché dovrei pagare per entrare in una lista d’attesa?» è una delle domande che ricorrono più spesso nei social e nei gruppi degli italiani all’estero.
C’è poi una questione politica che sta alimentando il malcontento. Diversi esponenti parlamentari che hanno votato a favore della legge stanno già parlando della necessità di introdurre correttivi ed emendamenti.
Una situazione che molti connazionali faticano a comprendere.
Se il testo necessitava davvero di modifiche sostanziali, perché approvarlo senza apportarle prima? Se il contributo di 2.000 euro è considerato troppo elevato o se esistono categorie da tutelare maggiormente, perché queste questioni non sono state risolte durante l’iter parlamentare?
Altre critiche riguardano il principio di equità. Molti italiani residenti all’estero osservano che lo Stato garantisce l’accesso alle cure urgenti e a diversi servizi sanitari anche a persone che non hanno mai versato contributi in Italia, mentre a cittadini italiani iscritti all’AIRE viene richiesto un pagamento annuale significativo per riottenere un diritto che considerano parte della propria cittadinanza.
È un confronto delicato e spesso utilizzato in modo polemico, ma che dimostra quanto il tema sia sentito dalle comunità italiane all’estero.
La realtà è che questa legge nasce con un obiettivo condivisibile: colmare un vuoto normativo che da anni penalizzava milioni di italiani residenti fuori dall’Europa. Tuttavia, la sensazione diffusa è che il legislatore abbia risolto un problema creandone immediatamente un altro.
Per questo motivo il dibattito non è affatto chiuso. Anzi, è appena iniziato.
Se il Parlamento ritiene davvero necessari correttivi, sarà chiamato a dimostrare rapidamente di voler ascoltare le osservazioni provenienti dalle comunità italiane nel mondo. Altrimenti la riforma rischia di essere ricordata non come una conquista storica, ma come l’ennesimo provvedimento concepito senza comprendere fino in fondo la realtà quotidiana di chi vive lontano dall’Italia.
