Trattare con Maduro? Quando il fine non giustifica i mezzi
Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annunciato la nomina di Luigi Vignali come Inviato Speciale per seguire la drammatica situazione di quindici cittadini italiani detenuti in Venezuela, tra cui il cooperante Alberto Trentini, prigioniero da mesi senza accuse chiare e con forti sospetti di violazione dei diritti umani.
Ma c’è un punto politico da chiarire subito: l’Italia, insieme all’Unione Europea, non riconosce il governo di Nicolás Maduro, considerato frutto di un colpo di mano elettorale. Roma ha invece riconosciuto ufficialmente Edmundo González come presidente eletto dal popolo venezuelano, in un voto finalmente ritenuto credibile dalla comunità internazionale.
E allora sorge una domanda inevitabile:
Come può un governo che non riconosce Maduro trattare con Maduro per liberare i suoi cittadini?
Siamo davanti a un paradosso: l’Italia non può ignorare i suoi cittadini detenuti ingiustamente, alcuni in condizioni al limite della sopravvivenza. Ma per ottenere qualcosa, deve trattare con un regime che ufficialmente non riconosce.
In altre parole: l’Italia può, deve o vuole scendere a patti con un dittatore che considera illegittimo?
E se lo fa, cosa può offrire?
Cosa potrebbe chiedere Maduro
Non è difficile immaginare che il regime venezuelano voglia legittimazione diplomatica implicita, punti a concessioni economiche (vedi caso USA-Chevron), oppure cerchi visibilità internazionale, per rompere l’isolamento.
Qualunque contatto, anche informale, potrebbe essere usato da Caracas come propaganda politica interna: “vedete? anche l’Italia tratta con noi”.
Una trattativa è necessaria, ma non deve per forza tradursi in compromessi pericolosi. L’Italia potrebbe agire in modo puramente umanitario, usando canali neutrali, come il Comitato internazionale della Croce Rossa o la mediazione della Chiesa, coordinarsi con l’opposizione democratica venezuelana, oggi legittimata, per facilitare il rilascio, coinvolgere l’Unione Europea, affinché la pressione sia multilaterale e non interpretabile come riconoscimento bilaterale di fatto.
La strategia peggiore sarebbe cedere al ricatto politico: rilasci in cambio di legittimità. Sarebbe uno schiaffo non solo alle vittime, ma anche al popolo venezuelano che ha finalmente voltato pagina alle urne.
Peggio ancora, l’Italia rischierebbe di contraddirsi e perdere credibilità sul fronte internazionale, proprio mentre si profila un nuovo equilibrio in America Latina.
Luigi Vignali avrà un compito arduo: muoversi su un filo sottile tra diplomazia e coerenza politica.
La sfida non è solo liberare 15 connazionali. È farlo senza sporcare la bandiera della democrazia.
