Ucraina, la pace di Trump favorisce Putin? L’aggressore rischia di diventare il vincitore
Washington spinge per riaprire i negoziati, ma le aperture economiche verso Mosca e le pressioni su Zelensky alimentano i timori di Kyiv e delle capitali europee. La domanda è sempre la stessa: si può fermare una guerra senza premiare chi l’ha iniziata?

C’è qualcosa di profondamente contraddittorio nella partita diplomatica che si sta giocando intorno alla guerra in Ucraina. La Russia ha invaso un Paese sovrano, ha occupato una parte del suo territorio e continua a rivendicare regioni che non controlla interamente. Eppure, mentre si torna a parlare di pace, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky si trova a dover fronteggiare anche le pressioni del suo principale alleato, gli Stati Uniti, affinché accetti una soluzione negoziale.
È questo il nodo politico della strategia di Donald Trump: il presidente americano vuole arrivare a un accordo con Vladimir Putin, ma il percorso scelto rischia di lasciare all’Ucraina il peso maggiore delle concessioni. Una pace che mettesse Kyiv davanti al fatto compiuto, senza garanzie sufficienti per il futuro, potrebbe trasformare i risultati territoriali ottenuti dalla Russia con la forza in una vittoria politica.
Non significa che ogni tentativo di trattare con Mosca equivalga a sostenere il Cremlino. Significa, però, che per capire chi sta davvero guadagnando da questa diplomazia bisogna guardare alle condizioni richieste alle parti, non soltanto agli annunci di nuovi incontri.
La guerra è iniziata con l’invasione russa
Occorre partire dai fatti. Il 24 febbraio 2022 la Russia ha lanciato l’invasione su vasta scala dell’Ucraina. L’operazione era stata preceduta, nel 2014, dall’occupazione e dall’annessione russa della Crimea e dal conflitto nel Donbass, nel quale Mosca ha sostenuto i separatisti filorussi.
La responsabilità dell’inizio dell’invasione su vasta scala non è quindi una questione di interpretazione politica. L’Ucraina è stata attaccata e ha il diritto di difendersi. Nel marzo 2022 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha condannato l’aggressione russa e chiesto il ritiro delle truppe.
Dopo oltre quattro anni e mezzo di guerra, il costo umano, economico e materiale del conflitto è enorme. Le città ucraine continuano a subire attacchi, mentre la popolazione vive tra allarmi, distruzioni e incertezze. Anche la Russia ha sostenuto costi militari ed economici considerevoli, ma non ha rinunciato ai propri obiettivi territoriali.
È proprio questo il problema che ogni negoziato deve affrontare: come fermare i combattimenti senza consegnare a Mosca la possibilità di ripetere l’aggressione in futuro?
Trump vuole l’accordo, ma a quali condizioni?
Nelle ultime settimane i rapporti tra Trump e Zelensky si sono nuovamente deteriorati. Il presidente americano ha criticato il leader ucraino, ha chiesto a Kyiv di interrompere gli attacchi contro le infrastrutture energetiche russe e ha manifestato disponibilità a riaprire canali di collaborazione economica con Mosca.
Tra gli sviluppi che hanno provocato preoccupazione c’è l’intesa relativa alle forniture russe di gasolio, insieme alla sospensione o all’allentamento di alcune misure restrittive statunitensi. L’amministrazione americana sostiene che iniziative di questo genere possano contribuire a riportare Putin al tavolo delle trattative e produrre vantaggi economici per gli Stati Uniti.
Il ragionamento è comprensibile nella sua logica negoziale: offrire qualcosa all’avversario per convincerlo a trattare. Ma resta un interrogativo decisivo: che cosa ottiene in cambio Washington?
Se le aperture economiche arrivano prima di un cessate il fuoco verificabile o di una rinuncia russa a ulteriori conquiste territoriali, Mosca può ricavarne risorse e legittimazione diplomatica senza aver modificato sostanzialmente la propria posizione. È il rischio evidenziato anche da diversi osservatori e da esponenti europei.
Secondo le ricostruzioni pubblicate da Reuters, gli inviati americani avrebbero presentato agli interlocutori ucraini l’intesa sul gasolio come uno strumento per ammorbidire la posizione russa e favorire la ripresa dei colloqui. Kyiv, tuttavia, ha espresso dubbi sull’efficacia di una strategia basata su incentivi economici che non siano accompagnati da concessioni concrete di Mosca.
La distinzione è importante: non è dimostrato che ogni iniziativa di Trump sia concepita per favorire Putin. È però legittimo domandarsi se la politica degli incentivi stia producendo risultati equilibrati oppure stia aumentando il potere negoziale del Cremlino.
Il prezzo della pace potrebbe ricadere sull’Ucraina
Il nodo più difficile riguarda i territori. Mosca pretende il controllo completo di quattro regioni ucraine che ha dichiarato annesse: Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson. A queste si aggiunge la Crimea, occupata nel 2014. La Russia non controlla integralmente tutte le regioni che rivendica, ma continua a chiedere che le sue pretese siano riconosciute nell’ambito di un accordo.
Kyiv rifiuta di considerare legittime le annessioni e teme che una cessione territoriale imposta dalle circostanze militari venga interpretata da Putin come la conferma che la guerra può produrre risultati permanenti.
Zelensky ha inoltre insistito sulla necessità di garanzie di sicurezza solide, sostenute dagli alleati occidentali. Senza queste garanzie, un cessate il fuoco potrebbe limitarsi a congelare il conflitto, lasciando alla Russia il tempo di riorganizzare le proprie forze e riprendere le operazioni in un secondo momento.
Qui emerge la contraddizione più delicata. L’Ucraina può essere invitata a scegliere tra la prosecuzione di una guerra devastante e un accordo che comporti rinunce. Ma se il risultato fosse l’accettazione delle conquiste russe senza protezioni credibili per il futuro, il prezzo della pace sarebbe pagato soprattutto dal Paese aggredito.
La fine dei combattimenti sarebbe certamente una buona notizia per milioni di persone. Non ogni cessazione delle ostilità, tuttavia, garantisce una pace stabile.
L’Europa teme di essere esclusa
Anche in Europa cresce la preoccupazione per una trattativa condotta principalmente da Washington e Mosca, con il rischio che Kyiv e i suoi alleati europei abbiano un peso insufficiente nella definizione dell’accordo.
Il Consiglio europeo, nelle conclusioni del 16 ottobre, ha ribadito due principi: i confini non devono essere modificati con la forza e l’aggressore non deve essere premiato. Ha inoltre sottolineato che il futuro dell’Ucraina non può essere deciso senza l’Ucraina e che la sua sicurezza nel lungo periodo deve essere garantita.
Bruxelles cerca quindi di ottenere una partecipazione europea più diretta ai prossimi negoziati. L’obiettivo è evitare che le decisioni sulla sicurezza del continente vengano prese esclusivamente sulla base di un’intesa bilaterale tra la Casa Bianca e il Cremlino.
Non si tratta soltanto di solidarietà nei confronti di Kyiv. Se un accordo consentisse alla Russia di ottenere vantaggi territoriali attraverso l’invasione, senza garanzie che impediscano nuove aggressioni, le conseguenze riguarderebbero l’intero sistema di sicurezza europeo.
La questione tocca anche l’affidabilità delle alleanze occidentali. Se un Paese aggredito viene spinto ad accettare condizioni che non garantiscono la sua sicurezza, gli altri Stati potrebbero domandarsi quanto valgano, nei momenti decisivi, gli impegni politici e militari dei loro partner.
I negoziati ripartono, ma la distanza rimane
Gli ultimi sviluppi mostrano che il canale diplomatico non è chiuso. Il 21 ottobre Putin ha accettato in linea di principio la ripresa dei colloqui trilaterali con Stati Uniti e Ucraina. Secondo le informazioni diffuse dal Cremlino e riportate dalla stampa internazionale, una nuova tornata potrebbe tenersi ad Abu Dhabi nella prima metà di nove
