Una “boiata pazzesca”: la nota di Soliman e il fantasma della cittadinanza di massa
C’è una nota, firmata dal Capo dell’Ufficio Legislativo Stefano Soliman, datata 28 marzo 2025, che ha tutte le caratteristiche del paradosso amministrativo trasformato in documento ufficiale. Confessiamolo: quando l’abbiamo letta, la prima reazione è stata incredulità. Abbiamo pensato fosse un fake. E invece no. È tutto vero, protocollato, timbrato, inviato.
In quella nota — indirizzata al Capo del Dipartimento per gli Affari Giuridici e Legislativi — Soliman afferma, in sostanza, che il numero crescente di cittadini italiani potenziali, in particolare quelli nati all’estero e discendenti da italiani, rappresenta un “fattore di rischio serio e attuale per la sicurezza nazionale”. Sì, avete letto bene. Non un problema organizzativo da gestire, non una sfida amministrativa da affrontare con mezzi adeguati, ma un pericolo per la sicurezza del Paese.
Secondo Soliman, questa “minaccia” sarebbe tale da coinvolgere addirittura l’intera Unione Europea, poiché — essendo l’Italia parte dell’area Schengen — l’acquisizione della cittadinanza italiana da parte dei discendenti all’estero implicherebbe automaticamente l’accesso all’intero spazio europeo. Ecco servita la paranoia geopolitica in salsa burocratica.
Il contesto è quello del nuovo decreto sulla cittadinanza, che vorrebbe restringere il riconoscimento solo ai nipoti, escludendo così i bisnipoti e le generazioni successive, considerate un’orda incombente da tenere fuori prima che sia troppo tardi. Una stretta pensata per scongiurare “l’eccezionale ed incontrollato afflusso di domande”, che — secondo Soliman — metterebbe in ginocchio gli uffici consolari, i comuni e perfino gli uffici giudiziari. Come se non esistessero strumenti per gestire digitalmente, con razionalità e serietà, un processo che è diritto, non favore.
A leggere questa nota viene in mente una storica frase di Paolo Villaggio nei panni del ragionier Fantozzi: “è una boiata pazzesca!”. Perché questo è. Un documento che trasuda timore eccessivo, paternalismo istituzionale e, peggio ancora, una visione miope e retrograda del concetto di cittadinanza.
Si sta dimenticando che quei “discendenti pericolosi” sono persone con legami familiari profondi con l’Italia, con affetto autentico per le proprie radici, che studiano l’italiano, viaggiano per conoscere i paesi d’origine, creano ponti culturali e commerciali. E mentre si parla di “minaccia alla sicurezza”, ci si dimentica del contributo potenziale di milioni di cittadini italo-discendenti che vivono all’estero che potrebbero rafforzare, non indebolire, l’immagine dell’Italia nel mondo.
Se le istituzioni italiane vogliono veramente salvaguardare la funzionalità degli uffici pubblici, comincino con l’assumere personale, investire nella digitalizzazione e, soprattutto, cambiare mentalità.
Il vero pericolo per l’Italia non è chi chiede di essere riconosciuto cittadino, ma chi vuole costruire muri attorno all’identità italiana.
