Il calcio italiano è malato. E non basta cambiare allenatore
Il problema non è una partita persa, ma un sistema che da anni fatica a produrre una Nazionale competitiva.
L’Italia continua a ripetersi che possiede uno dei campionati più importanti del mondo. Gli stadi si riempiono, i diritti televisivi valgono miliardi, i calciatori guadagnano cifre da capogiro e le società investono somme enormi.

Eppure c’è una domanda che nessuno riesce a evitare.
Se il nostro calcio è così ricco, perché la Nazionale stenta sempre di più?
La Francia ha un campionato che, almeno dal punto di vista economico e mediatico, viene spesso considerato inferiore alla Serie A. Eppure negli ultimi anni ha disputato finali mondiali, ha vinto un Mondiale, continua a produrre campioni e resta stabilmente tra le grandi del calcio internazionale.
L’Italia, invece, ha saltato due Mondiali consecutivi e continua a vivere di ricordi.
Il problema non è soltanto tecnico.
È culturale.
Il nostro calcio preferisce comprare giocatori già affermati piuttosto che formarli. Troppi giovani italiani restano in panchina mentre i club cercano il risultato immediato. Le società cambiano allenatore al primo momento difficile, ma raramente cambiano progetto.
E allora viene spontaneo guardare altrove.
Nel baseball, disciplina che in Italia interessa una piccola minoranza, siamo riusciti a costruire una Nazionale capace di competere con le grandi potenze mondiali. Nel volley, nella scherma, nel nuoto, nel ciclismo, nell’atletica e nel tennis continuiamo a conquistare titoli e medaglie.
Perché?
Perché in questi sport si investe nella formazione, nei vivai, nei tecnici e nella crescita degli atleti.
Nel calcio, invece, sembra che il denaro abbia sostituito la programmazione.
Naturalmente non esiste una ricetta miracolosa.
Ma qualche rimedio appare evidente.
Servono più spazio e fiducia ai giovani italiani.
Servono vivai che tornino a essere il cuore delle società e non un semplice obbligo di bilancio.
Servono dirigenti capaci di programmare per cinque o dieci anni, non soltanto fino alla prossima giornata di campionato.
E forse serve anche una riflessione sul sistema economico del calcio, dove gli stipendi crescono molto più velocemente dei risultati.
Il calcio resta lo sport più amato dagli italiani.
Proprio per questo merita di più.
Merita meno alibi e più coraggio.
Perché un Paese che continua a eccellere in tanti sport non può rassegnarsi a diventare una comparsa proprio nel gioco che considera la propria religione sportiva.
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