Amatrice, dieci anni dopo: la memoria delle vittime e una ricostruzione ancora da completare
Sono passati dieci anni.
Dieci anni da quella notte del 24 agosto 2016, quando alle 3.36 una violentissima scossa colpì il cuore dell’Appennino centrale, devastando Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto e provocando danni gravissimi in numerosi comuni tra Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo.
Il bilancio fu drammatico: 299 morti, 365 feriti e più di 40.000 persone costrette a lasciare le proprie case.
Amatrice è diventata il simbolo di quella tragedia.

E oggi, nel decimo anniversario, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato le vittime sottolineando anche una questione che, a dieci anni di distanza, rimane aperta: la ricostruzione deve essere portata a termine nel più breve tempo possibile.
Una notte che l’Italia non ha dimenticato
Alle 3.36 la terra cominciò a tremare.
In pochi secondi interi edifici crollarono.
Amatrice, uno dei centri più conosciuti del Lazio, venne colpita in maniera devastante. Ma il terremoto non riguardò soltanto quella cittadina.
La prima scossa e le successive sequenze sismiche interessarono una vasta area dell’Italia centrale e continuarono fino ai primi mesi del 2017.
Quella notte l’Italia scoprì ancora una volta quanto possa essere fragile il proprio territorio.
E scoprì anche quanto possa essere forte la solidarietà.
I volontari arrivati da tutta Italia
Nel suo messaggio, Mattarella ha voluto ricordare in particolare i volontari accorsi da ogni parte d’Italia e il lavoro delle autorità impegnate nei soccorsi.
Fu una mobilitazione straordinaria.
Vigili del fuoco, Protezione civile, forze dell’ordine, personale sanitario, volontari e semplici cittadini si misero immediatamente al lavoro.
Tra le macerie non c’erano soltanto persone da salvare.
C’erano famiglie, ricordi, case, attività commerciali e intere comunità da sostenere.
Quella solidarietà rappresentò, come ha ricordato il Presidente, un primo segnale di speranza e di ripartenza.
Dieci anni dopo, però, la storia non è ancora finita
Ed è forse questo il punto più importante del messaggio presidenziale.
L’emergenza dura giorni.
La ricostruzione può durare anni.
Ma quando arrivano a passare dieci anni, inevitabilmente una domanda diventa sempre più forte:
quanto tempo deve ancora passare prima che le comunità colpite possano tornare davvero alla normalità?
Mattarella ha definito il risanamento un percorso complesso, ma ha contemporaneamente richiamato alla necessità di ultimare la ricostruzione nel più breve tempo possibile.
Non è soltanto una questione di ricostruire edifici.
Ricostruire significa restituire ai cittadini una scuola, una piazza, una chiesa, un negozio, un’abitazione.
Significa permettere alle persone di tornare a vivere nel proprio paese.
Ricostruire i muri non basta
Un terremoto distrugge molto più delle case.
Può spezzare il tessuto sociale di una comunità.
Una famiglia trasferita altrove può decidere di non tornare.
Un negozio che rimane chiuso per anni può non riaprire.
Un giovane può scegliere di costruire il proprio futuro in un’altra città.
E così un territorio può perdere lentamente abitanti anche dopo che le macerie sono state rimosse.
Per questo la ricostruzione dovrebbe essere considerata anche una ricostruzione sociale ed economica.
Amatrice deve tornare a essere non soltanto un luogo ricostruito, ma un luogo nel quale sia possibile vivere, lavorare e progettare il futuro.
La memoria delle 299 vittime
Oggi, naturalmente, il primo pensiero va alle vittime.
Dietro il numero 299 ci sono 299 storie.
Persone che quella notte sono andate a dormire senza sapere che non avrebbero visto l’alba.
Ci sono famiglie che dieci anni dopo continuano a convivere con un’assenza che il tempo non può cancellare.
Mattarella ha espresso la propria vicinanza ai familiari delle vittime, ai feriti e a tutte le persone che si sono ritrovate improvvisamente in una condizione di enorme difficoltà.
La memoria, in questo caso, non è soltanto un atto dovuto.
È anche un impegno.
La prevenzione resta fondamentale
Il terremoto di Amatrice ha riproposto, ancora una volta, una domanda che riguarda l’intera Italia:
quanto siamo preparati a convivere con il rischio sismico?
Il nostro Paese è attraversato da numerose aree ad alta pericolosità sismica.
Non possiamo impedire che la terra tremi.
Possiamo però ridurre le conseguenze di un terremoto attraverso prevenzione, edifici sicuri, adeguamento antisismico, piani di emergenza e una cultura della protezione civile diffusa tra la popolazione.
Anche questo è uno degli insegnamenti che Mattarella ha richiamato nel suo messaggio: la necessità continua di potenziare i sistemi di prevenzione e intervento.
Una lezione che riguarda anche chi vive all’estero
Per Fatti Nostri, che guarda spesso all’Italia attraverso gli occhi degli italiani nel mondo, c’è anche un altro aspetto.
Le tragedie italiane non rimangono confinate dentro i confini nazionali.
La comunità italiana all’estero ha seguito quei giorni con apprensione.
Molti italiani residenti nelle Americhe hanno origini proprio nelle regioni colpite dal terremoto.
E per loro Amatrice, Accumoli, Arquata, Norcia e gli altri comuni dell’Appennino non sono soltanto nomi sulle mappe.
Possono essere il paese dei nonni, il luogo di nascita dei genitori, la terra dalla quale partì una famiglia emigrata decenni fa.
La memoria del terremoto, quindi, può attraversare anche l’oceano.
Dieci anni dopo
Dieci anni sono tanti.
Ma per chi ha perso una persona cara, possono sembrare pochissimi.
E per chi aspetta ancora che la propria comunità torni completamente alla normalità, possono sembrare ancora più lunghi.
Per questo il decimo anniversario non dovrebbe essere soltanto una giornata di commemorazione.
Dovrebbe essere anche un momento per guardare avanti.
La memoria delle vittime e il completamento della ricostruzione sono due facce dello stesso impegno.
Ricordare chi non c’è più significa anche fare in modo che chi è rimasto possa tornare a vivere pienamente nei luoghi che ama.
Amatrice è diventata il simbolo di una delle pagine più dolorose della storia recente italiana.
Ora deve poter diventare anche il simbolo di una ricostruzione finalmente compiuta.
Perché dieci anni dopo quella notte, la terra può aver smesso di tremare.
Ma per molte persone la vita non è ancora tornata completamente al suo posto.
