Architettura, arte e ricerca si incontrano in Brasile – Intervista all’architetto Gennaro Lopez
Benvenuti al terzo episodio del progetto PARLIAMO DI NOI, un progetto coinvolgente capace di connettere italiani in ogni angolo del mondo, realizzato in collaborazione con la scuola di lingue CASTILLA (nella foto sotto con la nostra Sandra Bandeira).

Siamo in aula e conducono questa intervista gli studenti stessi.
A guidarci tra l’architettura, arte e ricerca sarà oggi l’architetto pugliese Gennaro Lopez (nella foto a destra). Il nostro ospite è dottore in composizione architettonica, ricercatore e docente. I suoi studi si focalizzano sulla relazione che intercorre tra architettura e luogo, sia in riferimento agli autorevoli esempi del passato che all’esperienza dei grandi maestri del XX secolo, unendo sia la riflessione teorico-filosofica che la progettazione architettonica.
Nella sua carriera l’architetto Lopez ha ricevuto numerosi riconoscimenti e premi e annovera esperienze di collaborazione con i professori Renato Nicolini, Carlos Martí Aris e Luciano Semerani dell’Università IUAV di Venezia.
Quando ha ricevuto il nostro invito, Lopez ha evidenziato un profondo affetto e interesse per la cultura brasiliana che frequenta da oltre vent’anni. Leggiamo cosa ci ha dichiarato in questa intervista.
1) Ci racconti qualcosa della sua storia, della sua città. Come nasce la sua passione per l’architettura?
Questa mia passione, che è poi diventa la mia professione, risale all’ infanzia. Sin da bambino, due architetture romaniche della mia terra di origine, la Puglia, destarono il mio interesse : 1) la Cattedrale sul mare, della città di Trani; 2) il Castel del Monte, sull’altopiano della Murgia, nell’agro tra le città di Andria e Corato.
La prima (XII-XIV sec.) sembra raccordare il cielo al mare e modellare la diafana luce meriggia, con le sue absidi, con la scalinata adducente all’interno, con le arcate laterali e il campanile magistralmente voltato su un arco gotico. [foto a destra]
La seconda, Castel del Monte (XIII sec.), icona dell’architettura pugliese e già patrimonio dell’Unesco, non ha funzione difensiva e ancor oggi è misteriosa la sua ragion d’essere: alcuni studiosi sostengono che sia stato un soggiorno di caccia, altri un edificio termale, altri ancora, un calendario astronomico.
Raffigurato sulla monetina da 1 centesimo, il castello è geometricamente definito da un’ottagono circondato da otto torri ottagonali (una su ogni spigolo) e fu fatto erigere da uno dei più grandi imperatori di tutti i tempi, Federico II di Svevia.
Al di là di tutto, occorre dire che la Puglia, fatta eccezione per il promontorio del Gargano, non è montuosa come il resto della penisola italiana e dunque, il luogo dove è ubicato Castel del Monte (570 m sul livello del mare) ha un carattere único, dato che ingemma il profilo collinare della Murgia con una visibilità di oltre cinquanta chilometri, dall’entroterra fino al mare e viceversa. Dunque due monumenti per raccontare quanto ogni grande opera architettonica instauri un saldo rapporto con il luogo su cui è costruita.
2) Come è nato il suo vincolo con il Brasile e come si è evoluto?
Quello per il Brasile è un amore che viene da molto lontano. Un giorno alla radio ascoltai un episodio che catturò fortemente la mia attenzione di adolescente. Pare che i primi abitanti europei che s’insediarono in Brasile, fossero quattro marinai portoghesi che subito dopo la scoperta casuale di quella terra da parte di Cabral e la ripartenza della flotta verso l’India, si lanciarono in mare e raggiunsero a nuoto la riva per integrarsi con la popolazione indigena appena conosciuta. Non so quanto sia storicamente fondata questa narrazione, sta di fatto che l’ho sempre messa in relazione con il tuffo che Oreste Sabatini (il personaggio interpretato magistralmente dal grande Nino Manfredi) compie in quel straordinario film di uno dei più grandi registi italiani, Ettore Scola, intitolato “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?”.
Successivamente, già studente universitario, fu il destino a condurmi alla lettura del libro di Darcy Riberio “Utopia Selvaggia”. In seguito, lo scrittore Jorge Amado e il filosofo pedagogista Paulo Freire hanno definitivamente catturato il mio interesse e affetto per questo angolo di terra meraviglioso che sprigiona grande energia attrattiva. E che dire sulle origini della musica brasiliana, dove le sonorità popolari e la tradizione erudita s’intrecciano l’una con l’altra come in Chiquinha Gonzaga, Ernesto Nazareth, Heitor Villa Lobos? E poi, quando ascolti le canzoni di autori come Vinicius de Moraes, Chico Buarque de Hollanda, Paulinho da Viola, Milton Nascimento, come puoi non innamorartene? Infine, non posso sottacere le arti figurative come, ad esempio, le raffigurazioni pittoriche di Candido Portinari, di Carybè o le testimonianze fotografiche di Sebastiano Salgado.
3) Nel corso della sua carriera, ha fatto esperienza anche in città come Stoccolma, Mosca e Belo Horizonte. Che differenze ha notato rispetto all’operato italiano?
Ogni città ha un suo carattere, ciò che in altre parole potremmo definire l’anima della città. Io vivo a Venezia e a tutti coloro che, con tono distaccato, mi dicono che Venezia è bellissima, ma che mai ci vivrebbero perchè è fuori dal mondo, io solitamente rispondo, con un po’ d’ironia, che il mondo è fuori da Venezia. In realtà, la questione è più problematica di ciò che possa sembrare. La modernità ha ideologicamente imposto un’idea di città legata al concetto di efficienza e di consumo omettendo completamente ciò che la città storica ha sempre significato: il concetto di appartenenza. Appartenenza ad un luogo. Non mi riferisco all’appartenenza identitaria che è altra cosa.
Mosca, ad esempio, è una metropoli sconfinata, ma nonostante ciò è ancora percepibile nel suo cuore una forte spiritualità. A quelle latitudini, prima che la luce del tramonto si spenga nel crepuscolo, gli ultimi raggi solari, molto radenti sulla linea dell’orizzonte, accendono sulle cupole dorate e bulbiformi un’intenso scintillio al tempo stesso emanazione di un ordine cosmico e trascendente.
Stoccolma è il rispecchiare delle proporzioni armoniose delle sue architetture, del rapporto equilibrato tra conservazione e innovazione, tra spazio pubblico e privato. Un’ edificio in particolar modo, la Biblioteca Comunale, progettata dall’architetto Gunnar Asplund, ben sintetizza il carattere di questa città e l’eleganza del design svedese. L’edificio può essere descritto come un cilindro cavo che, al suo interno, accoglie l’atrio e reca più ordini di ballatoi in cui sono ordinatamente esposti migliaia di libri a consultazione libera. Un basamento quadrangolare accoglie le sale di lettura e completa l’insieme architettonico. Questa chiarezza compositiva trova corrispondenza nell’uso partecipato degli utenti della biblioteca e nel rapporto agevole che i cittadini svedesi hanno con le istituzioni.
Belo Horizonte fu pensata sin dalle sue origini, poco più di un secolo fa, come la nuova, moderna capitale dello stato di Minas Gerais, subentrante alla ormai inadeguata Ouro Preto. Il suo impianto urbanistico rimanda alle teorie funzionaliste di fine XIXesimo secolo ed è pensato in relazione ai tracciati viari rettilinei ad alta scorribilità e alle logiche insediative di mercato. Ma l’anima brasiliana di Belo Horizonte non è percepibile dal quantum di torri residenziali che la caratterizzano, bensì dalla vivacità delle numerose comunità che hanno contribuito al suo veloce sviluppo. In particolare, nel giro di pochi decenni a partire dalla sua fondazione, la nuova capitale accolse migliaia di emigranti italiani, artigiani, operai, imprenditori, professionisti tra cui l’architetto Raffaello Berti, che, con i suoi studi e le sue realizzazioni, lascerà una forte traccia sia in ambito architettonico che accademico (la Biblioteca della Facoltà di architettura dell’UFMG è a lui dedicata). La comunità italiana, ha portato con sè uso e tradizioni proprie ancor oggi benevolmente integrate nella vita cittadina.
4) Quanto e come i suoi studi e le sue ricerche interagiscono con l’arte?
L’architettura della città, citando uno dei più autorevoli maestri del XX secolo, è un’opera complessa e non può essere banalizzata in una formula ingenua. E’ una disciplina collettiva e il ruolo dell’architetto è paragonabile a quello di un direttore di orchestra. Ovviamente la direzione è sempre preceduta dall’ideazione/interpretazione, ciò che potremmo definire l’alchimia del progetto di architettura e questa alchimia non può prescidere dalla filosofia, dalla letteratura, dalla musica, dalle arti figurative.
5) Dell’architettura brasiliana cosa la colpisce e quale altro architetto brasiliano ammira?
Oscar Niemeyer è sicuramente un gigante del Novecento. Al di là della sua opera, ciò che ha destato da sempre la mia ammirazione è il ruolo sociale che attribuisce alla professione di architetto tanto che, per fare un esempio, per la progettazione di Brasilia rifiutò l’onorario chiedendo per sé il corrispettivo dello stipendio di un funzionario statale e vivendo fra gli operai nei cantieri di costruzione. L’architetto carioca spesso citava per intero il suo cognome Ribeiro (portoghese) De Almeida (arabo) Niemayer (tedesco), sottolineando la multiculturalità che scorre come una linfa vitale in ogni brasiliano. Per lui l’arte ha poco valore se intesa solo come cosmesi, intrattenimento, bensì ne riconosce un significato più nobile.
Ma prima di Oscar Niemeyer, un grande architetto brasiliano è stato Antônio Francisco Lisboa, detto, Aleijadinho che ha tradotto il linguaggio barocco di ascendeza portoghese in un sicretismo mineiro facendo di Ouro Preto una città preziosa inserita nel Patrimonio Universale dell’Unesco.
6) Può parlarci della sua esperienza come direttore artistico? Quali i suoi progetti futuri?
L’Italia e il Brasile hanno un legame antichissimo e dunque l’obiettivo che mi pongo in futuro è quello di attivare un interscambio artistico-culturale che vada oltre i luoghi comuni e i gusti indotti dall’industria turistica. Recentemente ho avuto modo di organizzare, in Puglia, un primo concerto-spettacolo intitolato Salsello Swing Festa incentrato sul concetto di nostalgia e il pensiero di Kostantinos Kavafis in cui la Banda di Ruvo ha interpretato le sonorità di maestri del Novecento da Gerschwin a Piazzolla. Un secondo concertó, intitolato Meu Brasil, ha visto come protagonista il cantautore Dario Skèpisi che da lungo tempo, in modo inedito e con sapiente maestria, accorda il dialetto barese alle sonorità brasiliane spaziando tra samba, jazz e bossanova.
7) Può raccontare un’esperienza divertente vissuta in Brasile?
Ce ne sono tante. Come, ad esempio, ad Olinda, quando mi ritrovai in una festa patronale a danzare per le vie della città con la banda a ritmi di batukada. Oppure, quando in uno sperduto resort tra i cocheri sull’oceano a nord di Itacarè, alloggiati in un bungalow senza vetri alle finestre, ci ritrovammo al risveglio mattutino, la mia fidanzata ed io, circondati da macachi che ci osservavano incuriositi.
8) Cosa consiglierebbe a chi vuole visitare il Brasile per la prima volta?
Il Brasile è immenso e dunque cosiglierei come prima cosa di pianificare il viaggio. C’è l’Amazzonia, il Nord- Est, l’Orla Atlantica, le piccole città d’arte come Olinda, Ouro Preto, Diamantina. In ogni caso, come inizio, suggerirei di visitare le prime due capitali, Salvador de Bahia e Rio de Janeiro, che Carlos Drumond così riassume poeticamente: nel mare era scritta la città.
