Brasile. Lunardelli, il re del caffè
Partirono nel 1876 da un Veneto avaro di qualsiasi futuro con tanti suoi figli e oggi il loro nome campeggia anche in un sito Internet , completamente dedicato ai suoni italiani e all’aroma del caffè. Perché fu proprio il caffè la vera miniera d’oro trovata in Brasile dai Lunardelli, una famiglia che affonda le sue radici nel villaggio di Cinetta (Siméta), una frazione della piccola cittadina di Fossabiùba di Mansuè, nella Marca trevigiana, non lontano dal fiume Livenza e dal confine con l’attuale Friuli.
Nicolò e Luigia Lunardelli lasciarono le loro poche cose nel 1886: l’italia si era già messa in movimento, per seguire la grande ondata di migrazione verso le terre americane. Il Brasile era un obiettivo lontano ma ricco di promesse, per chi aveva nel sangue l’amore per la terra.
A soli 25 anni dunque Nicolò s’imbarcò con la giovane moglie e con il figlioletto Geremia, di appena cinque anni, per tentare la sorte di una vita migliore e per progettare un futuro più dignitoso al piccolo bambino che trasportavano sulle braccia forti da contadini. Anche loro partirono ascoltando la voce del popolo che raccontava delle meraviglie del Brasile e della facilità di trovarvi una campagna di proprietà, dove mettere alla prova l’intelligenza e il lavoro a proprio vantaggio.
Arrivati nella terra dei sogni, i giovani Lunardelli non trovarono l’Eden descritto dalle romanzate storie popolane. Nicolò Lunardelli morì dopo pochi anni dal suo arrivo, lasciando in eredità soltanto la sua grande forza di volontà. Troppo poco per Luigia costretta a scegliere tra il ritorno e una vita di miseria. La fortuna, per la vedova e il suo piccolo figlio, si materializzò però sotto forma di un nuovo marito, salvaguardando l’ideale per il quale il piccolo nucleo si era mosso verso la terra del Verzin. Salvato dalla miseria, il piccolo Geremia non ebbe il tempo di godersi una spensierata fanciullezza, e ancora bambino andò a lavorare sotto padrone nelle fazendas del circondario. A soli sedici anni, ormai esperto conoscitore della materia, il giovane Lunardelli decise però di tentare l’impresa in proprio, iniziando con l’allevamento di un vitello e di qualche maiale; il tutto nel poco tempo libero che il duro lavoro nei campi gli lasciava libero.
Appena raggiunto il peso, gli animali divennero oggetto della prima trattativa commerciale di Geremia, che con i soldi investiti iniziò a ingrandire prima il suo allevamento e poi ad acquistare un piccolo appezzamento di terreno. La terra intorno a San Paolo all’epoca verdeggiava di piante di caffè; quel mitico frutto che tutti i popolani favoleggiavano, in una terra nella quale Venezia aveva diffuso l’abitudine di sorseggiare il prelibato infuso e nella quale i poveri contadini erano invece costretti a bere orzo e cicoria allungati con un poco di pessima grappa.
Geremia Lunardelli (foto) ascoltò affascinato le storie della mamma su quella pianta “magnificata” dalla credenza popolare, e decise di puntare sul caffè per riscattare i sogni dello sfortunato padre. Iniziò acquistando una piccola proprietà sulla quale prosperavano un migliaio di pianticelle, e pagò la terra con tutti i risparmi accumulato nei suoi anni di adolescente prestato al lavoro. E nonostante il terreno, Geremia Lunardelli continuò nella sua vita ricca solo di tanto lavoro. Coltivatore, commerciante, trasformatore di canna da zucchero (lavoro che fece inventandosi un rudimentale quanto geniale attrezzo) e tanti altri mestieri…. il giovane fece di tutto pur di dare corpo a quel sogno chiamato imprenditoria. Impegnato in mille attività il trevigiano non abbandonò mai la sua idea del caffè” e arrivò in tempo a espandere la sua azienda oltre i confini dello stato di San Paolo, verso il vicino Paranà, ricchissimo di terre adatte alla coltivazione della pregiata pianta. Geremia era un esperto nato nella valutazione della terra e sapeva riconoscerne la bontà da pochi segni o dall’odore ma nella sia vita non tralasciò neanche l’istruzione. Se la vita infatti gli aveva negato la possibilità di un’istruzione strutturata lui rimediò con una tenace applicazione da autodidatta arrivando a scrivere e leggere con le proprie forze. E il dono del vocabolario gli sarebbe stato sempre utile per ampliare ulteriormente il suo piccolo regno.
A soli trent’anni, Geremia divenne così “O rei do café”, ovvero il più grande produttore e commerciante di caffè del mondo. Negli anni Cinquanta, il figlio del povero Nicolò avrebbe posseduto ben più di quel terreno in proprio tanto sognato dal padre: 14milioni di piante di caffè, 11.500 ettari di foraggio, e ancora 5mila ettari coltivati a canna da zucchero, più uno zuccherificio capace di 30mila sacchi l’anno e 30mila capi di bestiame
Figlio di italiani, il trevigiano ebbe sempre grande riconoscenza per il suo paese d’adozione, di cui divenne cittadino legittimi e per i quali avrebbe sempre avuto un occhio di riguardo.
Lunardelli amava dell’Italia soprattutto l’arte e la cultura e per dare un segno tangibile della sua passione sostenne con tutte le forze la nascita del museo di Belle Arti di San Paolo.
Oltre a sostanziosi contributi economici egli donò al museo sculture di Rodin, dipinti di Goya, Velasquez, Rembrandt, Renoir. Nonostante la sua enorme ricchezza egli mantenne sempre un “profilo “ umile, soprattutto nei confronti dei suoi coltivatori, con i quali continuò a lavorare spalla a splla, anche in tempi in cui poteva tranquillamente godersi la ricchezza. Lunardelli tra l’altro, in nome della fede negli ideali di democrazia, rifiutò per ben due volte il titolo nobiliare: nel 1928 l’offerta del titolo di conte arrivò dalla casa reale d’Italia, per i suoi meriti di gran lavoratore e sostenitore della cultura italiana in Brasile; nel 1946 fu invece la Santa Sede a offrirgli il titolo di marchese per lo spirito di carità che sempre aveva dimostrato nei confronti dei bisognosi. Nella vita privata l’orfano del contadino di Cimetta ebbe decisamente più fortuna dei suoi genitori. Trovato il tempo di sposarsi, fu gratificato dalla nascita di ben nove figli, cui lasciò in eredità il suo vastissimo patrimonio, i quali a loro volta gli regalarono decine di nipoti.
Geremia Lunardelli morì il 9 maggio del 1962 portando con sé il titolo di “re del caffè”: fu l’unico titolo che aveva accettato perché sentiva di esserselo conquistato sui campi, giorno dopo giorno, col suo grande amore per la terra d’America.
