Bruno Sammartino, il grande campione di Pizzoferrato
Era il 1973 e mi trovavo a Philadelphia, negli Stati Uniti, in visita al mio caro zio Tony che, purtroppo, da poco, non è più tra noi. È passato tanto tempo ma ricordo benissimo mio zio che mi parlava tanto di un emigrato italiano che aveva successo nel mondo del wrestling americano.
Bruno Sammartino era del 1935, di Pizzoferrato in provincia di Chieti, in Abruzzo. Suo padre, Alfonso, era dovuto emigrare per dare un futuro alla sua famiglia e trovò lavoro nelle acciaierie di Pittsburgh, negli Stati Uniti.
Qualche anno dopo, nel 1947, si fece raggiungere dalla moglie e dai suoi tre figli, dei quali uno era Bruno che aveva dodici anni quando dovette lasciare il suo paese e tutto il suo mondo per ricongiungersi col padre. A Pittsburgh Bruno lavorò dapprima come carpentiere, e la sera, instancabilmente, si allenava come pugile. Combatté in 13 incontri di boxe vincendoli tutti per KO. La madre e la fidanzata erano contrari al fatto che lui facesse il pugile perché lo ritenevano troppo pericoloso. Ma, dopo un grave incidente sul lavoro e dopo lunghissime cure e le relative terapie necessarie alla sua guarigione, pensò che tutto nella vita poteva essere pericoloso e, conseguentemente, lui avrebbe fatto quello che più gli stava a cuore. Iniziò a fare più incontri possibili, vincendoli tutti e, in pochi anni, viaggiò ovunque, diventando così campione del mondo di wrestling, titolo che conservò per quattordici lunghi anni.
Bruno Sammartino, il grande campione di Pizzoferrato, poco più di 900 anime, arroccato ad un colle vicino Chieti come stretto in una morsa, uno di quei bellissimi paesi d’Italia un po’ tutti simili: la piazza con la sede municipale, la chiesa del patrono, il bar con la rivendita tabacchi, due trattorie, la farmacia e il classico mercato del giovedì. In piazza, poco distante, un piccolo parco con una statua di bronzo alta più o meno tre metri. Non è Garibaldi o Mazzini e neppure Vittorio Emanuele, è un uomo enorme a petto nudo con stivali e costume da ring, un pugno verso il cielo e una cintura da campione sulla spalla. Di fronte c’è un vicolo che porta dopo un po’ a una casa bianca con una targa di marmo: “Qui nacque Bruno Sammartino”. È il 1939 e, mentre l’Europa presto avrebbe conosciuto la grande tragedia della guerra, il papà di Bruno, Alfonso, aveva appena deciso, come tantissimi altri in quell’epoca, di andarsene in America, in quella città già piena di abruzzesi che spalano carbone in delle gigantesche fornaci nelle acciaierie di Pittsburgh, contando, coi primi risparmi, di farsi raggiungere dalla moglie Emilia e dai figli. Intanto il paese vive momenti difficili, si rischia ogni giorno di essere passati per le armi o di morire di stenti e malattie. Ed è ciò che accade alla famiglia del piccolo Bruno, piccolo e malaticcio, di essere salvati provvidenzialmente in extremis dalla Resistenza. A guerra finita il padre fa di tutto per avere una casa per accogliere la sua famiglia e ci riesce anche se, per far partire anche Bruno c’è stato bisogno di lottare a causa delle sue condizioni di salute: arriva che sembra uno scheletro. Anche a scuola è un incubo: gracile, non parla inglese, italiano, bersaglio perfetto per i bulli. Uno dei suoi pochi amici è ebreo, di grossa corporatura, frequenta una palestra e lo porta con lui. Bruno rimane affascinato da quel mondo e dalla possibilità di migliorare il suo fisico. Nell’allenamento trova la sua dimensione di vita, finisce la scuola che è alto 1.78 e pesa 100 chili e i bulli ormai gli stanno a distanza. Bruno, come già detto, trova lavoro come carpentiere, ma ha la lotta in testa. Va dal leggendario Rex Peery, il miglior allenatore del paese, a Pittsburgh che, vedendolo, arriva persino a offrirgli una borsa di studio. Bruno rifiuta, riconosce di non parlare ancora bene inglese e lui vuole solo allenarsi. Dopo vari lavori, anche come stunt-man e diversi combattimenti fa, finalmente, il suo esordio, nel mondo del wrestling, nella sua Pittsburgh contro uno sconosciuto polacco e,a neanche 20 secondi dal suono della campana, lo prende e lo sbatte a terra. Ha la faccia e il fisico giusti, rappresenta il superuomo italiano con il petto villoso, la faccia buona e i capelli impomatati, può funzionare. Nel giro di un mese diventa un wrestler vero e nel giro di un anno esordisce al Madison Squadre Garden di New York contro il vecchio campione “Wild Bull” Curry e lo batte. Bruno però diventa ufficialmente Bruno Sammartino a Toronto, in Canada, dove gli italiani sono una città nella città. Succede la stessa cosa negli States, dove poi torna chiamato a furor di popolo da Vince McMahon senior nella sua neonata WWWF, vincendo il titolo dei pesi massimi e diventa l’immagine vivente di quello sport di maschere, la personificazione del sogno americano, il bravo ragazzo che butta giù i cattivi, quello in cui chi si identificano tutti gli immigrati e anche lui non si è mai scordato da dove veniva. Tiene il titolo per 7 anni e 8 mesi di fila, record assoluto e inavvicinabile, fa 188 sold out al Madison Square Garden superando qualsiasi altro tipo di artista. Le sue prove di forza accrescono il mito: d’estate si allena alla Gold Gym col suo amico Schwarzenegger, quando qualcuno per strada gli chiede di fargli vedere se i suoi muscoli sono finti, lui si toglie la giacca e fa salire l’altro sulla sua schiena iniziando a fare flessioni. Poi il rapporto col wrestling si spacca: non gli piacciono quelli pompati a steroidi, le volgarità, le recite e i costumi. L’ultimo incontro lo combatte a Baltimora nel 1987 in coppia con un altro di sangue italiano, con i nonni di Vercelli, Terry Bollea, in arte Hulk Hogan. Un passaggio di testimone, assolutamente nessuno ha incarnato questo sport come loro due. Nel 2017 torna a Pizzoferrato per l’inaugurazione della sua statua. Parla ancora abruzzese, Bruno. Morirà un anno dopo, a 82 anni, celebrato a lungo, per tutti il più amato di sempre. Dedicato al mio amico Franco Casciato di Toronto, nativo dì Pizzoferrato.
