Convegno INPS su “L’Italia delle partenze e dei ritorni. Pensionati migranti di ieri e oggi”
Ieri e oggi, partenze e ritorni. I dati delle pensioni pagate dall’Inps all’estero da un lato fotografano l’emigrazione italiana degli ultimi anni e, dall’altro, “raccontano” i movimenti di uomini, donne e famiglie in Italia. Oggi l’Inps paga 317.254 pensioni all’estero, il 2,3% del totale, a connazionali residenti in 142 Paesi. Ai primi posti Svizzera, Germania, Spagna, Stati Uniti, Canada, Australia, Francia e Belgio. Ma l’Istituto eroga anche le pensioni che istituti esteri versano a connazionali rientrati in Italia – 2 miliardi solo dalla Svizzera – e a stranieri (il 24,1% del totale delle pensioni pagate all’estero) che, dopo aver lavorato in Italia, maturati i requisiti necessari, tornano nel loro Paese d’origine. Un quadro complesso, che interroga un Paese alle prese con la denatalità e con flussi migratori, in uscita più che in entrata, che non accennano a diminuire. Anzi.
Di questo si è parlato questa mattina ne “L’Italia delle partenze e dei ritorni. Pensionati migranti di ieri e oggi”, convegno promosso dall’INPS e dalla Fondazione Migrantes, con gli interventi di Delfina Licata, Fondazione Migrantes; Vito La Monica, direttore centrale Inps; Susanna Thomas, direzione centrale pensioni Inps; Toni Ricciardi, deputato e storico delle migrazioni; Daniele Russo, dirigente centrale pensioni Inps; e monsignor Giancarlo Perego, presidente Fondazione Migrantes. A moderare gli interventi e la successiva tavola rotonda con i contributi di Micaela Gelera, commissario straordinario Inps, monsignor Perego e Luigi Maria Vignali, Direttore generale per gli italiani all’estero della Farnesina, è stato Fabio Insenga, vice direttore di ADN Kronos.
Ieri e oggi, partenze e ritorni le parole evocate da Vincenzo Caridi, direttore generale dell’Inps, che ha fatto gli onori di casa ricordando i 125 anni celebrati quest’anno dall’Istituto. Anni in cui sono partiti milioni di italiani e in cui l’Inps ha stretto rapporti con gli istituti previdenziali stranieri per garantire una tutela previdenziale a chi ha deciso di andare altrove, per necessità o ricerca di una vita migliore.
Una scelta fatta da molti, come ricordato da Delfina Licata: gli italiani all’estero dal 2006 al 2022 sono aumentati dell’87%. Una comunità che negli anni “si è trasformata” e che interessa sempre di più i giovani (il 42% sono giovani tra 18 e 34 anni) ma non solo: gli over 65 sono oltre 1,2 milioni, il 21,1% del totale dei sei milioni di italiani all’estero. Tra loro anche i protagonisti della “mobilità previdenziale”, cioè di chi, da pensionato, va a vivere all’estero.
L’Inps, ha confermato La Monica, paga 317.254 pensioni, il 53% dei beneficiari è donna (percentuale che sale al 75% in America meridionale, sono pensioni superstiti).
Negli ultimi anni si è assistito ad una variazione dei trend: aumentano le pensioni in Europa (183.795 del totale), ma anche in Asia (+34,9%) e Africa (+30,3%).Dunque diminuisce il numero della “vecchia emigrazione”, aumentano gli stranieri che tornano nei Paesi d’origine dopo aver lavorato in Italia. In totale le pensioni pagate in Africa sono 4.055, in Asia 2.163, Oceania 32.921, America Settentrionale 69.768, America Centrale 1.570 e America meridionale 22.982. La mobilità che oggi interessa soprattutto i giovani – cioè quelli che pagheranno contributi in un Paese diverso dall’Italia – per La Monica deve contribuire a far riflettere sulla tenuta del sistema previdenziale, ma anche sull’importanza delle convenzioni bilaterali e sulla opportunità di “armonizzare” le regole fiscali, quanto meno nell’occidente.
Da 12 anni, l’Inps monitora il fenomeno degli italiani che si trasferiscono all’estero una volta in pensione. Sono numeri “ancora contenuti”, ha detto Susanna Thomas, ma comunque un “fenomeno crescente” anche se dal trend non costante. Si parla di 5.600 partenze nel 2018, nel 3.600 nel 2020, e oltre 4.600 in questi anni post pandemici.
In crescita costante, invece, il numero dei pensionati stranieri che tornano “a casa”: l’80% resta in Europa, soprattutto dell’Est, gli altri si dividono tra Asia, Africa e America meridionale (Sri Lanka, Filippine, Perù, Egitto e Marocco soprattutto). Nell’Ue, ha specificato Thomas, il 72% sono donne che tornano nell’Europa dell’Est (circa il 75% percepisce pensione diretta).
E gli italiani? Perché, ad un’età avanzata, affrontano importanti cambiamenti di vita per vivere la pensione all’estero? Non per la fiscalità “amica”, non tutti almeno, la maggior parte, dice Thomas, va via per motivi affettivi, o “ricongiungimenti familiari”. Si va a fare i nonni all’estero, insomma. O semplicemente a vivere con i figli emigrati.
A conforto di questa tesi, i numeri. Il numero dei pensionati che scelgono il “paese esotico”, da cartolina, è “insignificante” e in continua diminuzione (Cuba ha registrato 0 arrivi dall’Italia, Thailandia e Costarica – 27%). Ci sono poi i Paesi “fiscalmente vantaggiosi”: uno su tutti, il Portogallo, cresciuto moltissimo fino al 2020, anno in cui il Governo emana una nuova norma che dalla defiscalizzazione totale della pensione per 10 anni passa alla flat tax del 10%, “che è conveniente, ma evidentemente non così tanto rispetto a prima”, commenta Thomas: nel 2022 partono in 116, -75% rispetto al 2021 e -85% rispetto al 2020. Viste le novità annunciate da Lisbona – basta flat tax dal 2024 – “immaginiamo che le poche pensioni del 2023 saranno le ultime”.
C’è poi la Spagna, che con oltre 460 partenze segna un +17% rispetto 2021 e altri Paesi dai numeri contenuti (meno di 100 unità) ma in crescita “notevole”: Romania, Polonia, Bulgaria, Moldavia e Lituania. “Chi va lì sono tutti uomini”, precisa Thomas. Pochissimi i pensionati italiani che scelgono Grecia, Cipro e Malta, e poi c’è la Tunisia che mantiene trend costante: 190 partenze l’anno scorso, il 50% sono dipendenti pubblici (la pensione pubblica può essere tassata solo in Italia con cinque eccezioni: Tunisia, Australia, Cile, Senegal e Marocco).
“Tolta la Spagna non sono numeri significativi”, ha ribadito Thomas che ha aggiunto: “e poi mancano le donne. Dove vanno? In Svizzera (+15%) e poi Germania, Spagna, Australia, Usa, Canada, Francia, Belgio e Regno Unito. Vanno a fare le nonne o semplicemente raggiungono i figli” e sono comunque “numeri sottostimati” perché “gli anziani fanno un progetto a breve respiro o non trasferiscono la residenza all’estero per motivi sanitari”. In ogni caso sono pensioni che “ci costano molto”, perché sono “dirette” cioè “a totale carico dell’Inps: in Portogallo si pagano circa 4000 pensioni, l’1% del totale, ma pari all’11% dell’importo totale. Per limitare questo numero di pensioni – ha concluso Thomas – facciamo rientrare i nostri figli a casa”.
Sui pagamenti transnazionali delle pensioni si è soffermato Daniele Russo. Posto che l’Inps eroga pensioni in 142 Paesi per un importo complessivo di 1,3 miliardi, i Paesi principali sono 16: Svizzera, Germania, Francia, Canada, Polonia, Olanda, Austria, Spagna, Belgio, Liechestein, Australia, Slovenia, Croazia, Usa, Portogallo e Serbia. Nel corso degli anni, diminuiscono le pensioni dirette e aumentano le superstiti, dunque “anche a fronte dello stesso numero di pensioni, l’importo è più basso”, ha spiegato Russo.
Molto di più arriva dall’estero in Italia, cioè dagli enti previdenziali stranieri che pagano la pensione ai connazionali emigrati tornati qui: si tratta di quasi 4 miliardi di euro.
Due di questi arrivano dalla sola Svizzera.
Russo ha anche citato il report della Banca d’Italia sulle rimesse degli stranieri presenti in Italia per evidenziare che tra i primi 10 paesi solo uno, la Romania, è coperta da uno schema di totalizzazione in quanto stato Ue, ed è al sesto posto. Totalizzazione che non è prevista per i cittadini di Bangladesh o India, per esempio. Ciò significa che “esiste un barriera all’uscita di questi lavoratori, che se non possono valorizzare la loro contribuzione all’estero sono costretti a rimanere in Italia”.
Sul “caso Svizzera” si è soffermato Toni Ricciardi, che ha richiamato i diversi accordi di emigrazione che l’Italia ha siglato “dalla fine dell’800, da quando era Regno, poi nel Ventennio e infine da Repubblica”. Nasce lo status di “stagionale” e la provincia italiana – non le città, tiene a puntualizzare Ricciardi, la provincia – si svuota, da nord a sud. In cambio ottiene “rimesse e modernità”.
Dal ‘58 al ’76 la Svizzera diventa la prima destinazione degli emigrati italiani per poi cedere il podio alla Germania. Ad oggi, i pensionati rientrati dalla Confederazione sono 293.741; la Svizzera eroga pensioni per 2 miliardi attraverso l’Inps (la cifra totale è dunque più alta perché non considera gli altri canali). Una cifra, ha commentato Ricciardi, “pari a un/quinto di una manovra finanziaria al ribasso da 10 miliardi di euro”.
Ma dove vanno questi soldi? Soprattutto ad Avellino, Bergamo, Catania, Catanzaro, Como (frontalieri e non) e Lecce.
Emblematico il caso della provincia di Avellino: sui 38 milioni di pensioni erogate, 22 milioni provengono alla Svizzera. L’importo pagato dalla Svizzera corrisponde a quasi 18 volte quello versato, al contrario, dall’Inps in territorio elvetico e rappresenta il doppio di quanto l’Istituto versa per pagare tutte le pensioni all’estero.
A questo tema è dedicato “Il valore del ritorno. In Italia da pensionati dopo una vita in mobilità”, volume di prossima uscita firmato da Delfina Licata, Toni Ricciardi, Daniele Russo e Susanna Thomas.
Nel tirare le conclusioni monsignor Perego ha richiamato le parole evocate da Caridi: “è importante parlare di “partenze e ritorni” perché sentiamo sempre e solo “arrivi”. Sono parole che ci dicono che siamo ancora un Pase di emigrazione” e che il fenomeno “è complesso” perché chiama in causa “ragioni economiche e politiche” che “non valorizzano e favoriscono i ritorni dei giovani”.
I numeri dell’Inps “sono elementi importanti per leggere il futuro”. Nel secolo scorso “facevamo accordi per favorire un’emigrazione regolare ma anche limitare lo scontro sociale”. Alla “stagionalità” di una volta oggi fa da contraltare il “decreto flussi” che non sempre “fa sintesi tra domanda e offerta”. E poi le rimesse: “sono state importanti per la ricostruzione del nostro Paese, lo sono oggi con 600miliardi di euro versati dai lavoratori migranti nel mondo”. Il sistema deve garantire “giustizia retributiva e distributiva”, perché “così fa un Paese civile” che “mette al centro la persona”. (m.cipollone\aise)
