“Dimissioni a metà”: l’Italia fallisce e i giocatori restano al loro posto
Saltano allenatore e dirigenti dopo il disastro con la Bosnia. Ma chi è andato in campo non paga mai?
La Nazionale italiana esce dal sogno mondiale nel modo peggiore: sconfitta contro la Bosnia, eliminazione e figuraccia internazionale.
Le conseguenze? Immediate. Dirigenti dimissionari. Allenatore dimissionario.
E i giocatori? Tutti al loro posto. Come sempre.
Nel calcio italiano si ripete una scena già vista troppe volte: quando si perde, a pagare sono quelli fuori dal campo.
Chi decide, chi guida, chi organizza. Mai chi gioca.
Eppure, la partita l’hanno persa loro. Non i dirigenti, non il commissario tecnico.
Undici in campo. Nessuna reazione. Nessun orgoglio. Nessuna scusa che regga.
Eppure nessuno dice: “Ho fallito, mi faccio da parte”.
Nessuno rinuncia alla convocazione. Nessuno mette in discussione il proprio posto.
La maglia azzurra resta addosso, come se nulla fosse successo.
In altri tempi, dopo una disfatta simile, si parlava di vergogna sportiva.
Oggi no. Oggi si parla di “ripartire”, di “progetto”, di “ciclo nuovo”.
Parole vuote, se chi ha fallito resta lì, pronto a ripresentarsi alla prossima convocazione come se niente fosse.
È vero: un calciatore non può dimettersi formalmente.
Ma può fare qualcosa di più raro e più difficile: rinunciare.
Rinunciare per dignità. Rinunciare per rispetto. Rinunciare per lasciare spazio a chi ha più fame.
Ma questo richiede qualcosa che oggi sembra mancare: autocritica.
Cambiare allenatore è facile. Cambiare dirigenti, anche. Cambiare mentalità, molto meno.
Se gli stessi giocatori resteranno protagonisti, con la stessa attitudine vista contro la Bosnia, allora non è una rifondazione. È solo un’illusione.
Vestire l’Italia dovrebbe essere un privilegio, non un’abitudine.
E quando quel privilegio viene tradito, il minimo sarebbe assumersi la responsabilità.
Non a parole. Nei fatti.
