Friuli, 50 anni fa il terremoto che cambiò una terra e il suo popolo emigrante
Il 6 maggio 1976, alle 21, il Friuli venne colpito da uno dei terremoti più devastanti della storia italiana del dopoguerra. Una scossa di magnitudo 6.5 con epicentro tra Gemona e Osoppo distrusse paesi interi, provocando quasi mille vittime, migliaia di feriti e oltre 100 mila sfollati.
Gemona del Friuli, Venzone, Buja, Majano, Forgaria e molti altri centri furono praticamente rasi al suolo. Le immagini delle case crollate, delle chiese spezzate e degli alpini impegnati nei soccorsi restano ancora oggi impresse nella memoria collettiva italiana.
Ma il terremoto del Friuli non fu soltanto una tragedia locale. Fu anche il dramma di un popolo emigrante sparso nel mondo. Negli anni Settanta decine di migliaia di friulani vivevano già all’estero: in Canada, Argentina, Australia, Svizzera, Belgio, Germania e in molti Paesi dell’America Latina. L’emigrazione era stata per decenni una necessità per una terra povera ma laboriosa, segnata dalla montagna e dalla mancanza di lavoro.
Quando arrivò la notizia del sisma, i “Fogolârs Furlans”, le associazioni dei friulani nel mondo, si mobilitarono immediatamente. Raccolte di fondi, aiuti umanitari, medicine, tende e contributi economici partirono da ogni continente verso la regione devastata. Molti emigrati tornarono temporaneamente in Friuli per aiutare parenti e amici tra le macerie.
Per tanti friulani all’estero fu uno shock profondo: vedere distrutti i paesi lasciati anni prima per cercare fortuna lontano significò perdere improvvisamente una parte della propria identità. Eppure proprio quella straordinaria rete di solidarietà internazionale contribuì alla rinascita della regione.
Dal disastro nacque anche quello che ancora oggi viene chiamato il “modello Friuli”: una ricostruzione rapida, trasparente e fortemente legata alle comunità locali, considerata ancora un esempio di efficienza nella gestione delle emergenze. Il terremoto del 1976 contribuì inoltre alla nascita della moderna Protezione Civile italiana.
Cinquant’anni dopo, il ricordo dell’“Orcolat”, come il terremoto viene chiamato in friulano, continua a vivere non solo nei paesi ricostruiti pietra dopo pietra, ma anche nelle comunità friulane sparse nel mondo, che non hanno mai smesso di sentirsi parte della loro terra d’origine.
