Giusto Umek e la gara delle beffe
Il suo nome era Trans-American Footrace e il solo pronunciarlo creava suggestione nel pubblico americano abituato ai grandi eventi. Ma quella che rispondeva alla sigla di Trans American Footrace non era una semplice gara. Nel 1928, anno della sua prima edizione, rappresentava “La Corsa”… Quella che in futuro sarebbe passata alla storia come “Utramaratona. Fu Charles C. Pyle a volerla. L’impresario sportivo infatti voleva creare una serie d’iniziative che promuovessero la nascita della famosa 66Highway, la nuova autostrada che collegava la costa orientale a quella occidentale e destinata a entrare nell’immaginario collettivo americano e non solo.
L’evento sportivo era incentrato pertanto su elementi di spettacolo e attirò 199 atleti provenienti da tutto il mondo. Il costo d’iscrizione era di 25 dollari. Venticinque dollari per poter correre 5507,39 chilometri su strada, da un capo all’altro degli Stati Uniti!
Gli atleti partirono il 4 marzo 1928 dall’Ascot Speedway di Los Angeles e tra i quasi duecento corridori vi furono due italo-americani, Louis Perrella da Albany e Norman Codeluppi da Pasadena, un inglese di origine piemontese (Pietro Gavuzzi). Iscritto, ma non partito, anche Giuseppe Conte, alessandrino emigrato in USA nel 1921 mentre nell’edizione del 1929 parteciparono gli italo-americani Antony Montalbo e Emer Cominciala, il romano Cesare Diorio o Di Iorio (patrocinato da Beniamino Gigli), Pietro Marini di Voghera, e il podista-ciclista di Genova, Colombo Pandolfi, questi ultimi tre tutti costretti al ritiro. Iscritti ma non partiti anche Orlando Cesaroni di Roma e Armando Giovannetti di Forio d’Ischia.
Al grido pubblicitario di “The Main Street of America”, la corsa si snodò lungo le strade americane selezionando inesorabilmente gli atleti e tra questi emerse la figura di un atleta da Trieste, e subito entrato nel cuore dei tanti italiani residenti in America: Giusto Umek.
Nato a Trieste l’11 ottobre 1895, Giusto Umek fu allievo del marciatore Romeo Marcovig che dal 1922 al 1933 fu presidente del Comitato Regionale della Federazione italiana di atletica leggera.
Diplomato in un istituto tecnico, orfano di padre da giovane, Giusto era l’ unico maschio di cinque figli, e partecipò con il patrocinio esclusivo del Corriere d’America e da un finanziamento da parte di un piccolo comitato presieduto da Luigi Masi. Il Corriere d’America aiutò l’atleta triestino provvedendo all’assistenza, alla cura e alla vigilanza, al rifornimento e alla scorta. Definito da Luigi Ferrario “alfiere dei nostri colori in terra americana, ambasciatore d’italianità in mezzo agli emigrati”, Giusto Umek si batté alla grande, mantenendosi sempre nei primi posti nonostante una brutta caduta nei primi giorni di gara gli avesse causata una ferita al ginocchio.
“L’aver aumentato il numero delle tappe (da 65 a 84) accorciando il chilometraggio quotidiano – scrisse Umek dopo aver tagliato il traguardo – assieme a un poco di sfortuna non mi ha permesso di fare meglio del quinto posto (in realtà Umek arrivò quarto a pari merito con l’americano Mike Joyce). In ogni caso non mi lamento, giacché sono arrivato sino in fondo, mentre atleti fortissimi e preparati hanno dovuto abbandonare. Gli americani, gente esperta, sono meravigliati del fatto che io decida solo all’ultimo momento, come il caso suggerisce, minuto per minuto, le mie strategie; per questo sono molto amato e rispettato.”
Dei 199 atleti partiti da Los Angeles ne arrivarono solo 55. Umek si piazzò prima dell’italo-americano Luigi Perrella (arrivato settimo) e di Norman Codeluppi (arrivato al 27 posto). Atleti preparati come l’italo-inglese Gavazzi, si dovettero ritirare. Il triestino vinse anche i premi previsti a ogni arrivo di tappa, aggiudicandosene quattro.
La corsa segnò l’apoteosi di numerosi artigiani che lungo il tragitto poterono dare assistenza all’impianto logistico della corsa: meccanici, riparatori di biciclette, infermieri e massaggiatori, perfino palafrenieri sostennero con le loro abilità i quasi duecento atleti e i loro assistenti nell’attraversata del Continente americano. La corsa prese il nome di BUNION DERBY, per sottolineare le vesciche e le callosità che si formarono nei piedi di atleti che gareggiavano con scarpette primordiali e lontanissime parenti delle calzature tecniche contemporanee.
L’anno che separò le due edizioni vide Umek impegnato in varie manifestazioni podistiche americane. Il triestino aveva deciso di prendersi la rivincita nell’anno seguente e trascorse il tempo marciando sulle strade americane.
L’edizione del 1929 vide un netto calo d’iscrizioni. Questa volta si presentarono alla partenza al Columbus Circe di New York (il tragitto era inverso rispetto a quello dell’anno precedente) solo 90 atleti, pronti a sfidarsi per 78 giorni su un percorso totale di 5927,15 chilometri. La corsa vide arrivare al traguardo di Wrigley Field di Los Angeles solo 19 atleti. Nella seconda edizione l’organizzatore Pyle aumentò il montepremi da 48 a 60 mila dollari ma gli atleti dovevano provvedere in proprio a tutto il necessario, compreso il vitto e l’alloggio, permettendo l’uso di sponsorizzazione.
Umek, che nell’anno trascorso in America aveva conosciuto molti italiani, venne sponsorizzato dalla ditta L.Gandolfi & C di New York, concessionaria per il Nordamerica della società Fratelli Branca di Milano.
Poté contare anche sull’assistenza di un’automobile e di un meccanico al seguito, guidata da un certo signor Ferro che aveva tappezzato l’automobile di striscioni sui quali gli italiani potevano scrivere il loro nome per ricordo.
Conquistò nella seconda edizioni ben 13 vittorie di tappa e assaporò per alcuni istanti il piacere di ricevere 6.500 dollari per il piazzamento al terzo posto (dietro all’italo- inglese Peter Gavazzi) della ultramaratona americana. Non vide però nulla perché l’organizzatore scappò senza pagare i concorrenti e non fu mai più in grado di saldare i debiti del suo fallimento delle catene di teatri e cinema. L’atleta triestino rientrò mestamente in Italia nel 1932, dopo aver consumato quanto guadagnato nel 1928 e sperato in un saldo da parte dell’organizzatore.
Trasferitosi per lavoro a Milano (prima della seconda guerra mondiale), e poi a Lumezzane, Umek subì anche l’ostracismo degli organismi federali italiani. Avendo percepito compensi in denaro con il suo gesto sportivo, non aveva più diritto ad avere un posto al sole e a una registrazione “ufficiale” delle sue performance.
Padre di Luciano e di Albina, trascorse la vecchiaia prima a Trieste e poi a Padova, dove morì dimenticato dalla stampa sportiva nel 1967.
